Foto di Nicola Ianuale

Foto di Nicola Ianuale

Di Lorenzo Franzetti

«Quando in volata tiri i freni e pensi, magari, a chi hai a casa, a tuo figlio o a tua moglie, quello è il momento di smettere», aveva sempre detto Alessandro Petacchi, a proposito del suo finale di carriera. La paura di rischiare, con la mente alla famiglia, gli affetti più cari: non è stato esattamente così, per Alejet. «Dopo tanti anni, una vita in bici, i pensieri arrivano ogni volta che devo prendere un aereo, prendere la valigia e andare, attaccare un numero sulla schiena e tornare a casa chissà quando». Il segnale che è tempo di smettere, Petacchi l’ha avuto per quello. Dopo 18 stagioni da professionista, accettare di dormire in 120 alberghi l’anno, può diventare un problema: perché all’alba dei quarant’anni (Petacchi ne ha 39, ndr), un uomo si accorge di quanto ciclismo ha vissuto e di quanta vita, invece, è stato solo spettatore. Per forza di cose. Un corridore professionista fa un lavoro meraviglioso finché c’è una passione totale, ma al di là della passione, il sacrificio è sempre condiviso: sulla bilancia, i pesi quasi mai combaciano. Dal punto di vista della famiglia, per un bel po’ di stagioni, i sacrifici sono maggiori: la fatica condivisa, la sofferenza condivisa. Nei momenti difficili e in quelli belli, ma sempre con un papà e un marito corridore con la valigia in mano.

Un corridore professionista che decide di metter su famiglia è quasi certo che si perderà la nascita del figlio, salvo fortunate coincidenze, ed è quasi certo che non lo ascolterà dal vivo a pronunciare la prima parolina. Nelle estati più dolci di Toscana, poi, si perderà quasi sicuramente altri piccoli e grandi momenti, dalle prime pedalate senza rotelle, agli abbracci nei momenti tristi. A 39 anni, queste cose possono pesare molto, moltissimo: è legittimo. Duecento vittorie possono bastare.

«Non ho più voglia di correre, niente più stimoli, e, per non mancare di rispetto a chi ha avuto fiducia in me, gli sponsor e i tifosi, è giusto che mi prenda una pausa». Alessandro Petacchi abbandona in questo modo, lasciando aperta una porta… per rientrare. Perché un grande campione, nella sua mente, s’immagina il momento dell’addio come un commiato tra gli applausi, a scena aperta.

Invece, Petacchi se ne è andato in silenzio, spenti gli ultimi riflettori, quelli della Roubaix: «Avevo sempre detto che avrei voluto correre ancora una volta la Roubaix, prima di smettere», ripete spesso Alejet. E l’esperienza del pavé è stata l’ultima scena di una carriera che si è fermata, non senza aver ricordato l’amico Franco Ballerini. Su quel volto segnato dalla polvere e dalla fatica, è riapparso quel pensiero fisso: la voglia di dedicarsi alla famiglia, di stare con moglie e figlio a vivere i piccoli momenti che, per anni, ha dovuto sacrificare. Basta aerei da prendere, niente più bagagli da fare e disfare. Quest’anno la primavera avrà il sapore della Versilia.

Ogni corridore ha tre compagne di vita, con le quali si confronta costantemente: la coscienza, la bici e la moglie. E, a seconda dei momenti e dell’età, l’ordine è variabile. Ogni corridore dialoga con la bici, lo fa ascoltando il suo corpo, ogni giorno, cercando d’interpretare i segnali che arrivano dalla fatica, dal cuore che batte, dalla forza e dalla voglia di reagire al mal di gambe.

Foto di Nicola Ianuale

Foto di Nicola Ianuale

E le emozioni condivise, con la bici, restano: avrà sempre un sapore inconfondibile, prendere la bici la mattina e uscire sul lungo mare, ritrovarsi una folla di tifosi a ruota, sulla Versilia e poi staccarli per assaporare la bellezza di certi luoghi, magari salendo sui tornanti di Monte Marcello, con lo sguardo che si perde nel blu del mare, con i polmoni che si riempiono di quel paradiso. Davanti alle Cinque Terre, tra Toscana e Liguria. Con al bici, il discorso resta aperto, sempre aperto: per questo Petacchi dice… «è un arrivederci, non un addio». Anche se difficilmente, lo sa anche Alejet, lo rivedremo sgomitare con Cavendish in volata.

Riservato, silenzioso, timido, sensibile, mai un mago con le parole. Meglio in bici. E giù dalla bici, quello sguardo che solo i tanti, troppi cronisti bulimici di parole, incapaci d’interpretare silenzi e di ascoltare. Se non sei uno showman, la tua carriera vale la metà. Per molti, quasi tutti, si ritira il Petacchi ombroso e triste. Ma, sono pronto a scommetterlo, stamattina Alejet avrà il più bel sorriso sul volto. Accanto alla sua amata famiglia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.