di Gianni Bertoli

La pista magica: 397 metri e 57 centrimetri di listelli di legno. Sembra ridicolo citare anche quei 57 centimetri? Non lo è affatto: pensate che quel mezzo metro o poco più ha assistito a incredibili rimonte, a improvvisi cedimenti, a sfide talmente pari che, a volte, anche il ricorso alla fotografia non riusciva a risolvere i problemi.

Ma tutti i listelli di legno di quei 397 metri e 57 centimetri hanno la loro storia. Hanno ascoltato il discreto fruscio di centinaia e centinaia di tubolari di seta, hanno visto il record dell’ora di Coppi nel ’42 tra un bombardamento aereo e l’altro, sono stati bombardati, sono stati risistemati ed in parte sostituiti, hanno visto le grandi sfide ad inseguimento Coppi-Patterson, Coppi-Schulte, Messina-Coppi, Messina-Anquetil, Baldini-Anquetil, hanno visto gli sprint astuti e potenti dei grandi sprinter. Su quei listelli sono caduti decine e decine di corridori ai quali il medico del Vigorelli, per curare le abrasioni, ordinava perentoriamente: “Vai in bagno e lavati bene con acqua e sapone!”.

maspes

E poi, lì, su quei listelli, ha costruito le sue glorie sportive il più grande di tutti, il “Re del Vigorelli”, sua maestà Antonio Maspes. Maspes è stato il genio dello sprint perché, alla potenza fisica, associava un’abilità di guida e un’astuzia tattica assolutamente fuori dal comune. Certo, più tardi sono arrivati i vari giapponesi, Nakano in testa, vincitore di non so quanti mondiali, tutti potentissimi ma poveri di estro e fantasia.

Nessun Nakano al mondo ha posseduto l’astuzia tattica di Maspes. Quell’astuzia che ha toccato l’apice nella finale mondiale di Amsterdam del 1959 contro il campione uscente Rousseau. Il francese era un atleta di stazza e potenza spaventosa mentre Maspes, dopo due allori iridati, aveva passato due annate in sordina e qualcuno lo accusava di non fare proprio la vita da corridore. Ebbene, Rousseau vince la prima prova. L’Antonio tira qualche accidente in milanese, sa che adesso deve vincere per forza le altre due volate. Se perde i tifosi continueranno a ritenerlo un farfallone.

“Adess se fèm?” chiede il meccanico che, se non ricordo male, era Sante Pogliaghi.

“Tàs per piasè. Làsum pensà” risponde secco l’Antonio.

Sale sui rulli e tiene calda la gamba. Ad un certo punto decide: “Mèt su el vinticinch”.

L’ordine è perentorio e il meccanico, perplesso, non osa contraddire. Monta una moltiplica da venticinque denti, un dente in più di prima.

L’Antonio sale in pista, fa un paio di giri e si allinea alla partenza di fianco al francese. Per sorteggio deve percorrere in testa il primo giro. La posizione di testa non gli è mai piaciuta. Come quasi tutti gli sprinter preferisce stare dietro per controllare al meglio le mosse dell’avversario.

“Adèss te sistémi mì, francés del lèlla” pensa l’Antonio che ha già in mente il piano per far prendere la testa all’avversario. Nel catino del velodromo c’è un caldo asfissiante. Il sole brucia sulle braccia e sulle gambe dei due contendenti. La tettoia proietta una piccola ma invitante fetta di ombra all’inizio della prima curva. L’Antonio percorre il primo giro ad andatura esasperatamente lenta voltandosi raramente a controllare l’avversario perché sa che Rousseau non vuole mollare assolutamente la sua posizione di privilegio, ideale per scaricare alla fine tutta la sua potenza. Terminato il primo giro, l’Antonio cerca la posizione migliore per piazzare il suo “surplace”, anche il francese fa la stessa cosa per non essere costretto a passare in testa. L’Antonio è perfetto nella sua immobilità, Rousseau è meno equilibrista ma regge il confronto.

“Adèss védum se te vé minga innanz! Mi stò chi fin a Nadàl” pensa l’astuto Antonio che si è scelto una posizione al margine estremo dell’ombra della tettoia, costringendo l’avversario a stare sotto il sole martellante. Il blu della maglia di seta del francese si macchia ben presto di vistose chiazze di sudore. Rousseau gronda, l’Antonio non fa una piega. La sfida sembra non finire mai ma, ad un certo punto, Rousseau non ce la fa più e parte, l’Antonio si accoda, lo controlla e lo infilza come un tordo. La terza prova, poi, non ha storia.

Il grande Antonio era un artista del “surplace”. Passava ore ad allenarsi al Vigorelli esclusivamente in quell’esercizio. Scendeva in pista, inanellava pochi giri ad andatura blanda poi si fermava all’ingresso di una curva e restava immobile per un quarto d’ora-venti minuti poi, lentissimamente, si portava verso l’altra curva e si fermava per altrettanto tempo e così via.

E’ stato più volte raccontato che durante questi infiniti “surplace” ci fosse, vicino a lui, Battista, il corpulento e rubizzo custode del Vigorelli, a leggergli le ultime notizie della “Gazzetta”.

Da assiduo frequentatore del Vigorelli in quegli anni, non posso confermare questa abitudine perché non ho avuto occasione di vederlo mai di persona. Però ho più volte avuto occasione di trovarmi al Vigorelli sul far della sera e di vedere Maspes ancora fermo all’ingresso di una curva con il Battista che, dalla guardiola, gli urlava: “Dai Antonio, andèm che l’è ura de sarà sü!”.

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3 Responses

  1. Luigi Recami

    Quando il grande Maspes vinceva, a fine anni 50 e primi 60, io ero un quindicenne e mi ricordo un’estate in vacanza in Friuli, quando alla televisione fecero vedere la sfida fra i più grandi pistard del tempo. Io sapevo già di Maspes, la sua fama era diffusa non solo fra i tifosi, e seguii con attenzione spasmodica la gara. Era famoso per la sua intelligenza e perché con i suoi surplace costringeva sempre gli avversari ad andare avanti. Però quella volta, davanti alla televisione, eravamo tutti increduli perché i due non la finivano più di star lì, sospesi in equilibrio precario su due biciclette che sembravano scappargli via nella pista in discesa. Passò un’eternità, quasi mezz’ora, come mai nessuno si era sognato di fare prima, ma alla fine il francese cedette e passò a condurre. Ricordo ancora il gesto di Maspes che si portò la mano alla fronte e poi la scosse in aria, come per detergersi il sudore, indicando così che era stato tanto, forse troppo tempo anche per lui. E non era detta l’ultima parola perché l’altro era una forza della natura. Ma quando Maspes rincorreva non c’era forza al mondo capace di resistergli, e così fu, un trionfo, non solo della potenza fisica ma anche dell’abilità tattica e del carattere. Maspes era simpatico, o meglio non lo era tanto, come tutti i furbi, ma le sue doti fisiche, la sua ferrea determinazione e anche la sua spavalderia, perché voleva godersi la vita, ne fecero un mito; con lui eravamo tutti fieri di essere italiani. E’ stato un atleta e un simbolo immenso, ha fatto più bene lui al ciclismo e allo sport italiano di tanti altri campioni successivi, magari fortissimi ma senza il suo impareggiabile carisma. Lo ricorderò sempre come forse il più grande atleta italiano di quegli anni 50 e 60, anni pionieristici in cui giravano pochi quattrini, tecnologie quasi inesistenti, pubblicità pressoché nulla, e quando uno veniva fuori era per meriti esclusivamente propri. Gente in gamba, tosta, vera. Questo era Antonio Maspes.

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