di Gino Cervi

Quando penso alla Milano-Sanremo, alla strada che fa la Milano-Sanremo, pressoché identica da oltre un secolo, mi viene in mente l’incontro di due canzoni. Che probabilmente non c’entrano niente, né con la bicicletta, né col ciclismo, ma forse un po’ sì con questa strada dalla nebbia al sole, dalla pianura al mare, dall’inverno alla primavera.

Milano, Binasco, Pavia, Voghera, Tortona, Novi Ligure, Ovada e finalmente lasciare la piana e salire, mangiarsi pezzo per pezzo un po’ di Appennino, fino a quando, finalmente, “improvvisamente, dietro una curva, il mare”.

La prima canzone è di Ivano Fossati e si intitola “Questi posti davanti al mare”. Che è ha una prospettiva geograficamente, antropologicamente contraria alla seconda canzone: “Genova per noi”, di Paolo Conte e di tutti quelli che “stanno in fondo alla campagna”. E che vanno in Riviera come se salpassero per l’avventura: un’avventura di bar mocambo e di scarpe lucidate, di Wande, amanti di un weekend, e di boogie-woogie con i sax che “spingevano a fondo, come ciclisti gregari in fuga”. Dall’altra parte, nell’altra canzone, in questi posti davanti al mare ci sono invece quelli che “non si sanno perdonare di non sapere ballare”, e che non si sanno vestire, e soprattutto non si sanno spogliare.

Ecco, per me la Milano-Sanremo è l’incontro di questi due mondi. La Riviera e la Pianura padana, sole e nebbia, avventura e quotidianità. La strada da Milano per Pavia la conosco palmo palmo. E quasi anche quella che continua da Pavia verso l’Oltrepò fino al Tortonese. Sono posti sempre uguali, se li vedi con gli occhi di uno che passa su una bicicletta da corsa. Magari con un po’ di fortuna trovi pure quelle “drogherie di una volta, che lasciavano la porta aperta, davanti alla primavera”. Sono anni che mi chiedo che mi piacerebbe scoprire il punto preciso – le cronache dicono tra Basiglio e Binasco – il punto esatto, ma dico proprio quello esatto, quel paracarro lì, in cui Fausto Coppi e altri 4 avventurieri decisero la fuga nella Milano-Sanremo del 1946, quando mancavano più di 250 km all’arrivo. Ma questa storia qui è meglio se ve la racconta Marco Pastonesi. Oppure provare in prima persona cosa si prova a infilarsi nel tunnel stretto e scuro del Turchino, entrare con la nebbia e uscire con il sole.

Quel che posso dire io è che, da pavese, posso assicurare che è proprio come dice Fossati (Ivano, non Mario, che sui ciclisti ha altre storie da raccontare): “Fin da Pavia si pensa al mare, fin da Alessandria si sente il mare, poi, improvvisamente, dietro una curva… il mare”.

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