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Archivio ANP

Di Stefano Zanini

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Diciassette anni, ragazzi. E sembra ieri. Era il 28 aprile 1996, giornata di sole, primavera. Olanda e Belgio. Amstel Gold Race: vittoria. La mia prima vittoria importante in una classica. Oggi mi ritrovo in ammiraglia, alla prossima Amstel Gold Race, che si correrà domenica. E certamente proverò sensazioni particolari: perché rivedere quelle strade, da tecnico, mi farà un certo effetto. E al mio fianco avrò Alexandre Vinokourov che, dopo averlo avuto come collega e avversario in bici, oggi è il mio “capo” all’Astana. Domenica correremo per vincere, come sempre: con Gasparotto, che già vinse lo scorso anno, ma anche con Iglinsky e Fuglsang, gli altri due capitani.

Quel 28 aprile 1996, però, rimarrà per sempre nei miei ricordi. Il percorso era molto diverso da quello attuale, ma nelle caratteristiche del tutto simile: si correva tra Olanda e Belgio, con gli ultimi cinquanta chilometri in territorio belga, per poi  varcare il confine e arrivare a Maastricht. Alcuni anni dopo, quel percorso fu cambiato: motivi? Mucca pazza. Per colpa di “mucca pazza” gli olandesi decisero di farci correre soltanto in OIanda, sul percorso che è anche quello attuale. Era una corsa tutta a strappi e vento: oggi ce ne sono trentadue, allora era più o meno lo stesso numero, ma con le ultime salite tutte in Belgio.

Ricordo ancora i favoriti di allora, gente come Museeuw e Vandenbroucke. Ma erano molto attesi anche Bugno, Armstrong, Bortolami, Bartoli e Sorensen. Proprio quest’ultimo era in fuga nel finale, con Peron e Missaglia. In uno strappo, il terz’ultimo, molto temuto, mi ricordo che uscii in avanscoperta dal gruppo e riuscii a rientrare sui primi tre. Avevo davvero una buona gamba e, come d’istinto, dopo un paio di chilometri, scattai nuovamente. Il terzetto con Sorensen, Peron e Missaglia fu probabilmente sorpreso. Guadagnai qualche metro, loro si guardavano un po’, e io presi  il largo. Mancavano una quindicina di chilometri, a tutta.

3Quanta grinta, ma ricordo bene il vento, ragazzi. Lì è sempre così, anche oggi: in cima gli strappi non c’è discesa. Arrivi in cima e ti ritrovi in aperta campagna, con il vento che ti agita come una banderuola. C’era un ponte, mi ricordo ancora, un mezzo cavalcavia, sul quale mi ritrovai davvero come contro un muro di vento: e in un primo momento mi stavo quasi demoralizzando, “mannaggia il vento in faccia, è dura”, Poi, però, mi sono detto: “Bé, come ce l’ho io, ce l’avranno anche gli altri, in vento in faccia”. E ripresi morale.

Da solo al comando, in balia del vento, ma alle mie spalle gli avversari non si vedevano. Nemmeno nei punti in cui la strada girava e ti consentiva una visuale molto ampia: e in quelle situazioni, il morale saliva. Cercai di amministrare le forze, ero a tutta, ma cominciavo a sentirmi stanco: le ultime due salite le affrontai con intellingenza, risparmiando qualche energie nei tratti precedenti. E arrivai da solo, un momento davvero magico. Mentre alle mie spalle, il gruppo riassorbì gli altri fuggitivi.

Sono emozioni che un corridore non può dimenticare: pochi istanti, festeggiamenti semplici, ma tanti ricordi e tanta emozione. Ricordo ancora l’abbraccio fraterno di Antonio Santaromita. Il mio maestro: era uno tra i più umili del gruppo, Antonio. Non era un capitano, ma è quello che mi ha insegnato di più. Sapeva interpretare la corsa e il mestiere di corridore davvero molto bene. Ci allenavamo insieme già da giovanissmi, quando ancora non correvamo  nella stessa squadra. Seguivamo entrambi le tabelle di allenamento che ci preparava il povero Aldo Sassi: e la nostra amicizia nacque in quelle situazioni.

In ammiraglia, nella mia squadra, quel giorno c’era Paolo Rosola e con tutti i compagni si fece un bel brindisi: ma, come quasi sempre nella vita del corridore, non c’era tempo per perdersi in troppi festeggiamenti. C’era un altro aereo da prendere, si doveva rimettersi subito in viaggio.

Quest’anno l’Amstel non sarà molto diversa, come ho detto, dal punto di vista tecnico: strappi da mal di gambe e, in cima, vento, in mezzo alla campagna olandese. In ammiraglia, chissà se ci sarà tempo per pensare a quel ’96

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