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Di Gianni  Bertoli

19 marzo 1946, l’Italia ciclistica riprende a pedalare verso Sanremo. Durante la guerra avevano vinto Pierino Favalli, Adolfo Leoni e Cino Cinelli e poi un tragico “buco” di due lunghissimi anni. La “Sanremo” del 1946 segna, in qualche modo, il ritorno alla normalità nello sport del pedale. Una decina di case ciclistiche stipendiano o aiutano i corridori anche se i cosiddetti “isolati” sono circa centocinquanta.

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La fuga decisiva prese avvio già dalla pianura

Alla fine del 1945, Coppi ha firmato per la Bianchi. La casa di viale Abruzzi ha individuato nel ventiseienne atleta di Castellania il nuovo campionissimo e gli ha proposto un contratto, per questi tempi, principesco.

Fausto non vuole ovviamente deludere Zambrini, Tragella e compagnia quindi si è preparato a puntino e giunge alla Milano-Sanremo con quasi settemila chilometri di allenamento nelle gambe. Biagio Cavanna, il suo massaggiatore cieco, gli ha detto: “Più preparato di così non potresti essere. Nessuno dei tuoi avversari si è allenato tanto. Le gambe non sono un problema. Fai funzionare il cervello e segui quello che ti suggerisce l’istinto”.

Centotrentasei gli iscritti di cui  una ventina non hanno punzonato, tra questi Pierino Favalli, i francesi Guy Lapépie e Renè Vietto e il numero 91, Fiorenzo Magni, appena colpito dalla famosa squalifica. L’elenco degli iscritti indica il nome del corridore e la località di residenza, così abbiamo col numero 1 Bizzi O. da Livorno, con il 13 Coppi F. da Castellania, con il 53 Martini A. da Montecatini, con il 60 Ortelli V. da Faenza, col 72 Bartali G. da Firenze, col 77 Zanazzi R. da Milano, con l’89 Malabrocca L. da Pavia, per finire con tale Kuhn E. da Zurigo, numero 136. L’organizzazione ha raccolto premi lungo il percorso e li elenca in prima pagina sulla “Gazzetta”: 1.000 lire al primo che transiterà a Ovada e ad Arenzano, 2000 a Rossiglione e ai Piani di Invrea. Il piatto forte è ovviamente sul Turchino: al primo il Trofeo Orbis più tre premi separati per un totale di 4000 lire e “una cassetta liquori spumante”. La grande trovata è che l’ultimo a transitare sul Turchino si beccherà 2000 lire. C’è da scommettere che ci sarà lotta per l’ultima piazza.

C008F8Il ritrovo dei concorrenti è fissato per le ore 6 presso la Casa del Popolo “Paolo Garanzini” nel salone gentilmente concesso (via Tabacchi, terza trasversale sinistra di Corso San Gottardo). La partenza sarà data alle ore 7 in via Ascanio Sforza, incrocio con viale Liguria.

Al ritrovo è ancora buio e il freddo è pungente. I corridori si coprono come possono: vecchi maglioni multicolori sopra la divisa da corsa, qualche giacca a vento fuori ordinanza, mutandoni di lana, berretti pesanti. I più pittoreschi sono gli isolati: indossano generalmente maglie di società dilettantistiche oppure maglie completamente anonime; sopra, per ripararsi dal freddo, hanno infilato vecchi maglioni pesanti trovati in casa, pieni di buchi e rammendi, tanto, dopo il Turchino, verranno gettati in qualche fosso; le biciclette sono vecchie e sverniciate, le borracce di alluminio ammaccate, i palmer frusti. Qualcuno ha ancora il vecchio cambio Vittoria Margherita

Coppi, invece, non ha lasciato nulla al caso. La bicicletta, una Bianchi nuova di pacca con cambio Campagnolo a doppia leva, una moltiplica e ruota libera a quattro corone, è stata alleggerita al massimo: solo la pompa sul tubo traverso e un tubolare legato dietro il sellino; niente borraccia per risparmiare sei etti di peso. E per bere? Certamente ha predisposto uomini fidati in punti del percorso prestabiliti. Anche l’abbigliamento è stato studiato: berrettino di tela a quarti bianchi e celesti con la visiera abbassata, occhialoni da motociclista perché lo stato delle strade è pessimo, sopra la divisa biancoceleste nuova fiammante un pesante maglione con i colori della casa e l’abbottonatura sulla spalla, chiaramente un residuo degli anni ’30, recuperato nei magazzini della Bianchi, un po’ demodé ma decisamente efficace; sopra il maglione un tubolare a tracolla e, infine, gambiere celesti di lana con interminabile abbottonatura laterale.

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Coppi in vetta al Turchino

Appena abbassata la bandierina, cominciano subito gli scatti dei cacciatori di traguardi a premio. Con l’aria che tira, qualche migliaio di lire fa gola a molti. Alcuni chilometri dopo, in località Badile, il francese Lucien Teisseire che, in Italia, corre per la Viscontea, scatta come morso dalla tarantola. Gli si accodano altri nove corridori, tra i quali Fausto Coppi. Qualcuno rinuncia subito e si rialza, ritenendo una pazzia partire così presto. A Binasco sono solo in cinque al comando: il francese Lucien Teisseire di Nizza, il pistard Luigi Mutti di Milano, i due italiani residenti a Parigi Tolmino Casellato e Giacomo Bardelli nonché Fausto Coppi di Castellania.

