di Gianni Bertoli

Gli spalti del Vigorelli sono gremiti all’inverosimile in attesa dell’arrivo del Giro di Lombardia 1956.

Ho compiuto da pochi giorni i quattordici anni e vivo di ciclismo, “Gazzetta” e “Sport illustrato”. Con alcuni amici sono riuscito a trovare posto nella tribuna opposta al rettilineo d’arrivo, a trecento metri circa dalla linea bianca, in modo che la torretta dei giudici di gara e dei cronometristi non ci impedisca la visuale del traguardo. Via Giovanni da Procida e tutte le strade adiacenti sono invase da appassionati che non hanno trovato posto all’interno della pista magica.

Da un paio di anni, quando, all’inizio del 1955, Gino Bartali ha deciso di appendere la bicicletta al classico chiodo, tifo per Coppi. Può sembrare strano ma, a parte il valore assoluto del Campionissimo, mi affascina questo corridore che, dopo una carriera ineguagliabile, continua a mettersi in discussione mentre viaggia verso i trentasei anni. Poi, insomma, tifando Coppi è un po’ come continuare a tifare Bartali.

La stagione ciclistica 1956 è stata teatro di risultati e di avvenimenti importanti e, a volte, strani.

In realtà si sta assistendo ad un cambio generazionale. I vecchi campioni non vogliono abdicare ma stanno affermandosi Anquetil, Van Looy, De Bruyne, Gaul. In Italia si punta su Nencini, Monti, Chiarlone, Maule e Aldo Mosèr, il “bocia” di Palù di Giovo che tutti chiamano Mòser e nel quale qualcuno vede la reincarnazione di Bartali. Dopo un 1955 di tutto rispetto, alla fine del quale Coppi ha conquistato il titolo italiano, mettendo in atto al Giro dell’Appennino quello che mi piace definire “l’ultimo volo dell’airone”, era venuto il momento di abbandonare la Bianchi. Il felice sodalizio tra il campione di Castellania e la casa di viale Abruzzi era durato ben dieci anni e, come aveva fatto Bartali nel 1949, Fausto, sbagliando forse i tempi, aveva lanciato le biciclette che portavano il suo nome. Le bici, di un elegante grigio, erano costruite da Fiorelli. Dopo varie trattative era stato finalmente trovato anche l’accordo per la sponsorizzazione. Era nata così la Carpano-Coppi, maglia completamente bianca, che Coppi, per evidenti motivi economici, indossava in luogo di quella tricolore sulla quale non erano ammesse scritte pubblicitarie.

Non era una grande squadra la Carpano-Coppi. Nata decisamente in ritardo, il direttore sportivo Vincenzo Giacotto si era dovuto accontentare di quel poco che passava il convento, di corridori, cioè, che non avevano già un contratto con altre squadre.

Sandrino Carrea, Ettore Milano e Michele Gismondi erano ancora sotto contratto con la Bianchi e così Giacotto, dei fedelissimi di Fausto, era riuscito a portare in maglia Carpano solo Stefano Gaggero. Poi avevano firmato due giovani di belle speranze, Giuseppe Cainero e Colombo Cassano, la promessa mancata Luciano Ciancola, due vecchioni, Desirè Keteleer e Ferdy “Testamatta” Kubler, Giovannino Corrieri, ex uomo di fiducia di Bartali. Completavano l’organico il mercenario francese Dupont, Nascimbene, Negro, Scudellaro e Sobrero.

Malgrado ciò la Carpano-Coppi aveva inaugurato la stagione in modo più che brillante: “Testamatta” Kubler aveva messo il suo nasone davanti a tutti sulla pista del Motovelodromo alla fine della Milano-Torino, sparando l’ultimo lampo di classe della sua carriera.

Fausto, invece, aveva cominciato la nuova stagione con una febbre tifoidea, tanto per non smentirsi ….

Appena ristabilito, aveva preso il via al Giro d’Italia ma si era ritirato per una brutta caduta che gli aveva procurato lo spostamento di una vertebra dorsale: ingessatura di busto, torace e collo.

