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Racconto di Lorenzo Franzetti, foto di Paola Bernabei

L’orgoglio è un difetto assai comune. Da tutto quello che ho letto, sono convinta che è assai frequente; che la natura umana vi è facilmente incline e che sono pochi quelli che tra noi non provano un certo compiacimento a proposito di qualche qualità – reale o immaginaria – che suppongono di possedere. Vanità e orgoglio sono ben diversi tra loro, anche se queste due parole vengono spesso usate nello stesso senso. Una persona può essere orgogliosa senza essere vana. L’orgoglio si riferisce soprattutto a quello che pensiamo di noi stessi; la vanità a ciò che vorremmo che gli altri pensassero di noi.

Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio

In fondo all’anima, nel profondo del loro corpo femminile, orfano di sensualità, c’era solo l’orgoglio.

Tremante, intirizzita, rigida. Emilia guardava nel vuoto, mentre sentiva a malapena le sue gambe spingere sui pedali e la bici alzare vento gelido. E le ruote alzavano acqua sporca che le rigavano il corpo fradicio, la maglietta, il viso. Emilia, staccata e sola. Le prime lontane, lanciate verso imprese da prima pagina: lei, avvolta dal silenzio, mentre i boschi del Campo dei Fiori diventavano sempre più tetri. Alberi come fantasmi, che increspavano un cielo grigio; Emilia tutta sola, in bicicletta, sola con l’orgoglio.

Il ciclismo, il senso eroico dell’impresa, la leggenda: parole vuote se scopiazzate da un comunicato stampa, se prefabbricate per uno sport che, a ogni curva inciampa e ha bisogno di nuovi spot, per rifarsi l’immagine. Parole vere, invece, quando a pronunciarle erano sguardi profondi, come gli occhi sbarrati di Emilia, occhi azzurri come un cielo che, sopra queste dannate nubi grigie. Volti che parlano, volti segnati dal freddo, labbra che tremano, denti che battono, sorrisi che non arrivano, pianti che liberano l’orgoglio: solo l’orgoglio.

Liberazione e affetto. La vincitrice Elisa Longo Borghini vista da Paola Bernabei

Liberazione e affetto. La vincitrice Elisa Longo Borghini vista da Paola Bernabei

Emilia ha visto le prime, la più forte andarsene, ma ha continuato la sua sfida. Elisa, che di cognome fa Longo Borghini, ha fatto l’impresa per i giornali: più veloce del vento, più calda della pioggia di marzo. Dannata primavera, dove sei finita? Emilia e tutte le altre hanno scritto la loro storia, impressa nei loro pensieri e nella loro immagine: grazie all’orgoglio.

Emilia e le altre, Fabiana, Lucy, Giada, Emma, Marianne, Noemi. Proprio tutte le altre: con gli occhi pasticciati dal fango, il mascara del ciclismo. Donne che pedalano come uomini. Donne che vorrebbero essere rispettate alla pari degli uomini. In bici. Dentro a una corsa crudele, impietosa: come il ciclismo degli eroi, sì, quello dei maschi. Gambe più graziose, ma forti come quelle degli uomini. Mani esili, ma tremanti come quelle degli uomini. Orgoglio, invece, più di quello degli uomini.

Il senso di tutto questo, le ragazze della bici, già lo sapevano. Perché una dannata corsa di ciclismo deve contenere tutta questa sofferenza? Lacrime e denti che battono sono uno sport? Donne che hanno pedalato come uomini hanno trovato il senso. L’hanno mostrato al pubblico rintanato sotto gli ombrelli. L’’hanno conservato, il senso, per i momenti importanti. Si ritroveranno mamme, un giorno, e avranno storie meravigliose da raccontare, ai loro figli. E qualcosa in più da insegnare loro. Grazie all’orgoglio.

 

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Per il resoconto ufficiale, cliccate qui: Elisa Longo Borgini vince a Cittiglio.

 

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