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di Daniele Scaglione

Confessiamolo: chi di noi avrebbe pensato, anche solo un anno fa, che la bicicletta sarebbe diventata così di moda, dalle nostre parti? Invece è arrivato #salvaiciclisti, molti organi di informazione generalisti hanno cominciato a parlare di bici, personaggi famosi hanno fatto outing dichiarando il loro amore per le due ruote a pedali. È poi notizia fresca che nella capitale, Roma, il numero di utilizzatori delle due ruote è letteralmente esploso, così come a Torino, che pure è la capitale dell’auto, l’introduzione del Bike sharing ha avuto un’accoglienza enormemente più ampia del previsto.

Ma le mode, si sa, sono per definizione effimere. Tutto questo bel fermento in favore delle biciclette ancora non si è trasformato in un cambiamento concreto della “ciclabilità” del nostro paese: girare in bici per Roma e Torino è  ancora uno sport estremo, e temiamo che ci vorra ancora molto tempo prima di avere un ministro dei trasporti o almeno un assessore alla viabilità che dia vita a un cambiamento deciso.

Intanto che aspettiamo è interessante guardare un po’ oltre, in altri continenti. Ci rendiamo così conto che quella che per noi è una battaglia per salvaguardare i nostri nervi e i nostri polmoni, in paesi dell’Africa, dell’Asia e anche dell’America latina è una battaglia contro la povertà, la fame, l’ingiustizia sociale. La bicicletta, nei cosiddetti paesi meno sviluppati, può essere vero motore (a pedali) di sviluppo.

Infatti sono strumenti di trasporto, magari di acqua indispensabile per l’agricoltura. Oppure rendono fattibile il tragitto verso la scuola, che spesso è così lungo e pericoloso da tenere lontano dai banchi studenti e studentesse. Alle volte, le biciclette sopperiscono alla mancanze di ambulanze e, non meno importante, consentono alle persone di prendere parte a riunioni dove si discutono i problemi comuni e si elaborano soluzioni.

In altre parole, una bicicletta è uno strumento di emancipazione. Possederla, per una persona povera, può voler dire riprendere un po’ in mano il proprio destino. Per questo, essere i partner di Cycle! Pedalata per lei, che si terrà il 10 marzo (a Laveno Mombello, sul lago Maggiore), per noi significa molto più che cogliere un’opportunità per promuovere le nostre azioni e raccogliere fondi. Significa mettere insieme due passioni, quella per il nostro mezzo di trasporto preferito, con quella per un mondo più giusto. Significa realizzare l’incontro ideale tra donne, che, da una parte all’altra del mondo, si impegnano per affermare il proprio diritto a ‘puntare in alto’, a non accontentarsi, a cercare di migliorare la propria condizione.

Il progetto che sostiene questa manifestazione riguarda una terra, l’Afghanistan, dove le biciclette ancora faticano ad affermarsi per almeno la metà della popolazione: una donna in bicicletta, in questo paese, non è spettacolo frequente, e non per ritrosia delle donne, ma perché a loro non è consentito usarle. Ma per le donne afghane i problemi sono tanti, certo non hanno solo quello della mobilità. Con il contributo del ministero per gli Affari Esteri italiano e in collaborazione con l’agenzia delle Nazioni Unite per le Donne, actionaid ha dato vita a un progetto contro la violenza sulle donne. Con i fondi raccolti garantiremo assistenza locale a oltre 1.000 donne, formeremo 60 consulenti legali, creeremo 50 gruppi di auto aiuto, sensibilizziremo i consigli degli anziani di una cinquantina di villaggi.

La bicicletta può dunque cambiare le condizioni di vita delle persone, in Italia come nel resto del mondo: per fare la tua parte, partecipa a  Cycle! Pedalata per lei.

 

http://www.actionaid.it/it/cosa_puoi_fare/dona__it/prog_avvio/afghanistan.html

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