di Gino Cervi, foto di gc

Ci saranno 3°C e una pioggerellina ghiacciata che si infila nel coppino. La carovana della Sanremo prende le mosse dal Castello e attraversa ad andatura turistica il centro di Milano, semivuoto per il gelo di questa finta primavera e anche per l’annuciato – e poi dimezzato, mah… – blocco del traffico automobilistico. I 200 sfilano attenti a non infilarsi nelle rotaie dei tram, lungo corso Italia, saltellando sul pavé, un mese prima della Roubaix.

All’angolo tra via della Boifava e via della Chiesa Rossa, Milano finisce e inizia la terra di mezzo: non più città e non ancora campagna. Alla Conca Fallata, la conca sul Naviglio Pavese in faccia a quelle che un tempo, neanche tanto lontano, erano le Cartiere Binda, e ora sono edifici residenziali pitturati di giallino, era consuetudine far partire la gara vera, quello che adesso si chiama Km 0 (e non c’entra con la sostenibilità alimentare…). Qui un tempo, prima di salire in sella e spingere a tutta, le decine e decine di ciclisti, facevano lungo il bordo strada, o mirando dentro il Naviglio, l’ultima pipì. Non doveva essere un bel vedere, a pensarci su: un pisciatoio collettivo.

Ora non è più così. I 200 sfilano via leggeri, intabarrati dentro l’abbigliamento tecno che forse un poco riuscirà a proteggerli dal gelo. Quelli che stan lì sul marciapiede da un bel po’, li vedono passare d’un soffio. Sempre così nel ciclismo, e in questa strana passione dell’aspettare chi ti passa sotto il naso solo per pochi secondi.

Chiedo a un sciur che mi pare abbia gli anni per ricordarsi di tante Sanremo. “L’è ona vergogna!” mi risponde. “Stamattina alla radio e alla televisiun nanca una parola de la Milan-Sanremo: parlen dumà del balun e pulitica!” A un altro chiedo quante volte ha visto passare di qui la corsa. Mi dice che ha settantacinque anni, e che da quando ne aveva 14 si ricorda della Sanremo perché suo papà tirava fuori apposta dal garage, per inaugurare la primavera, “il” Guzzi. Salivano su e seguivano la corsa: prima a Pavia, poi scattavano avanti fino a Novi; e poi mentre il gruppo faceva il Turchino, loro lungo la “camionabile” li riprendeva a Voltri. E poi giù, in questo gioco di rincorse e attese, fino a Sanremo. Tornavano a Milano in serata!  

“Pori fioeu! Chissà che fregg che g’han!” dice la signora con l’ombrella verde. Penso che la forza del ciclismo stia in questi ricordi. Ma che forse il ciclismo di questi soli ricordi rischia di morire. Intorno a me però non ci sono solo quelli che hanno negli occhi Coppi e Gimondi, Merckx e De Vlaeminck. Sono molti anche i ragazzi giovani. Bici di corsa, mtb, qualche fissa. Uno con la fissa, appena rimessa a nuovo da un vecchio telaio Bianchi da passeggio anni Settanta, lo conosco: pedala con buona gamba lungo l’Alzaia mentre torniamo a casa. Si chiama Pietro, ha tredici anni, ed è mio figlio. Dice di aver visto Gilbert con la maglia iridata in mezzo al gruppo. Chissà se era lui, ma è comunque bello crederci. Di sicuro ha visto una partenza della Sanremo dalla Conca Fallata. Così un giorno, tra trent’anni, se ci sarà ancora la Milano-Sanremo, se esisterà ancora il ciclismo, potrà portarci qualcun altro e ricordarsi di oggi.

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