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di Guido P. Rubino (foto RCS – LaPresse)

«No, no!!!! Dernier tour, dernier tour!» si affannava lo speaker per avvisare il giovane corridore russo, o forse polacco, oppure tedesco. Il francese è la lingua del ciclismo e per non sbagliare si era affidato proprio a quella.

A quel Gran Premio Liberazione, di diversi anni fa, era capitata questa cosa buffa e tragicomica. Una volata in apnea, a tutta e l’esplosione a braccia alzate di un ragazzino che sogna di staccare un biglietto per i grandi anche grazie a questa vittoria pesante. Solo che nello scapicollarsi verso l’arrivo, il ragazzino, aveva contato male, e ha sparato quell’ultima cartuccia tutta lì. A un giro dalla fine. La voce dello speaker dal palco lo ha riportato ai conti giusti. Peggio di una mazzata. Al giro dopo, quello del traguardo vero, sarebbe arrivato solo piazzato, con le gambe già morte.

16_romamaxima13Sempre Roma, qualche anno dopo. Altra corsa, altri corridori, altro errore. Filippo Pozzato, corridore professionista d’esperienza, alza le braccia sul traguardo. Gioia di fronte al Colosseo per celebrare una vittoria che però gli era stata scippata 37 secondi prima da un francesino rimasto fuori, ultimo di una fuga sgretolata lungo i chilometri.

Errori che fanno sorridere. Lo stesso Pozzato, con un po’ di rossore, ne parla dalla sua pagina facebook, mostrando la foto della sua mancata vittoria.

Cose che capitano e che, alla fine, fanno bello un ciclismo che a volte ci appare tanto tecnologico. Tra misuratori di potenza, gps, cambi elettronici e moto al seguito, nessuno si è accorto che quelli dietro non sapevano del fuggitivo. Qualcuno, il giorno dopo, commenta la disdetta di non usare le radioline. Sarà pure, ma veder passare ancora la moto con la vecchia lavagna per dire i distacchi ai corridori fa parte di questo sport. Che può rimanere romantico anche in mezzo a tanta tecnologia. E pazienza per qualche errore.

La pagina Facebook di Filippo Pozzato...

La pagina Facebook di Filippo Pozzato…

L’altra faccia della medaglia è un francese che alla corsa di Roma è arrivato per caso, a sostituire un compagno di squadra ammalato e ficcatosi in una fuga per obbedire alla tattica studiata a cena, la sera prima, con squadra e direttore sportivo. Lui si è fatto la sua fuga di 127 chilometri. Quando ha staccato tutti sulla salita dei Cappuccini ha proseguito da solo. Per studiare da campione, coi campioni dietro che inseguivano senza saperlo.

La gente sorride, la gente ricorda. La gente apprezza. E non smette di incitare e appassionarsi.

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