di Gianni Bertoli

C0011F1Agli inizi di settembre del 1957 il mio amico Piero Pambieri si accorse di possedere discrete doti di velocista. Aveva avuto questa sensazione anche in precedenza, ma la conferma gli venne in occasione di una gara per “esordienti” che si concluse sul lungo rettilineo di via Ripamonti con un volatone a ranghi compatti in cui centocinquanta ragazzi di sedici anni sgomitarono per un piazzamento nei primi quindici: il quindicesimo posto era l’ultimo della zona premi. Al fortunato spettavano cinquecento lire.

Ebbene, quella domenica mattina, Piero giunse terzo dietro il campione lombardo Giovanni Meneghini della Giorgio Co’ e allo scaltro Silvano Manfroi della Faema, il resto del gruppo a cinque o sei macchine.

Sulla base di questo risultato, decise di provare a correre in pista. Il Comitato Lombardo aveva programmato una serie di dieci riunioni riservate ad allievi ed esordienti sulla pista del Vigorelli. Bisognava però fare in fretta perché la prima di queste riunioni era in programma per il mercoledì successivo.

Il lunedì pomeriggio accompagnai l’amico al Vigorelli. Varcammo per la prima volta la pesante porta che immetteva all’interno, suonammo alla portineria e ci apparve Battista, il corpulento custode. Piero spiegò che voleva provare a girare ma che non possedeva una bicicletta da pista.

“Vai dal Cappi – disse, asciutto, l’omone – . Quinta cabina a destra in quel corridoio.”

Scoprimmo che la “cabina” era semplicemente un spogliatoio dal soffitto altissimo. La porta era aperta e la luce accesa.

“Il signor Cappi?” chiese educatamente Piero.

“Mo sono io. Chi vuoi che sia? Sono qui da solo”, rispose una voce dall’inconfondibile accento emiliano. L’uomo era chinato per terra e smadonnava perché non riusciva a trovare il barattolo del grasso che gli era rotolato sotto un armadietto. Trovato il barattolo, si alzò. Era un omarino sul metro e sessanta forse meno, età apparente sessantacinque anni. I capelli grigi spuntavano da un cappellino da ciclista e due mefistofeliche sopracciglia grigie sovrastavano gli occhiali dalle lenti bisunte. L’abbigliamento era a dire poco strano: una maglia da ciclista a maniche lunghe blu e gialla della Ottusi con sopra un gilè mezzemaniche di lana blu certamente fatto ai ferri, larghi pantaloni marroni rigorosamente alla zuava, calzettoni a scacchi multicolori e scarpe di panno marrone con suola di gomma e cerniera.

Questo era il signor Cappi, anzi “il Cappi”, come tutti lo chiamavano.

“Fai bene a voler provare, boia d’un mondo! – rispose dopo le richieste di Piero – Mo certo, te la do io la bicicletta: duecentocinquanta lire per un’ora. E poi ti vengo ben a vedere. Quando hai finito, se mi dai altre duecentocinquanta lire, ti faccio uno di quei massaggi che vai a casa bello e fresco che puoi andare subito con la morosa.”

Avremmo scoperto in seguito che il Cappi, nelle sue prestazioni, aveva una sola tariffa: duecentocinquanta lire. La bici a nolo per un’ora? Duecentocinquanta lire. Un massaggio? Duecentocinquanta lire. Una boccetta di olio canforato? Duecentocinquanta lire. Il prestito di una chiave, di una pompa, di una ruota o di un vattelapesca? Duecentocinquanta lire.

Il Cappi andò a vedere girare in pista Piero. Lo seguì attentamente, gli diede qualche suggerimento urlando a squarciagola. Notò sicuramente che la muscolatura delle gambe era quella classica dello sprinter.

“Mo dai ben retta al Cappi! – disse alla fine – Domani tu vieni qui a girare ancora un paio d’ore, poi ti faccio un bel massaggio, mercoledì un altro massaggio e poi corri.” Fate il conto di quante duecentocinquanta lire.

Fu così che tra Piero e il Cappi nacque un felice sodalizio che durò cinque o sei anni e fu così che imparammo a conoscere un personaggio veramente unico.

Ubaldo Cappi, modenese di nascita, cominciò la carriera del ciclista molto presto. Accortosi di non avere grandi doti di stradista si diede alla pista dove si dimostrò subito abile e svelto pur non avendo le doti del campione. La sua capacità di adattarsi a ciò che lo spettacolo richiedeva lo portò, comunque, su tutte le piste d’Europa dove, di volta in volta, si accordava dietro compenso, con questo o quel campione, una volta con Girardengo, l’altra con Belloni, l’altra ancora con l’idolo di casa di turno.

“Mo dovevo fare così per forza, visto che ero un omarino svelto ma dal motore piccolo. Mi apprezzavano però. Non era mica importante se oggi stavo con il Gira e domani con il Tano: l’importante era rispettare seriamente gli accordi. Io ho ben fatto così, altrimenti mi toccava tornare a casa a lavorare nei campi. Invece ho girato l’Europa e ho fatto qualche franco. La casa di via Carcano, dove abito con la mia Pina, me la sono presa così. Cosa credete?”

La sua Pina, la “mia signora” come la chiamava quasi sempre, era la compagna della sua vita. Erano stati assieme per trent’anni ma l’aveva sposata solo nel 1956

Parlava sempre di Girardengo, Belloni, Kramer, Ellegard, Michard, Francesco Verri, Carlo Moretti, Pietro Linari, Avanti Martinetti. Quando si lanciava in disquisizioni tecniche usava abitualmente termini francesi: pistard, routier, masseur, soigneur. Il francese era la lingua ufficiale del ciclismo.

Raccontava spesso che, in Francia, all’uscita dei velodromi, molte avvenenti fanciulle attendevano i corridori.

“Se vuoi …. va bene, mo di franchi non te ne do mica vè!”

Il Cappi aveva poi delle espressioni ricorrenti molto colorite.

“Piero, se tu fai quello che ti dice il Cappi, li lasci lì tutti come delle pelli di stracchino.”

“Quello là si è preso una tale sdrumata che non riconosceva neanche il numero di casa sua.”

“Hai visto l’Antonio (Maspes)? Ha fatto mezz’ora di surplace poi è scattato in un modo ma in un modo che ha lasciato lì quel pirla del francese (Rousseau) come un beccafico.”

I cognomi non erano il suo forte. Riusciva a storpiarli in maniera incredibile. Pensate che, in tutti quegli anni, non è mai riuscito a imparare il cognome di Piero. “Pambieri” per lui era troppo ostico. Dalla bocca gli usciva sempre “Palmieri”.

Quando parlava con qualcuno di “Palmieri”, l’altro chiedeva: “Chi?”

Era sgrammaticato ma molto colorito il Cappi.

Mi aveva preso a benvolere. Ero quasi sempre presente, lo ascoltavo con attenzione, mi interessavano i suoi racconti, non lo contraddicevo mai.

Un giorno mi disse: “Mo tu devi fare quello che ti dice il Cappi. Guarda che non vai mica male in bicicletta. Mo prova a darci ben dentro un po’. Vieni in pista a girare. Per la bici non ti preoccupare, te la presto io. Mi dai duecentocinquanta lire come gli altri.”

“Beh, vede signor Cappi, mi piacerebbe ma mi è un po’ difficile – spiegai – . Durante la settimana ho pochissimo tempo; a scuola abbiamo quaranta ore di lezione.”

“Mo va a girare! Lascia perdere un po’ la scuola. Guarda che andare in bici ti farebbe bene alla salute. Non vedi come sei pallido? Hai la faccia color scoreggia.”

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