A Ovada il vantaggio dei fuggitivi tocca i dieci minuti. Quando la strada comincia a salire, uno scatto di Teisseire provoca il cedimento di schianto di Mutti, Casellato e Bardelli. A Masone la progressione di Coppi non concede scampo al francese. La corsa è finita, anche se mancano 147 chilometri al traguardo di Sanremo.

In vetta al Turchino Fausto passa con trenta secondi di vantaggio su Teisseire. Al termine della discesa su Voltri, al piacevole tepore della riviera, toglie il maglione pesante e le gambiere, si rimette in posizione e via verso Sanremo.

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Fausto in fuga solitaria

Coppi si presenta sul traguardo della città dei fiori così come era partito da Milano: niente borraccia, la pompa sul tubo traverso del telaio, un tubolare legato al sellino, un altro a tracolla, il cappellino a quarti bianchi e celesti con la visiera abbassata, gli occhialoni da motociclista. Mancano all’appello solo il maglione demodé e le gambiere. Supera il traguardo in assoluta compostezza, frena a due mani, scende di bici e viene portato in trionfo. A questo punto Nicolò Carosio annuncia alla radio: “Ordine d’arrivo: 1° Fausto Coppi … in attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo”.

I distacchi sono abissali: Teisseire è secondo a 14’, dieci uomini, battuti in volata da Ricci e Bartali, giungono a 18’ 30”. Poi arrivano altri alla spicciolata. I cronometristi tolgono il disturbo dopo venticinque minuti e i giudici di gara non trovano di meglio che classificare con il distacco fittizio di 28’ un gruppo di una trentina di corridori del quale fanno parte Quirino Toccaceli, Luigi Malabrocca, Renzo Zanazzi, Alfredo Martini e Serse Coppi.

Ma Bartali?. D’accordo, la sorpresa in partenza, la proverbiale lentezza a mettersi in azione, ma da un campione caparbio come il toscano tutti si sarebbero aspettati almeno una reazione d’orgoglio. Invece niente.

Lo stesso Gino, diversi anni dopo, racconterà la “sua” Milano-Sanremo del 1946: “Macchè sorpresa per l’attacco ‘n partenza. Macchè scarso allenamento. Il Gino quel giorno l’era preparato a puntino. Il fatto l’è che l’ha fatto sciopero”.

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L’arrivo di Coppi

Bartali, che era venuto a conoscenza dell’ammontare dell’ingaggio corrisposto a Coppi dalla Bianchi, aveva esposto le sue rimostranze al direttore commerciale della Legnano, Della Torre più o meno così: “Ovvia, ma che l’avrà mai fatto quello là per meritare tutti ‘sti quattrini più di me? L’ha vinto ‘l Giro del ’40 ma l’ha da ringraziare per primo ‘l cane che m’ha fatto cadere nella discesa della Scoffera. Se ‘un fossi caduto e ‘un mi fossi ‘ncrinato ‘l femore avrei corso pe’ vincere ‘l Giro e quello là l’avrebbe dovuto farmi da gregario: l’era stipendiato per questo. Per secondo l’ha da ringraziare ‘l Pavesi che l’ha preso a pedate per farlo riprendere dopo ‘na caduta da nulla. Infine l’ha da ringraziare ‘l sottoscritto che l’ha mandato avanti sul Mauria quando l’era ‘n crisi e voleva ritirarsi con la maglia rosa addosso. L’ho convinto a continuare, un po’ con le bone e molto con le cattive, compresa ‘na manata di neve ‘n faccia.

Poi ch’avrà mai fatto? L’ha vinto ‘n po’ di corse, du’ titoli italiani ‘n pista. L’ha fatto anche ‘n record dell’ora che, però, non l’è miha stato ancora omologato: i giudici sono ancora là che misurano ‘l Vigorelli (il record dell’ora venne effettivamente omologato solo nel 1947 dopo una ulteriore misura della pista).

Il Bartali invece l’ha già vinto du’ Sanremo, tre Lombardia, du’ Giri d’Italia, un Tour che potevano essere due se non m’avessero fatto ritirare dopo la caduta nel torrente. Così come i Giri che potevano essere tre se ‘l Duce non m’avesse ordinato di stare a casa per prepararmi per il Tour”.

Forse Ginettaccio non aveva tutti i torti ma la potenza economica della Legnano non era paragonabile a quella della Bianchi.

Però lo sciopero della “Sanremo”, se sciopero fu, fruttò a Gino un aumento dell’ingaggio che non avvenne in soldoni sonanti ma …. in natura. Infatti, ricevette dalla Legnano una partita di tubi per il gas che vendette subito al comune di Firenze.

Alcuni dissero che si trattava di tubi Falck, altri di tubi Mannesmann. Personalmente ritengo più probabile la seconda versione perché, a quei tempi, la Legnano impiegava proprio tubi Mannesmann nella costruzione delle proprie biciclette.

Ma, alla fine della storia, sorge spontanea una domanda: dobbiamo dare credito alla “verità” di Bartali o pensare, più semplicemente, ad una sua giornata storta?

Ciò che possiamo affermare è che le uniche due cose certe in tutta questa vicenda sono che Coppi vinse la Sanremo con una fuga in partenza e che i famosi tubi, Falck o Mannesmann che fossero, finirono effettivamente al Comune di Firenze.

 

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