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Un paio di settimane fa ho letto un interessante articolo di un blogger del Fatto Quotidiano, testata online dove scrive i suoi post anche un famoso attivista delle due ruote a pedali, Paolo Pinzuti. Non è solo una coincidenza: l’articolo critica proprio le opinioni di quest’ultimo, che ha poi successivamente replicato. L’articolo di cui parlo mi pare interessante per due motivi: primo, è una voce fuori dal coro. Marco Ponti, economista, nel suo post sostiene che le proposte politiche da mettere in atto per una mobilità nuova sono viziate da una visione ideologica e, secondo lui oltre ogni ragionevolezza, anzitutto avverse all’automobile.

vict1949In un panorama di opinioni sempre più scettiche a tutti il livelli nei confronti delle grandi opere infrastrutturali e di un modello di mobilità individuale centrato sull’uso indiscriminato dell’auto, i suoi sono dunque argomenti quantomeno originali. Secondo, perché nel post ricompare una figura che ormai sembrava esclusa dalle riflessioni degli economisti come lui, cioè l’operaio. E non si tratta certo di una citazione marginale. Dovendo screditare le politiche a favore di una mobilità nuova centrata sulla bici anziché sull’auto, Ponti sostiene che la maggioranza degli operai italiani va al lavoro in macchina perché non può permettersi di abitare in localizzazioni ben servite, al contrario di altre categorie, come gli impiegati e gli studenti, che invece affrontano spediti trasferimenti in centro città (come se i centri città italiani fossero in media praticabili con i mezzi, e soprattutto come se impiegati e studenti battessero necessariamente quelle rotte). Per riassumere: inutile dire ai poveri di andare in bici, abiteranno sempre troppo lontani dal posto di lavoro, per definizione accessibile solo in automobile. La bicicletta è solo per quei raffinati viveur che abitano i centri storici. Con buona pace di percentuali sempre più massicce di cittadinanza che si muovono già a pedali avendo abbandonato l’automobile, ormai anche in Italia, sia fuori che dentro i centri urbani.

Piuttosto che farina del sacco di Ponti, l’associazione tra uno stile di vita privilegiato e pratiche di mobilità a base di trasporto pubblico e biciclette, in contrasto con quella che vedrebbe i ceti meno abbienti senza possibilità di redenzione in preda all’automobile somiglia molto ad uno degli argomenti dei piccati Comments (6/2011) di ACEA (l’associazione europea dei costruttori di automobili e bus) al White Paper della Commissione Europea sul futuro dei trasporti sul nostro continente. Del White Paper e dei relativi Comments ne parlo diffusamente nel mio libro di prossima uscita per Ediciclo. Il futuro che in modo diverso tratteggiano i due documenti sta per fortuna già andando in tutt’altra direzione rispetto al perpetuare un’uso indiscriminato dell’automobile.

Al di là delle questioni politiche e sopratutto economiche che le pratiche per una mobilità nuova chiamano in causa, questa cosa degli operai nell’articolo di Ponti mi ha fatto comunque pensare, sollevando pagine di ricordi. Ho ricordato mio padre, un metalmeccanico, che infatti tutti i giorni andava a lavorare in “macchina” in fabbrica, a Roma. Nei miei ricordi di bambino il Maggiolone azzurro è un’immagine affettiva, queste linee tonde, colorate, c’è sempre il sole che entra dai finestrini, io in piedi sul predellino attaccato al portapacchi mentre mio padre guada un torrente (!), oppure ranicchiato nel sonno ascoltando il motore durante i viaggi in autostrada, o in città ridendo alle gocce di pioggia sui finestrini. Mio padre conosceva i motori, e me ne ha passato facilmente le competenze. Mai avuto dubbi, da ragazzo. Patente a diciott’anni precisi, molta motocicletta, molta automobile. Ma tutto è cambiato.

Charles Schultz non è arrivato a mostrarcelo, ma possiamo essere certi che Linus, intelligente com’è, abbandonerà un giorno la sua preziosa coperta. La mobilità inefficiente degli ultimi decenni è l’oggetto transizionale di cui noi figli dell’età industriale, ormai consapevoli, direi meglio sgamati, ci stiamo liberando. Da grande, non dormi più con l’orsetto. Il bozzolo, che una mobilità centrata sull’uso indiscriminato dell’automobile rappresenta, si è incrinato, dobbiamo uscire. Ponti chiama ciò un nuovo medioevo, ma il medioevo è invece finalmente alle nostre spalle. Dopo il Medioevo, c’è il Rinascimento. Io ho smesso di usare mezzi a motore, e nella mia quotidianità non frequento solo centri città. Mi piacciono ancora le automobili, le motociclette. Ma non le uso praticamente più. E va molto meglio. Adesso vado in bicicletta.

operai_tc11_big1Continuando a riflettere sugli operai sono andato allora a misurare, per la prima volta nella mia vita, il tragitto quotidiano di mio padre. Vediamo un po’. Quello che faceva ogni giorno, da un quartiere periferico dove abitavamo per andare al lavoro in area suburbana e viceversa. Quello che nella mia fantasia di bambino sembrava un viaggio. Papà che va a lavorare. Quello che ancora oggi a molti romani sembra un viaggio, qualcosa di impossibile da raggiungere altrimenti che in automobile (la destinazione è tra l’altro su quella che un rapporto del 2011 indica come la strada più trafficata d’Italia). Mentre aspettavo a casa immaginavo mio padre nel traffico, oppure semplicemente concentrato alla guida per tornare a casa in tempo per la cena. Inserisco gli indirizzi di partenza e di arrivo e clicco: “Cercare”. Distanza: dieci chilometri. Trent’anni fa mio padre riusciva eventualmente anche ad andare e tornare per il pranzo (infrangendo serenamente i limiti di velocità, sono sicuro). Oggi, costretti ad andare praticamente al passo per l’aumento esponenziale della congestione ci vuole un’ora, quando il traffico non si blocca del tutto. In bicicletta, con tutte le buche, i semafori, i camion, il traffico e le salite (poche) ci vogliono quarantacinque minuti. Alla faccia del medioevo.

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