galleriaturchino1910

La chiamano la classica di primavera, ma la Sanremo si è spesso disputata con clima, a dir poco bizzarro, imprevedibile. Le code d’inverno ci sono state eccome.

La Milano-Sanremo nacque da un ‘idea di un gruppo di ragazzi della Riviera che la proposero a uno scettico Eugenio Costamagna, direttore della Gazzetta dello Sport, che accettò storcendo il naso, memore della figuraccia fatta due anni prima con la corsa automobilistica.

La salita verso il Turchino

La salita verso il Turchino

La prima Milano-Sanremo in effetti fu ideata per le automobili, ma durò due giorni ed arrivarono al traguardo solo due macchine: il 14 aprile del 1907, due anni dopo, partì la prima edizione dedicata alle biciclette.

Quel giorno, a dispetto delle più rosee previsioni meteo, pioveva già al ritrovo dell’Osteria della Conca Fallata.  Il primo a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro fu Petit Breton, che vinse grazie ad un astuto e velenoso gioco di squadra, complice il secondo arrivato Garrigou, suo compagno alla Bianchi, ai danni del Diavolo Rosso, Giovanni Gerbi.

L’edizione più leggendaria e massacrante, tuttavia, si disputò qualche anno dopo, nel 1910: nei giorni successivi, fu ribattezzata la Milano Siberia.
Riportiamone la cronaca:

Milano, domenica 3 aprile 1910 ore 5. Ritrovo a porta Genova su 71 presenti ne partono 63, gli iscritti però erano molti di più. In molti desistono, poiché, già al raduno piove a dirotto e circolano notizie che sul Turchino sta nevicando.

Ore 5,30: partenza. Il belga Cyrille Van Hauwaert, che si esalta col freddo, attacca tutti sul ponte di chiatte e rilancia nuovamente a Tortona dove compare il primo nevischio. Con il belga, rimangono in testa Lapize e Paul.

Il vincitore Eugene Cristophe

Il vincitore Eugene Cristophe

Intanto la neve scende abbondante, le strade ormai sono completamente innevate, e per salire sul Turchino bisogna scendere di bici e proseguire con la bici a mano. Si narra che solo Eberardo Pavesi sia riuscito, invece, ad affrontarlo tutto in sella.
Allo scollinamento transita per primo Van Houwaert alle 11,07: dopo 10 minuti passa Christophe, a 19 minuti arriva Paul, a 22 Ganna, a 28 Pavesi, Albini transita dopo 45 minuti.
Nella discesa la situazione degenera, poiché la neve in certi tratti raggiunge il mezzo metro: Van Hauwert, che ha le articolazioni bloccate per il freddo, si fa superare da Christophe, ben assistito dal direttore Baugè, soprannominato le maréchal.
Anch’egli, però, deve rifugiarsi in un casolare per scaldarsi rifocillarsi e infilarsi un paio di pantaloni lunghi di feltro regalatigli dal padrone di casa.
Anche Van Hawaert e Paul entrano nel casolare ma non ripartiranno più.
Transitano Ganna e Albini, ma Cristophe li raggiunge e li supera di slancio: la sosta gli ha fatto bene. In quel di Varazze è solo al comando, il vento è gelido e contrario. Poiché i pantaloni di panno finiscono spesso sulla catena, con due colpi di forbice il battistrada li accorcia e prosegue fino a Sanremo.  Christophe taglia il traguardo alle 18 circa, 12 ore e 24 minuti dopo la partenza: Ganna arriva secondo ma è squalificato perché accusato di aver sfruttato un passaggio in automobile, sulla vettura del commedator Ferrari.
Al traguardo giungono in pochissimi: c’è chi dice 7 uomini, chi invece dice 6, chi addirittura 4. Al secondo posto si piazza lo sconosciuto Giovanni Cocchi a 1h01’ e Giovanni Marchese a 1h17’. Questi due ciclisti non compariranno mai più negli ordini d’arrivo di corse importanti.

