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di Guido P. Rubino (foto GR)

È il momento del via. Pensa a un ragazzo che davanti ha 298 chilometri e gli dicono che il freddo che sta sentendo ancora non è niente. “Sul percorso sta nevicando, copritevi bene”. E come fai a coprirti? Sei sempre in bicicletta, mica in macchina. C’è la pioggia sputata in faccia dalla ruota di quello davanti.

Un gruppo di corridori in una nuvola che non è nebbia, ma acqua sollevata da bici che il parafango non l’hanno mai previsto. E via così a preparare sacche di rifornimenti che non sono solo barrette. Frutta, qualche crostatina da mettere in tasca mentre il meccanico appiccica un elenco di numeri sull’attacco manubrio lunghissimo (pare che per fare il corridore professionista non si possa avere un attacco manubrio da meno di 12 centimetri). Numeri che dicono di chilometri in cui succede qualcosa, una salita, un rifornimento. Numeri di altri numeri da seguire: c’è chi si segna quelli da tenere d’occhio. Che tra qualche ora, tra pioggia e fango, non basteranno che i numeri per riconoscere i corridori. Divise sgargianti che tenderanno tutte allo stesso colore di fatica. Dopo trecento chilometri diventano tutti uguali agli occhi di chi li aspetta a Sanremo. La differenza la farà solo il tempo. Chi arriverà prima e chi arriverà dopo. Chi sognerà da campione e chi si leccherà le ferite.

NOTIZIA DELL’ULTIMA ORA: i giornali parlano della partita rinviata per il maltempo. La corsa, intanto l’hanno accorciata un po’ perché qualche tratto è davvero impraticabile per la neve. I corridori continuano a pedalare, i giornali non se ne accorgono.

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