benotto

…è la mia Benotto, una vecchia bicicletta da corsa che nei mercatini dell’usato è possibile trovare a poco più di dieci euro.
Con una compagna così è difficile sentirsi smarriti. Il massimo dello splendore lo raggiunge quando le aggancio le borse da viaggio sui portapacchi: una posteriore da sessanta litri e due anteriori da venticinque litri ciascuna. In più, uno zaino da settantacinque litri per le emergenze o per gli spostamenti in cui la bicicletta sarebbe d’ingombro: una gita in montagna o un appuntamento d’amore. Il peso varia da centoventi chili a centoquaranta chili di meccanica obsoleta, passeggero compreso. Passione, amore e determinazione lanciati in discesa a quaranta chilometri all’ora, in cui una distrazione o una buca non anticipata potrebbero mandarti al creatore. È un po’ come lanciarsi in discesa con una vecchia Moto Guzzi senza il motore.
In curva non si scherza.
Centoventi, trenta, quaranta chili: dopo pochi metri cominciano a vivere di vita propria e se non stai attento ti portano dove vogliono loro. Curve larghe e dritti rovinosi. Per fottersi basta poco meno di un attimo.
Paura? Sempre!
La paura e il controllo assoluto del mezzo possono regalarti momenti di adrenalinica ebbrezza che ti avvicina al senso di onnipotenza.
“Cazzo questa cosa la so fare proprio bene!”
E poi vai oltre, sempre un pochino oltre: al culo della corriera, (in scia per evitare l’attrito del vento) il sedere in fondo alla sella, torace ripiegato in avanti parallelo alla strada con l’ombelico appoggiato sulla punta del sellino e il naso quasi appoggiato alla pipetta del manubrio. Posizione aerodinamica da virtuoso discesista. Trenta, quaranta, cinquanta, sessanta e ottanta chilometri all’ora, sempre al culo della corriera. Mi allargo per imboccare la curva, una frenata decisa a chiudere verso sinistra, lui tiene la corsia di destra.
sssIl primo è già volato, due, tre, quattro secondi. Infilo il passo lungo del cambio 53/14.
“Cazzo Stefano non lo fare è una cazzata! Esci!”
Sono vicino al passaruote anteriore della corriera, non resisto alla tentazione di infilargli la mano dentro per farmi scorrere la ruota sui polpastrelli delle dita con il ghigno di chi accarezza la testa ad un bambino, e poi via. Uno, due, tre, quattro secondi e gli sono davanti.
BIIIIIIP!!!!
“ Fanculo te e al tuo trattore a diciotto ruote”
Un sorpasso da “Anonima Ciclisti”, la parte insana e goliardica che sopravvive in ogni vero cicloturista che un tempo sognava le competizioni e una carriera da professionista. Credo non sia tanto diverso dal buttarsi col paracadute da un aeroplano, ma dato che ho le vertigini mi toccano i culi delle corriere e quello delle utilitarie variamente accessoriate.
Del mio paracadute meccanico ho voluto conoscere tutto, ogni singola sfera, dal movimento centrale, alla forcella, ai mozzi e persino le rotelle del cambio.
A ogni discesa mi sembra di vedere l’ottava sfera del mozzo anteriore, che compone il cuscinetto che regola lo scorrimento della ruota.
Il pensiero, quando affronto una discesa, va a quella rigatura del cuscinetto, a cui due anni prima non avevo potuto porre rimedio. Ogni tanto la sento strillare e le vibrazioni le sento fin sopra le leve dei freni, sulle quali tengo sempre appoggiati gli indici e i pollici.
“Dai, fai la brava, portami fin giù e poi ti mando in pensione. Ti giuro che se mi porti giù senza fare scherzi, ti cambio e ingrasso tutti i cuscinetti”. Promesse da marinaio! E va avanti così da due anni.
In questa condizione svanisce l’emergenza, quando vai giù a settanta, ottanta chilometri orari, l’emergenza svanisce, non c’è tempo per nessuna emergenza, i freni ti servono solo per controllare l’ingresso nelle curve o per controllare un’uscita troppo larga. Quando sei carico come un mulo e viaggi in discesa a sessanta, settanta chilometri all’ora, per giunta senza casco, i finali restano due: arrivare sano e salvo oppure spaccarti le ossa a rischio della vita, alla meglio una poltroncina con le ruote, per il resto della vita.
Personalmente preferisco crepare in discesa che per un cazzo di virus che non ho mai visto, preferisco persino le diciotto ruote di un autocarro sul groppone, senza agonia, senza coscienza e soprattutto senza sopravvivere al dolore.
Anzi, adesso che ci penso non mi dispiacerebbe portarmi il mio virus con tutti i suoi cazzo di CD4 e carica virale al seguito: per vederli spalmati in venti metri di asfalto, nell’urlo di una frenata bruciante.

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