Questo è la testimonianza di Christophe rilasciata poco dopo.

Il secondo classificato, lo sconosciuto Giovanni Cocchi

Il secondo classificato, lo sconosciuto Giovanni Cocchi

“Quando arrivammo al famoso Colle Turchino, le nuvole erano basse e la scena che si presentava tutt’altro che gradevole; cominciammo a sentire sempre di più il freddo. Poi, sul fondo di neve semi-disciolta, si iniziò a rabbrividire, ad ogni giro di pedale la fatica aumentava; anche il vento ci soffiava contro, sferzandoci con raffiche gelide.
Ad un certo punto lasciai indietro Ernest Paul, mio compagno, per andare a prendere Ganna che vedevo qualche tornante più su. Lo raggiunsi e lo superai senza troppa fatica, lui sembrava patire il freddo più di me.
Non lontano dalla cima del Turchino cominciai a sentirmi male, le dita congelate, i piedi insensibili, le gambe prive di forza; continuavo a tremare, mi misi a correre in tondo per far ripartire la circolazione. Tutt’intorno il clima gelido, il cielo scuro ed il vento erano davvero spaventosi, se non fosse stato per la mia abitudine a queste condizioni durante le gare di ciclo-cross forse non ce l’avrei fatta a trovare il coraggio di continuare.
Risalii in sella ed in qualche modo arrivai in cima, dove c’era una galleria. All’imbocco trovai un signore cui chiesi quanto distacco avessi dal primo, mi disse che erano circa 6 minuti.
Attraversai la galleria, e dall’altro lato della montagna trovai Van Hauwaert (altro ciclista che partecipava alla corsa), teneva la bici in mano ed indossava un mantello che gli copriva la schiena; il clima era totalmente diverso. Cielo limpido, freddo gelido, e strade coperte in alcuni punti anche da 20 centimetri di neve.
Intrapresi la discesa, era ciclocross, a tratti pedalare, a tratti scendere e spingere e fu il mio turno ad andare in crisi; non mi resi forse conto di quanto pericolosa fosse la situazione per me, pensavo solo a vincere, ad attaccare, al mio contratto ed al premio che mi sarebbe spettato in caso di vittoria.
Mi dovetti fermare con crampi allo stomaco. Non ce la facevo più, collassai e caddi su una roccia lì vicino, incapace di far altro che muovere la testa. Non lontano da me c’era una casa, ma ero assolutamente incapace di raggiungerla.

IL terzo classificato, Giovanni Marchese

IL terzo classificato, Giovanni Marchese

Mi si avvicinò un signore, e mi aiutò a raggiungere quella casa, dove trovai altri due ciclisti Ernest Paul e il già citato Van Hauwaert; eravamo tutti e tre completamente congelati, Paul aveva addirittura perso una scarpa e non se ne era neppure accorto. Ci scaldammo per 25 minuti, e nel frattempo fuori vedemmo passare altri 4 corridori, sembravano più montagne di fango che uomini.
Quando dissi che volevo ripartire gli altri mi guardarono come si guarda un pazzo, anche il padrone di casa non voleva lasciarmi uscire; dovetti inventarmi una scusa, dicendo che avrei cercato di trovare qualcuno che fosse in grado di portarmi a Sanremo in treno.
Raggiunsi e superai prima Cocchi e Pavesi, poi Ganna e dopo poco Albini. Arrivato al punto di controllo a Savona, raccolsi i ricambi delle bici di Trousselier, che sapevo essersi ritirato, e proseguii fino a Sanremo spinto dall’idea di poter vincere, e stimolato dai premi che avrei guadagnato. Raggiunsi il traguardo alle 6 di pomeriggio, ben oltre l’orario previsto, e superai lo striscione dell’arrivo che garriva al vento ponendo così fine a quel calvario».

 

gazzetta4aprile2012

 

 

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