Al di là delle vicende di Coppi ne erano successe di tutti i colori. Magni, all’ultima stagione della carriera, aveva pagato un alto tributo alla sfortuna. Alla “Sanremo” era giunto secondo dopo una grande rincorsa a Fred De Bruyne sotto la pioggia. Al Giro si era portato a spasso per l’Italia una spalla rotta giungendo comunque secondo dietro al lussemburghese Charly Gaul dopo il cataclisma del Bondone. Al mondiale, nell’aia allagata di Copenaghen, erano fuggiti in dodici. Uno di essi, su un asfalto pulito dalla pioggia battente, incredibilmente aveva forato: il grande Fiorenzo, dodicesimo al traguardo. La maglia iridata era andata, come nel 1949, a Rik I Van Steenbergen, secondo Rik II Van Looy, terzo il vecchio pistard Schulte.

Il Giro delle Fiandre era stato appannaggio di Jean Forestier, il “fuggitivo folle” dei Giri di Francia, Bobet aveva messo il timbro alla Roubaix, il giovane Rik II Van Looy si era aggiudicato Gand-Wevelgem e Parigi-Roubaix, la Freccia Vallone aveva visto l’affermazione di un belga dal nome impronunciabile, Rik Van Genechten. Anquetil strabiliava a cronometro, la Vuelta era stata vinta stoicamente dal febbricitante Angelo Conterno e il Tour aveva visto l’affermazione a sorpresa di Roger Walkowiak. Giorgio Albani era il nuovo campione italiano.

E Coppi? Dopo i problemi fisici si era piazzato quindicesimo al “mondiale”. Qualcuno gli aveva cantato il “de profundis” quando, alla Coppa Bernocchi, nell’occasione eccezionalmente corsa a cronometro, era giunto secondo dietro Vasco Modena, neo–professionista dell’Arbos-Bif. Modena, all’anagrafe Velasco, classe 1929, trentino di Mori, incredulo, aveva mostrato tutti i suoi denti da cavallo in un sorriso che sarebbe restato l’unico della sua brevissima carriera.

Prima del Lombardia però Fausto si era imposto a Lugano, nel Gran Premio Campari a cronometro, battendo per diciannove secondi lo specialista svizzero Rolf Graf. Si diceva che fosse in formissima per il Lombardia.

Prima del Giro di Lombardia il Vigorelli era stato teatro di due importanti avvenimenti. Il 19 settembre Ercole Baldini, ancora dilettante, aveva battuto di duecentotrentaquattro metri il record dell’ora di Anquetil: Vigorelli gremito e indimenticabile fiaccolata finale con i giornali arrotolati e accesi. La settimana prima del “Lombardia”, nella finale del “Gran Premio Pirelli” per dilettanti, Diego Ronchini era fuggito sul Ghisallo assieme al ravennate Angelo Miserocchi – il destino nel cognome – ed aveva vinto facilmente sul parquet milanese. Diego Ronchini, nato a Imola, doveva ancora compiere i ventuno anni e veniva da tutti considerato l’astro nascente del ciclismo italiano.

Tutte queste vicende hanno contribuito a rendere interessantissimo questo “Lombardia”, chiusura della stagione per tutti e della carriera per Fiorenzo Magni.

Vicino a noi c’è un gruppo di imolesi che tifano rumorosamente per Ronchini. Diego, infatti, è passato professionista proprio in occasione della classicissima di chiusura. Veste la maglia biancoceleste della Bianchi, una cosa che fa sognare i suoi supporters. “Col lé l’é ‘n canòn. – ci urla nelle orecchie un vecchietto dal viso rubizzo – Incò al staca anca Coppi sul Ghisallo”. Si becca un lungo “buuuuu” dai vicini, anche se l’idea del giovane aquilotto il maglia Bianchi piace e non poco. Diego, la settimana prima, dopo la vittoria nel Gran Premio Pirelli, si era preso i complimenti di Coppi, presente all’arrivo. Telecamere e cinegiornali avevano immortalato l’evento.

