paolini1

Di Lorenzo Franzetti, da Waregem (Belgio)

Paolini le guarda sempre tutte in faccia, le star del pavé: quando la corsa entra nel vivo, Luca è sempre lì con loro. E negli ordini d’arrivo, il suo nome c’è sempre. Passa quasi sempre inosservato, tuttavia: perché non fa l’esuberante, perché è un ragazzo che pedala forse con troppa umiltà. Al Fiandre edizione centenario, Luca Paolini metterà le sue ruote sulle pietre, così come Cancellara, Sagan, Boonen e Pozzato: e li guarderà tutti in faccia, nel momento clou. «Vorrei poterlo fare anche al traguardo, però. Da vincitore».

Come a ogni vigilia degli appuntamenti importanti, riceverà la telefonata dell’amico ed ex capitano Paolo Bettini… «Che mi dirà sempre la stessa cosa, ovvero “datti una svegliata, che gli anni passano». Gli anni passano, Paolini ha 37 anni e di Giri di Fiandre ne ha già corsi nove: «La mia prima Ronde l’ho corsa con la Mapei, con capitani come Musseeuw, Vandenbroucke e Steels: da loro impari molto di questa corsa. Perché per loro, per i fiamminghi, questa non è una corsa come le altre, è qualcosa di davvero speciale. E così ho imparato ed è diventata una corsa speciale anche per me. L’atmosfera e le emozioni fanno molto».

Luca Paolini è un lettore di cycle!

Luca Paolini è un lettore di cycle!

Paolini è l’unico italiano, nel 2013, ad aver già vinto su queste strade: si è esaltato sul Grammont nella gara di apertura della stagione belga, l’Het Nieuwsblad, contro tutti i big: «Vado bene su questi percorsi, so come si affrontano. Il percorso nuovo del Fiandre è esigente, spettacolare. Cancellara e Sagan sono i più forti, sarà una grande sfida, ma non saranno i soli che potranno vincere».

Paolini è un corridore maturo, le rughe di oggi sono i segni della fatica e di un tempo che ha lasciato ilsegno sul volto, dopo migliaia di chilometri a pedalare sulle strade: «Oggi ho trovato il giusto equilibrio, il piacere di fare questo lavoro. I giovani che vedo io, purtroppo, non li vedo con lo stesso entusiasmo: mi sembra che apprezzino meno l’essenza di questo sport. Io ho imparato: la mia passione è diventata un lavoro. Dà da vivere a me e alla mia famiglia e questo mi porta sempre a fare un esame di coscienza. Io e la bici si continua assieme con la stessa passione, ma senza dimenticare che è un lavoro».

Lavoro che l’ha portato a diventare più regista che solista, più spalla che primo attori: «Sì, è vero. Ma ora è venuto il momento di raccogliere per me. Il regista sì, è un ruolo che mi si addice, ma è il momento di vincere in prima persona, ora».

Una risposta

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.