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«Alla fine la gente perdona e dimentica. E ricorda quello che hai fatto di buono». Le parole potrebbero sembrare quelle di un noto politico italiano, ma sono state pronunciate qualche giorno fa da Lance Armstrong. Che, in effetti, ha fatto riferimenti proprio a un politico, l’americano Bill Clinton, esprimendo la sua stima per l’ex presidente.

Liberatosi del texano, il ciclismo agonistico, nel frattempo, sta entrando nel vivo,con le corse più importanti: c’è una generazione di atleti che sta emergendo con forza e sta tornando a entusiasmare. Non mi riferisco soltanto a Vincenzo Nibali, quanto ai vari Peter Sagan, Moreno Moser, Diego Ulissi, Elia Viviani e altri talenti che stanno provando a riconquistare la gente. Non sono stati loro a deludere, il danno non l’hanno fatto loro, ma si beccano comunque i cocchi, per colpa dei loro fratelli maggiori. E alle gare, quelle finora viste in Italia, si devono accontentare del pubblico dei pensionati e dei meno pigri. La nuova generazione di corridori sta regalando pagine di spettacolo davvero esemplari, in questi giorni: dalle Strade Bianche a Laigueglia, dalla Tirreno-Adriatico alla Parigi-Nizza.

Insomma, ce la stanno mettendo tutta, i ragazzi, sono encomiabili. E il prezzo da pagare è ancora più pesante, per loro: perché il fardello che si portano dietro, è anche quello dei sospetti, legittimi e inevitabili, per tutte le prestazioni di alto livello tecnico e fisico… Il “sarà tutto vero” s’insinua in ogni emozione, come ho già scritto qualche settimana fa.

Perché accade questo? Per colpa del passato, ma anche per colpa del presente, per la persistente e continua mancanza di coraggio delle istituzioni e del movimento professionistico di fare gesti forti. Che, parliamoci chiaro, non sono i test antidoping sempre più perversi e da investigatori privati. Il gesto forte è quello di chiudere, nel modo più inequivocabile, con il passato, con quel ciclismo che, per un quindicennio almeno, non è stato credibile in nulla. Ormai l’hanno riconosciuto tutti, quel ciclismo degli anni Novanta e anche oltre, quel sistema connivente e omertoso, non era credibile. Tutto il sistema. Eppure c’è sempre la tendenza ad assolvere qualcuno e condannare altri, spesso anche semplicemente in base alla simpatia.

Per cui, anche nel ciclismo di oggi, quello dei giovani Moser e Sagan, continuano a circolare fantasmi del passato o rappresentanti in terra di quei fantasmi: ovunque. Buona parte di coloro che da corridori hanno accettato quel sistema, se non addirittura hanno calpestato in prima persona principi morali e valori, oggi te li ritrovi in molte ammiraglie, alla guida delle squadre, nelle istituzioni politiche del ciclismo, nei giornali, in tivù. Quelli più compromessi, perché c’è anche chi ha fatto danni da corridore e poi pure da direttore sportivo, se ne stanno fuori qualche anno e poi li rivedi riciclati dentro a qualche squadra, a insegnare (che cosa avranno da insegnare?) il ciclismo ai nuovi talenti.

Ed è curioso, come nell’ambiente del ciclismo professionistico e dilettantistico, ci siano personaggi a cui viene perdonato tutto, in virtù di quale principio non si sa, mentre altri sono più “cattivi” degli altri. Squalifiche, scandali, fango a volte inevitabile, altre volte ingiusto: gettato sempre e comunque sui corridori. In tutti questi anni, non c’è stato un tecnico o altro personaggio esterno (se si eccettua qualche medico preparatore, ma anche lì in modo ambiguo) che abbia pagato davvero e duramente, per certe malefatte. E anche quest’anno, dopo un inverno indecente, in cui sono emersi fantasmi di un certo passato, dopo settimane in cui i giornali hanno vomitato di tutto e di più sul ciclismo dei malcapitati Sagan, Moser, Viviani, tutto ricomincia come sempre. Si parla di cambio generazionale, è una bella cosa di cui parlarne in pubblico e sui media, ma attorno ai corridori, il cambio generazionale, e soprattutto etico, dov’è? E tutti, attorno ai corridori, sempre al loro posto, come al solito.

Il passato non conta, il passato si perdona: forse ha ragione Lance Armstrong. Ma là fuori, dietro alle transenne delle corse italiane, ci trovi solo nostalgici e vecchietti. Chissà, forse anche il ciclismo ha bisogno di un nuovo papa, o semplicemente di qualche grillino che abbia il coraggio di cacciare a pedate un certo vecchiume, moralmente impresentabile.

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