Nella postazione Rai, Adone Carapezzi è il commentatore ed è affiancato da un giovanissimo Adriano De Zan. Dalla torretta dei cronometristi l’inconfondibile voce di Carlo Proserpio commenta i risultati della riunione d’attesa e, ogni tanto, fornisce le notizie dalla corsa. E’ bravissimo Proserpio a creare suspence; attende gli attimi giusti per dare le notizie, le centellina, le distribuisce sapientemente, le rateizza, inserisce pause al punto giusto, ammicca: è grandissimo.

Il primo annuncio di Proserpio racconta cosa è successo in mattinata: partenza sotto la pioggia battente, Albani con la fiammante maglia tricolore ricoperta da una traslucida mantellina impermeabile. Non sono partiti una trentina di corridori tra cui Ranucci, Minardi, Messina, Gervasoni, Anquetil, Gianneschi, Landi, Brankart, Kubler (e ti pareva!). Il pubblico se ne frega, come se ne frega dell’annuncio dei partecipanti alle fughe della mattinata. Si sa, il “Lombardia” inizia sul Ghisallo.

Finalmente, dopo la “consolazione allievi” e prima della seconda batteria della velocità dilettanti, Proserpio annuncia: “I corridori hanno iniziato la scalata del Ghisallo. Non piove più. Nel primo tratto di sterrato dopo Bellagio fanno l’andatura Nino Defilippis e Bruno Monti, seguiti da Van Looy, Fornara, Couvreur, Louison Bobet, Ronchini (ovazione dei nostri vicini imolesi) e – pausa – Fausto Coppi (ovazione incredibile).

Il vecchietto rubizzo nostro vicino non sta più nella pelle: “Tl’ ho dìt mi, al Diego l’è prìm sul Ghisallo. Am zòg la pension, c’at véna ‘n càncher!”

La riunione di attesa passa sempre più in secondo piano anche se le varie gare sono tutt’altro che disprezzabili. La tensione per gli eventi è alta. Sarebbe addirittura misurabile. Proserpio gestisce sapientemente gli interventi poi, finalmente: “Diamo i passaggi in vetta al Ghisallo – pausa prolungata – primo e solo Diego Ronchini”. Il pubblico applaude freneticamente: il giovane che va all’attacco piace a tutti.

Il vecchietto rubizzo alla nostra sinistra rischia l’infarto: “ Co’ ho dìt mi? Diego, Diego, Diego, Diego!”.

Proserpio prosegue: “secondo, a sei secondi – lunghissima pausa – Fausto Coppi!”. Boato indescrivibile, bolgia infernale! Le successive notizie sono sommerse dai commenti del pubblico: “A pochi secondi, Bobet e Couvreur, poi Fornara, De Bruyne, Van Looy. A un minuto e dieci secondi Fiorenzo Magni, Bruno Monti e il vincitore dell’edizione 1955, Cleto Maule”.

In tribuna i pareri e i commenti si sprecano. I “ronchiniani” sono al settimo cielo anche se sei secondi sono poco più di un batter di ciglia. I coppiani – quasi tutto il Vigorelli – sognano il sesto sigillo. Nessuno sembra pensare ad altre soluzioni.

Non passa molto e Proserpio annuncia: “Nella discesa verso Asso, Coppi ha raggiunto Ronchini e i due aumentano il vantaggio sugli immediati inseguitori”. Delirio!

Il nostro vicino imolese non sta più nella pelle: “Beh, adess anca s’al riva secònd sema content. E po’, chi l’ha dìt ch’al riva secònd? Al Diego l’è fort in volèda e se Coppi l’è ‘n po’ stràc …. Diego, tira ‘n po’ ma miga tant!”.

L’invito del tifoso imolese viene in qualche modo accolto dalla “Checca”, l’ammiraglia della Bianchi. Ronchini viene invitato a collaborare ma “con jucio”. Le riprese della “Settimana Incom” confermeranno poi che il maggior onere della fuga grava sulle spalle del vecchio Fausto. Un po’ per tattica e un po’ per limiti fisici, Ronchini non collabora granchè.

