Nel marzo del 1988, venticinque anni fa, Laurent Fignon vinceva la sua prima Milano-Sanremo (vedi il video qui sopra). L’anno seguente avrebbe fatto il bis. Impresa – quella di vincere per due volte consecutive la Classicissima di primavera – toccata in sorte solo a grandi campioni: Girardengo, Bartali, Coppi, Petrucci, Merckx (per due volte), De Vlaeminck e, più recentemente, Erik Zabel. A Fignon, il Professore, che tre anni fa ha staccato il dorsale troppo presto, dedica un bel ritratto Silvano Calzini. 

di Silvano Calzini

Strano destino per questo parigino purosangue, capelli biondi raccolti in un codino e occhialini tondi che gli varranno il soprannome di “Professore”. Un campione vero, un corridore coraggioso sempre pronto ad andare all’attacco, un vincente come dimostra il suo palmarès: 2 Tour de France, 1 Giro d’Italia, 2 Milano-Sanremo, 1 Freccia Vallone non sono roba da poco. Eppure è uno di quegli atleti destinati a rimanere nel ricordo più per le sue sconfitte che per le vittorie.

Classe 1960, buon dilettante, Fignon diventa professionista nel 1982 nella squadra di Hinault e fin dall’inizio, pur non trascurando di lavorare per il capitano, si mette in luce per le sue doti di passista-scalatore e per l’atteggiamento di attaccante naturale. Nel 1984 si afferma definitivamente trionfando al Tour. Ormai è un “grande” e pensa in grande. Per l’anno successivo il suo obiettivo è l’accoppiata Giro-Tour, per cui si presenta sulle strade italiane preparato e ben deciso a imporre la sua legge. E le cose per lui sembrano mettersi bene: vince la cronosquadre in Versilia e mette la maglia rosa, poi al Blockhaus la deve cedere a Moser che lo sconfigge anche nella cronometro di Milano, ma nel tappone di Arabba il francese stacca tutti, lascia Moser a 2’19” e riconquista la maglia rosa. Poi succedono delle cose un po’ strane. Per dubbie ragioni atmosferiche viene tagliata la scalata dello Stelvio. Un chiaro vantaggio per Moser che in salita ha dimostrato di non reggere il passo del francese. Per di più è nata una specie di alleanza tra gli italiani che frenano tutti gli attacchi che potrebbero mettere in difficoltà il campione trentino. E così si arriva all’ultima tappa, una cronometro da Soave a Verona di 42 chilometri. Fignon dispone ancora in classifica di 1’21, un vantaggio che sembra rassicurante, ma Moser, reduce dalla trionfale esperienza in Messico per il record dell’ora di pochi mesi prima, decide di utilizzare anche qui gli ultimi ritrovati della tecnologia, ruote lenticolari e manubrio a corna di bue, e quel giorno vola. Infligge ben 2’24 di distacco a Fignon ed entra come un trionfatore nell’Arena di Verona, gremita come uno stadio per l’occasione. Risultato finale: Fignon è secondo e perde il Giro per 1 minuto e 3 secondi. Sconfitta bruciante a dir poco. Anche perché si accendono subito le polemiche sull’elicottero delle riprese televisive che per tutto il percorso ha volato sopra Moser, creando un vortice d’aria che avrebbe favorito il trentino. Fignon ne è convinto e nonostante le smentite dei vari protagonisti manterrà sempre la sua opinione su quanto è successo quel giorno.

Fignon batte Fondries alla Sanremo 1988

Fignon batte Fondriest alla Sanremo 1988

Dopo pochi mesi per il francese arriva il secondo successo al Tour e negli anni seguenti Fignon si toglierà la soddisfazione di tornare a vincere in Italia, trionfando in due splendide Sanremo. Poi nel 1989 anche la rivincita al Giro con un successo finale “senza se e senza ma”. Il destino però ha ancora in serbo un beffa crudele per lui. Pochi mesi dopo, proprio sulle strade della sua Parigi, si vede soffiare il Tour dall’americano Greg Lemond per soli 8 secondi, il distacco più risicato della storia del Tour. Suprema ironia, anche questa volta la sconfitta per Fignon arriva nell’ultima tappa a cronometro e con lo zampino di una novità tecnica. Nella crono finale da Versailles ai Campi Elisi, Lemond montò sul manubrio la prolunga aerodinamica “rubata” al triathlon.

Bel personaggio Fignon, coraggioso e schietto, consapevole che la carriera di uno sportivo è fatta di vittorie, ma anche di sconfitte brucianti, che fanno male. E lui ha sempre dimostrato di saperle prendere nel modo giusto, forte delle sue opinioni, ma senza mai atteggiarsi a martire o serbare rancore. Nel 2010 gli viene diagnosticato un tumore allo stomaco. Se ne andrà per sempre a fine agosto 2011, ma ancora un mese prima è lì sulle strade del Tour de France a fare il commentatore e ad affrontare il destino alla sua maniera, a viso aperto. Chapeau!

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