di Francesco Ricci

“Una mattina mi son svegliato” dice la canzone partigiana. E una mattina il vecchio Erio si sveglia, ma invece dell’invasor ad attenderlo trova un’Alfa Duetto d’altri tempi. Al volante l’amico ed ex allievo, deciso a rapirlo ai giardini post-togliattiani popolati di badanti per un viaggio in collina. Là, tra le pieghe dei calanchi e il profilo del monte Cimone, in una sola estate Erio ha incontrato e perduto il primo amore della sua vita. 
Questa è la storia di quel viaggio. Ed è la storia di Maria, uccisa a sedici anni nella rappresaglia nazista di Ospitaletto di Marano, sull’Appennino modenese, dell’estate del 1944.

L’ennesima notte insonne scivola in un mattino pallido. Sciacquo il viso di Erio con un po’ d’acqua e poi lo detergo leggermente con l’asciugamano. Piano piano il mattino si tinge d’azzurro e diffonde una luce tenue che avvolge i sanitari del bagno vecchio come una ragnatela ammuffita di cantina. Prendo la schiuma da barba. La agito un po’ prima di premere il bottone. La crema adesso è sulle mie dita. Con leggerezza gliela spalmo sul viso. Erio ed io ci guardiamo nello specchio.

– Sei ancora un bell’uomo.
– Dai, me la cavo.
– Io sono uno stuzzicadenti masticato e gettato nel posacenere.
– Mm, che bella visione.
– Mi sento un calanco, rugoso come la pelle di un elefante.
– Gli elefanti sono animali sublimi.
– La prima volta che la nostra pianura accolse i passi di un elefante fu per merito di Annibale.

Erio ammutolisce e con lo sguardo insegue il suono di tonfi lontani, che nelle calde serate di giugno, quando le lucciole cantano i salmi della luce, sembra rimbombino ancora. Ad Erio quel tonfo vuoto appare più profondo del rintocco gotico delle campane.

– Se ti senti un calanco, vuol dire che ti piaci ancora. I calanchi hanno un fascino remoto che nemmeno l’inciviltà palazzinara ha saputo rovinare. Quando li vedo apparire, scalando i primi tornanti che dalla pianura ti fanno decollare verso la collina, sento di essere un figlio della zolla, nonostante tutto il cemento che abbiamo colato in questi decenni.
– Quali sono le tue strade preferite?
– Bollino blu?
– Bollino blu, dai.
– Nelle vicinanze merita il bollino blu la strada che da Marano va verso Ospitaletto e San Dalmazio, che scalo regolarmente con il 50×21, sia d’inverno sia d’estate. Quando c’è il sole vedi tutto il crinale con in mezzo sua maestà Cimone, che seppur piccolo a confronto con le vette delle Alpi, ha un suo perché.

Il Cimone da Castagneto

Il Cimone da Castagneto (foto di Francesco Ricci)

Il Cimone. Un cocuzzolo dal fascino ancestrale e comico. Erio mi guarda nello specchio. Con il rasoio gli sto tagliando i peli ispidi di una barba ruvida e antica. I suoi occhi mi guardano con terrore. Inizia a urlare.

– La casa blu. La casa blu. Tu non ci sei mai stato. La casa blu, al di là del fosso.
– Quale casa blu, Erio? Calmati, altrimenti rischio di tagliarti.
– La casa blu, dopo il fosso. Le vedi le rane? E le cavallette? E quei luridi nazi che inseguono la ragazza?

Prendo l’asciugamano. Glielo passo sul viso. Tolgo la schiuma rimasta, solcata di peli neri e bianchi e grigi.

– Salgono da Marano con le Jeep. Non avevamo mai visto Jeep prima. Salgono con le camionette. Scortati da quei putridi fascisti, delatori e assassini. In una camionetta ci sono cinque giovani, prelevati dal carcere di Vignola. Ma proprio a questa strada gli dai il bollino blu?

La strada la conosco bene, l’ho percorsa decine e decine di volte, è fluida, sinuosa, dolce come le fronde del granoturco piegate dal vento.

– La ragazza aveva due mucche, un vitello e una ventina di pecore sul cui vello era dipinta una piccola chiazza di colore rosso per distinguerla da quelle delle altre greggi. E d’inverno studiava, chiedilo al parroco. I suoi genitori non vollero lasciare la casa. Dopo l’assalto dei partigiani si diceva che i nazisti avrebbero fatto rappresaglia. Ma loro non ne vollero sapere. Abitavano a Castellazzo, sopra la casa blu in prossimità di Ospitaletto. Quando arrivarono, i tedeschi spararono con i fucili. I due vecchi, morti stecchiti. Non avevano fatto altro che coltivare quella povera terra, aspra come il vino fatto in casa. E la ragazza a pascolare. I conigli nelle gabbie, le galline a razzolare. Lei iniziò a correre e quei maledetti dietro.

Erio si immobilizza. Rigido come una roccia. Penso a un infarto.

– Erio, porca vacca, rilassati.

Erio è una parete nord. Una cascata di ghiaccio. Un solco nel vinile. Con la puntina che si blocca e torna indietro. È liscio come una lacrima. È secco come un colpo di forbice. Come il suono di una portiera d’auto che sbatte. È un ammasso di cellule inghiottito da un incubo. Gli prendo le spalle. Gliele stringo. Lo massaggio, sforzandomi di essere come Cavanna, il massaggiatore cieco di Fausto Coppi. Di avere le stesse qualità taumaturgiche. Respiro. Immagino la strada, che da Marano sale per tre chilometri con tornanti lievi che sono balconi meravigliosi su tutta la valle del Panaro. Adesso la strada è asfaltata, ma come la immagina Erio probabilmente è più polverosa di una tempesta di sabbia.

– Erio, dai, apri gli occhi.
– Cosa vuoi da me, per dio? Dimmi cos’è la vita: una pozzanghera di ricordi? Quando senti una vecchia canzone sgrani gli occhi incredulo per quanto possa sca- vare dentro te in poche note? Da dove vengono questi fottuti sentimenti? «Ci sono tanti morti nella mia vita, ma il più morto di tutti è il ragazzo che fui». Parola di Bernanos.
– Ok Erio, no future. Però dopo tre chilometri e duecento metri la strada spiana e si sdraia su un crinale che divide in due tutto il mondo: di qua la valle del Panaro, di là le pieghe di terra che rotolano verso la pianura. Sembrano onde millenarie, pietrificate da un anatema pagano e crudele e sublime nello stesso tempo. Tutto sembra povertà. Anche il sudore. [continua]

Il racconto è tratto dal libro di Francesco Ricci, Bella ciao, pubblicato da Incontri Editrice, Sassuolo 2012 (94 pagine, 12 euro).

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Francesco Ricci, Bella ciao, Incontri Editrice, Sassuolo 2012 (foto di Francesco Ricci)

 

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