Proserpio: “Il vantaggio della coppia Coppi-Ronchini continua ad aumentare. Il gruppetto degli inseguitori, guidato da Couvreur, perde terreno rispetto ai battistrada”. Applausi.

Hilaire Couvreur, onesto pedalatore belga, piccolo e sgraziato in sella, non può pretendere di raggiungere Coppi senza l’aiuto degli altri. Per il vecchio Fausto ed il giovane aquilotto Diego sembra fatta. Il pubblico gongola. Nel mio larvato pessimismo penso che la cosa sia troppo bella per essere vera ma Proserpio mi conforta: “I due fuggitivi hanno tre minuti vantaggio”. Sembra fatta e poi, giovane o vecchio, vinca il migliore!

Il gruppo degli imolesi brinda con una bottiglia di Sangiovese.

Proserpio: “Il vantaggio dei fuggitivi sembra diminuire. Un gruppo di sedici corridori insegue Coppi e Ronchini”. Brusìo del pubblico.

Nessuno sa del gesto dell’ombrello della Dama Bianca a Fiorenzo Magni. Il fatto verrà riportato diverso tempo dopo da Gianni Brera e mai sconfessato da Fiorenzo Magni. Il grande Fiorenzo lascerebbe tranquillamente vincere Fausto, magari come compenso dell’aiuto ricevuto per vincere il Giro del 1955 a San Pellegrino, e poi – hai visto mai? – nel caso di un ricongiungimento operato grazie agli altri, potrebbe giocarsi la sua freschezza in volata, visto che Rik Van Looy sembra un po’ provato. Quel gesto ha l’effetto di una sferzata sulla schiena ingobbita del Leone delle Fiandre all’ultima gara della sua carriera e quindi all’ultima possibilità di vincere una classica mai vinta prima. La rincorsa viene organizzata e Magni ci mette del suo.

A noi spettatori ignari, Proserpio racconta: “Il vantaggio della coppia Coppi-Ronchini diminuisce. Gli inseguitori sembrano essersi organizzati”.

Il vecchietto imolese va in apnea e rischia l’infarto, il pubblico esprime un corale “Ohhhh” di disappunto.

Siamo tutti sulle spine e pendiamo dalla bocca, anzi dal microfono, di Carlo Proserpio. Siamo agli sgoccioli.

Finalmente lo speaker annuncia: “Sul ponte della Ghisolfa, Coppi e Ronchini – lunghissima pausa – sono stati raggiunti dagli inseguitori. Diciotto uomini al comando”. Un interminabile “Noooooo!” di disappunto rimbomba nel Vigorelli. Il vecchietto imolese però non demorde: “Mo Ronchini l’è fortissim anca ‘n volèda. Forsa, Diegoooo!”.

Gli inservienti aprono il pesante cancello esterno del Vigorelli e quello, più leggero che immette alla pista. Attraverso quei passaggi entreranno i corridori. Nessuno parla, il silenzio è surreale.

Proserpio annuncia: “I diciotto di testa hanno iniziato via Giovanni da Procida”. Manca pochissimo, la tensione si taglia a fette. Ma non arrivano mai? Tutti guardano il tunnel di ingresso alla pista magica trattenendo il fiato: siamo in apnea. Non parlano più nemmeno gli imolesi.

Dopo una attesa apparsa interminabile ecco entrare i corridori, in fila indiana, ventre a terra, facendo svolazzare le tendine bianche della porta-finestra della cucina del Battista, indimenticabile corpulento custode della pista magica. L’ingresso dei ciclisti è salutato da un enorme boato. Ci attendono trenta secondi di intense emozioni. In testa c’è una maglia biancorossa della Faema, credo Van Looy, che va a suicidarsi in una lunghissima volata alla corda. Sulla prima curva le retroguardie del gruppetto si portano avanti sparpagliandosi sulla sopraelevazione. Al termine della prima curva Magni e Coppi si contendono la prima posizione in una bolgia infernale. Proprio sotto di noi Coppi supera Magni, guadagna la corda ed è in testa ai duecento metri. Delirio indescrivibile. Fausto inizia il rettilineo d’arrivo in testa. Sembra fatta, quando, prendendo velocità dalla sopraelevazione della curva, un’aquila in maglia biancoceleste e berrettino a spicchi biancocelesti rimonta Fausto e lo beffa sul traguardo. Terzo è Magni, quarto Van Looy e quinto Bruno Monti.

