di Giuliana Braseschi Dallera

2013-03-06 10.00.02

La partenza di una Milano-Sanremo alla Conca Fallata.

Quando, nei primi anni sessanta, scoppiò il boom economico e si cominciarono a costruire case popolari in periferia, le prime famiglie del “Des” toccate dal “miracolo” fecero domanda di assegnazione e si trasferirono. Per quelli che rimanevano c’era sempre la concreta speranza che, prima o poi, ci sarebbe stata anche per loro una casa “con tutte le comodità”.

Ma c’era un giorno all’anno in cui chi aveva la sorte di abitare ancora al “Des” si sentiva particolarmente fortunato e invidiato, era il 19 marzo, festa di San Giuseppe. Non era ancora la festa del papà ma il giorno della Milano-Sanremo, la corsa che apriva la stagione ciclistica.

Erano i tempi del grande ciclismo italiano che, con le storiche rivalità prima tra Binda e Guerra, poi tra Coppi e Bartali e infine tra Gimondi e Adorni, riempiva di titoli a caratteri cubitali la Gazzetta dello Sport e di animate discussioni le domeniche al “caffé” .

E’ curioso notare come l’esasperato dualismo del popolo italiano che tanta parte aveva avuto nella tragedia della guerra e del primo dopoguerra con fascismo e antifascismo, che si era espresso nella maniera più alta in occasione del referendum “Monarchia o Repubblica”, si sarebbe poi esercitato nell’esaltare rivalità tra personaggi dello sport e dello spettacolo.

Leit motiv della mia infanzia furono infatti le eterne discussioni su Inter o Milan, Juventus o Torino (la tragedia di Superga avrebbe purtroppo spazzato via per sempre quella rivalità), Callas o Tebaldi, Carla Boni o Nilla Pizzi, Gino Latilla o Claudio Villa e i suddetti ciclisti.

In realtà la rivalità tra Binda e Guerra era precedente alla mia infanzia e ne sentii parlare da mio padre che mi raccontava anche dello sfottò che girava allora. Poiché Binda era l’eterno secondo, si usava dire che al traguardo “l’è rivà Guera cun Binda al cù” dove, sfruttando il gioco di parole, sembrava che il primo fosse arrivato con il sedere bendato, mentre voleva significare che Binda, pur secondo, era talmente vicino da sembrare incollato al sellino di Guerra.

Dopo quella che era considerata poco più che una scaldata di muscoli, la “Tre Valli Varesine”, arrivava finalmente il giorno dell’esordio stagionale dei campioni con la classicissima di primavera. La punzonatura si faceva al Castello, poi il gruppo si snodava per la via Carducci fino ai bastioni di Porta Genova, arrivato a Porta Ticinese svoltava in Corso San Gottardo, percorreva la via Torricelli e al ponte di via Tibaldi scattava la partenza vera e propria.

Lungo tutto questo percorso la gente faceva ala al passaggio, tentando nel fugace attimo di riconoscere qualche corridore, ma la selva di maglie che sfrecciavano davanti agli occhi regalava solamente qualche scia colorata e nulla più.

Ecco che allora il caseggiato del “Des” con tre piani affacciati sulla parte centrale della via ne faceva la postazione più ambita. Possedervi una finestra o meglio ancora un balcone era uno status che si poteva spendere per tutto l’anno, come un palco alla Scala, un numerato all’Arena di Verona o una finestrella su Piazza del Campo a Siena. Si ospitavano amici e parenti e lì si attendeva il magico momento. Dalle finestre gremite, con i bambini in piedi su una sedia posta davanti al davanzale tenuti per la maglietta da mamme o nonne preoccupate che non cadessero sporgendosi troppo, o dai balconi che proiettavano quasi sulla strada, dalle cui esili balaustre penzolavano le gambe dei bambini seduti a terra, tutti uomini e donne, vecchi e giovani insieme, con il fiato sospeso, aspettavano il passaggio.

Ad annunciare l’arrivo della carovana c’erano dapprima le pesanti moto della Polizia con i fari accesi, poi comparivano le colorate moto della organizzazione precedute dallo stridore dei loro clacson a tromba, infine, nel silenzio carico di attesa, si alzavano le prime voci: – Riven! Riven! –

Il rumore dei raggi delle biciclette, come un delicato ronzio, precedeva appena lo sbucare dei primi corridori in fondo alla via, poi con una frusciante vibrazione metallica irrompeva nella strada una distesa di schiene colorate, un tappeto rutilante si snodava velocemente e tutti a cercare di individuare in quell’arcobaleno il proprio beniamino e soprattutto la Maglia Rosa, cioè colui che, avendo vinto l’anno prima il Giro d’Italia, portava di diritto quella maglia, che sarebbe stata messa nuovamente in palio il prossimo Giro.

Chiudevano la carovana le auto delle società ciclistiche con le loro insegne e le biciclette di scorta issate sui tetti, auto di referenziate testate sportive e qualche ambulanza. Motorette di reporter spericolati scorazzavano avanti e indietro cercando di immortalare qualche scatto che avrebbero venduto bene ai giornali.

Come in un ripetitivo “sabato del villaggio”, ogni anno le aspettative erano sempre maggiori dell’evento stesso e lasciando alla spicciolata finestre, balconi e marciapiedi, rimaneva l’amarezza di non avere potuto distinguere i ciclisti più famosi tra l’onda colorata delle schiene curve sui pedali. Qualcuno assicurava di averli individuati chiaramente, forse volendo convincere più se stesso che gli altri, qualcuno si riprometteva di riprovarci il prossimo anno con maggior fortuna.

Per le donne e i bambini la corsa finiva lì e ognuno ritornava alle sue occupazioni di un giorno festivo: le prime a fare qualche lavoro di cucito o di maglia rimandato durante la settimana, gli altri in cortile a giocare fino all’ora di cena. Per gli uomini invece la corsa continuava attraverso la cronaca radiofonica. La voce del cronista regalava emozioni e batticuore quando descriveva le fughe e le riprese durante i momenti più salienti. Già la scalata del Turchino scremava ben bene gli aspiranti alla vittoria ma erano la salita del Poggio, la veloce discesa su Sanremo e l’arrivo mozzafiato in volata a incoronare il vincitore.

Si concludeva così la corsa più spettacolare dell’anno e ci si dava appuntamento per la prossima. Al “Des” si ricominciava pensare che una casa con servizi e ben riscaldata fosse un bene prezioso ma…. ci si augurava di essere ancora lì per la prossima Milano-San Remo.

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Il testo è tratto dal libro di Giuliana Braseschi Dallera, Universo Des, che ripercorre in dieci racconti la vita delle famiglie che vivevano, nella Milano del popolare quartiere di Porta Ticinese, al numero 10 di via Torricelli, la casa dell’infanzia dell’autrice negli anni dal dopoguerra fino ai primi anni sessanta. Il libro è pubblicato da Loquendo Editrice (122 pagine, 12,90 euro).

 

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