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Di Lorenzo Franzetti, da Oudenaarde

Una sensazione, come se la quaresima non fosse affatto finita: l’hanno avvertita molti fiamminghi, questa sensazione. Nella domenica di Pasqua, alle 10 e mezza, proprio quando stavano per uscire in strada, con le loro bandiere gialle con il leone nero. L’hanno atteso per mesi, poi già di prima mattina, Tom Boonen è carambolato sull’asfalto dopo soli 19 chilometri. E la sua Ronde è finita lì. Proprio mentre dal pulpito della bella chiesa di Odenaarde, il prevosto invitava i fiamminghi sì a festeggiare, ma anche a santificare un po’ di più le feste, quelle solenni e comandate. Pochi fiamminghi in chiesa, tanti con la sciarpa e la bandiera in mano. E c’è qualcuno, narra la leggenda, che sulla collina del Koppenberg ha sospettato che le disgrazie di Boonen siano anche la conseguenza, decisa molto in alto, di  tutto questo culto pagano, che stravolge ogni anno il senso religioso della Pasqua  nelle Fiandre.

Il sogno fiammingo è finito già di prima mattina, ma la Ronde andava comunque santificata… alla vecchia maniera. Certo, i tifosi in giacca e cravatta non potevano rinunciare, Boonen o non Boonen, a una mousse di salmone servita direttamente sul Qwaremont. Prenotare un tavolo da quelle parti, costava mille euro, per l’occasione. Sempre tra i ricchi, ma quelli a dieta, si potevano permettere anche la giornata nella vip car, direttamente in corsa, a 800 euro a testa.

I proletari fiamminghi, sempre quelli con la bandiera, la sciarpa e il polso ormai atrofizzato nella posizione a reggiboccale, non potevano riporre tutte le velleità e magari sorbirsi le costolette d’agnello della suocera. La Ronde è la Ronde, con o senza Boonen. Con lo stomaco contratto dalla delusione, le alternative erano due: sventolare bandiere sui muri o riscaldarsi al tepore del pub. Da soli, davanti alla tivù, con il rischio suocera: mai.

«Birra, cara Susy, una rossa di Ename, che ho bisogno di scuotermi».

Al bancone, con la tivù, ma assieme gli altri, tutto il popolo del ciclismo lì attorno. Lo stomaco si è alleggerito presto: Boonen si rifarà la prossima volta… «E tu, cara Susy, fammi un hotdog con un quintale di senape dentro. Quella bella forte, però».

DSC_7107Nessuno è rimasto a guardare e basta: nessuno si è sentito fuori gioco, a parte Boonen. Tutti i fiammnghi si sono fatti presto catturare dalla Ronde, sia che fossero in strada, sia davanti al bancone di un pub. E la sfida tra Cancellara e Sagan li ha conquistati presto. Non che lo svizzero qui sia uno sconosciuto, è il mito più ammirato. Dopo Tom, naturalmente.

Cancellara, come prevedibile, è uscito allo scoperto sul Paterberg, con Sagan alle costole: la sfida annunciata. Corpo a corpo, spalla a spalla, sull’ultimo muro:  non ha vinto la Ronde, Fabian. L’ha afferrata e piegata a mani nude, come mister muscolo al circo. E tutti gli altri si sono sbriciolati sul pavé. Niente da fare. Ha vinto il più forte.  E al pub, ogni motivo era buono per brindare… «Un’altra Ename, Susy, anzi fanne già due». E la festa, tra discoteche e club, si è fatta comunque: certo, magari se avesse vinto Boonen, qualche bicchiere in più si sarebbe venduto. Ci si è consolati con gli svizzeri, Cancellara e il cioccolato, due simboli che da queste parti non sono passati mai di moda.

«Ho vinto alla grande sì. Voi giornalisti mi vedete qui oggi e racconterete la mia impresa. Ma ci si dimentica che per arrivare a questi risultati non è facile. Ho passato momenti difficili, prima di tornare a vincere. Noi ciclisti non siamo macchine, ma uomini». Cancellara davanti ai giornalisti, un’ora dopo il trionfo, era commosso. Altro che Sportacus. Parlava e tratteneva a stento l’emozione, anche se non è un ragazzino: e di Fiandre ne aveva già vinti due prima di questo.

La delusione sul volto di Sagan

La delusione sul volto di Sagan

«Quando dico uomini, intendo esseri che hanno bisogno di normalità, a volte. L’anno scorso, dopo la caduta proprio qui al Fiandre e dopo l’errore all’Olimpiade, ho dovuto staccare, staccare completamente per due mesi. Per stare con la mia famiglia, il più lontano possibile dal ciclismo. Quel periodo mi è servito, per ricominciare, per ritrovare la giusta mentalità. Il ciclismo non è il calcio: non puoi chiedere al mister, “ehi sostituiscimi che oggi non vado bene”. Quando sei in gara e ti devi fare 250 chilometri, sei tu con la tua testa e le tue gambe: il ciclismo è davvero impegnativo proprio per questo. Ma oggi sono felice».

A qualche centinaio di metri da lui, c’era Peter Sagan, che era un po’ meno felice. Ma ha accettato la sconfitta: non c’erano arbitri da contestare, guardalinee da insultare. Lo slovacco si è giocato la sfida come voleva, ha perso e ha reso onore a Cancellara. «Fabian era il più forte», poi si è fermato qualche secondo e si è ripreso. «Il più forte sì, ma oggi». Mentalità da campione.

La Ronde è passata così, al freddo, con un velo di delusione fiamminga. Come il dì di festa, tanto atteso, immaginato al tepore di molte serate invernali… alla fine. il gran giorno è scivolato via rapidamente. Con un retrogusto di amaro. O forse era solo l’effetto della birra Ename:«Un’altra pinta, Susy, tanto domani è pasquetta e non si va a lavorare».

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