Il Vigorelli esplode in un “nooooo” di delusione. Forse i fortunati spettatori posti sul rettilineo d’arrivo hanno riconosciuto l’empio. Noi no. Mentre Coppi, deluso, rallenta in basso, alla corda, l’aquilotto vola alto sulla curva sbracciandosi per manifestare la sua legittima esultanza. E’ ancora lontano e noi non riusciamo a riconoscerlo. Il vecchietto imolese rubizzo, vedendo una maglia Bianchi, rischia l’ennesimo infarto: “Mo è Ronchini. V’ l’ho dìt me. L’è lù. L’è ‘l Diego, veh!”. Pochi gli credono però la soluzione piacerebbe a tutti: il vecchio airone battuto dal giovane aquilotto.

Ma quando, terminata la curva, l’aquilotto biancoceleste passa sotto di noi, capiamo tutti che sotto quel cappellino si nascondono i capelli biondicci e radi del francese Andrè Darrigade, detto Dedè.

Per tutto il pubblico la delusione è come una mazzata. Coppi pedala alla corda e raggiunge la “zeriba” dove scoppia in un pianto dirotto, immortalato dai fotografi. A poca distanza dal Campionissimo, Pinella “Pinzadoro” De Grandi, indimenticabile meccanico della Bianchi, portando via la bici di Dedè, mostra un evidentissimo imbarazzo perché non sa se gioire per la vittoria della sua squadra o se essere triste per la sconfitta di Coppi, con il quale ha passato fianco a fianco gioie e dolori di ben dieci anni della sua vita.

Quando Fausto imbocca il sottopassaggio per andare negli spogliatoi il pubblico gli dedica una ovazione pari a quelle dedicate in occasione delle più grandi imprese.

Dedè si attarda per le premiazioni e per le interviste e riceve anche qualche fischio. Ma che colpe ha lui? Ha fatto la sua corsa, Andrè Darrigade, nato a Narosse il 24 aprile 1929 che si porterà addosso, oltre a Dedè, il nomignolo “le basque bondissant”, il “basco saltellante”, anche se originario delle Lande e quello di “l’homme avec les cent maillots”.

Noi, lentamente e tristemente, abbandoniamo le postazioni. Il vecchietto imolese ci saluta con un profetico: “Arvèdres a l’ann c’ven”. Il suo Diego, nel 1957 vincerà il Giro di Lombardia.

Una marea di gente invade via Arona, via Giovanni da Procida e perfino Corso Sempione. Un meccanico della filiale Fiat di via Arona mi chiede: “ Ha vinto Coppi?” Scuoto il capo e allargo le braccia. Mi paiono tutti tristi. Magari lo sono perché è finita la stagione ciclistica e bisogna aspettare la prossima primavera. Pochi, forse, hanno capito che il ciclismo si è modernizzato e che, ormai, il Ghisallo è troppo lontano dal Vigorelli.

Tutti hanno capito invece che, purtroppo, il Grande Airone non volerà più.

[nggallery id=71]

Una risposta

  1. Avatar
    c

    “era giunto secondo dietro Vasco Modena, neo–professionista dell’Arbos-Bif. Modena, all’anagrafe Velasco, classe 1929, trentino di Mori, incredulo, aveva mostrato tutti i suoi denti da cavallo in un sorriso che sarebbe restato l’unico della sua brevissima carriera.”

    Questo Modena era una PERSONA. Mi sembra altamente irrispettoso parlare di “denti da cavallo” e di un “unico sorriso”. Questi giornalisti spesso scordano che con le loro parola colpiscono PERSONE VERE

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.