di Marco Pastonesi

“Mi chiedevano: ‘Tu che corri con lui, com’è Fausto Coppi?’. Mi toccava rispondere che io, Coppi, lo vedevo alla partenza e poi più fino alla sera, a cena, o al mattino dopo, a colazione. Perché quando arrivavo io, Coppi era già in albergo. Come alla Milano-Sanremo del 1946”.

Ubaldo Pugnaloni, dorsale 19, è uno dei 115 partenti alla Milano-Sanremo del 1946: stessa maglia di Coppi, biancoceleste della Bianchi, ma altra testa e altre gambe, forse anche un cognome – come aveva scritto Gianni Brera – “poco adatto ai trionfi”. E’ il 19 marzo, il giorno di San Giuseppe, un martedì. Il ritrovo alla Chiesa Rossa, all’alba, il via alle 7 e mezzo, e quell’uomo che sventola una bandierina è un giornalista francese, si chiama Yves Mazan, è il figlio di Lucien Mazan, detto Petit Breton, capelli con la riga e baffi nervosi, proprio quel “piccolo bretone” che nel 1907 ha conquistato la prima edizione della corsa. A quel tempo la Sanremo valeva cinque lire a chilometro, e i chilometri erano 288, più 300 lire come vincitore, più la gloria eterna. Stavolta la Sanremo vale ancora di più: è la prima corsa del dopoguerra, è il ritorno alla vita, lo sport come rinascita, la fuga come resurrezione.

Neanche il tempo di scaldarsi, e cinque dei 115 se ne vanno, avanti, incoscienti: all’avventura, pensano i cinque, al suicidio, pensano tutti gli altri. Il francese Lucien Teisseire, dorsale 102, tesserato per la Viscontea; un altro francese ma di origini italiane, Giacomo Bardelli, 119, indipendente, cioè senza squadra, ma con la speranza che, con questa evasione, presto la troverà; poi tre italiani: Tolmino Casellato, dorsale 68, compagno di squadra di Tesseire; Luigi Mutti, 36, della Olmo; e Fausto Coppi, 13, maglia biancoceleste della Bianchi. Teisseire è un signor corridore: ha vinto la Parigi-Tours del 1944, in carriera collezionerà tappe al Tour de France. Bardelli, Casellato e Mutti sono semplici comparse, passeggeri, testimoni. E Coppi, Coppi è già, è ancora, è sempre Coppi. A Binasco i cinque hanno un sospiro di vantaggio, a Pavia 3 minuti, a Pontecurone quasi 6.

“Nessuno gli credeva”, scava nella memoria Renzo Zanazzi, maglia verde-marrone della Legnano, dorsale 77. “Pazzi, matti, folli. Dove vorranno andare?, ci chiedevamo. Al traguardo, avremmo dovuto risponderci. Ma nessuno si muoveva. Neanche Gino Bartali”.

E’ una giornata che sa già di vacanza ancora prima di scavalcare verso il mare. “Il cielo azzurro, l’aria profumata, le strade dissestate, la gente dappertutto”, racconta Alfredo Martini, dorsale 53, maglia della Welter. “Quella non era una squadra, ma una banda. C’era anche Luigi Malabrocca, la futura maglia nera”.

La statale dei Giovi passa da Tortona, poi, per andare a Novi, si deve attraversare lo Scrivia. “Ma il ponte era stato bombardato durante la guerra”, dice Zanazzi. “Avevano sistemato delle assi di legno. Una passerella. Un po’ si riusciva a stare in sella, un po’ no, si guadava spingendo la bici a piedi”. A Novi i cinque hanno fatto incetta dei premi ai traguardi volanti, forse il gruppo pensa che adesso abbiano la pancia piena e mollino, cedano, restituiscano un po’ degli 8 minuti di vantaggio. Ma il gruppo si sbaglia. A Ovada, Teisseire è stufo della compagnia, vede facce stanche e ruote a traino, dà una scrollata, e solo Coppi gli resiste. A Masone, dove la strada tira verso il Passo del Turchino, è Coppi ad allungare, e Teisseire cede. Qualche metro, qualche secondo, forse neppure mezzo minuto nel momento in cui Fausto s’infila nel tunnel che dà sulla Liguria, sulla Riviera, sulla primavera.

Coppi vola. Non lo vedranno più, se non già al traguardo, la sera all’albergo, il giorno dopo sui giornali o alla stazione. A Voltri, alla fine della discesa vanta 4 minuti su Teisseire, più di 8 sul gruppo di un Bartali polemico e arrabbiato. A Varazze, i minuti su Teisseire diventano 7, il gruppo molla, evadono soltanto Fermo Camellini, della Olmo, Vito Ortelli, della Benotto, e Egidio Marangoni, della Legnano. Troppo tardi. Più niente da fare, da rimediare, da recuperare. Sul viale Cavallotti, a Sanremo, i distacchi si registrano con la sveglia, se non con il calendario: perché Fausto – 293 chilometri, di cui 150 da solo, in 8 ore e 9 minuti, a quasi 36 di media – rifila 14 minuti a Tesseire, che salva il secondo posto, 18 e mezzo a Aldo Bini, che precede Bartali, Severino Canavesi, Ortelli, Adolfo Leoni, Osvaldo Bailo e, a pari merito, Salvatore Crippa, lo svizzero Emilio Croci-Torti, Nedo Logli e Valeriano Zanazzi, fratello minore di Renzo. Renzo sarebbe arrivato 36°, Pugnaloni 38° e Martini 44°, forse insieme, forse a 32 minuti. Le cronache sono vaghe, i numeri imprecisi. Alla radio, il telecronista Niccolò Carosio, disorientato dal divario abissale, è costretto a ricorrere al mestiere e a un artificio: “Primo Fausto Coppi… e in attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo”. Il giorno dopo, mercoledì 20, “La Gazzetta dello Sport” avrebbe titolato, dedicando all’impresa tutta la prima pagina: “Fausto Coppi non vede più nessuno del Turchino a Sanremo e piega alla sua volontà indomita ogni ostacolo della corsa sfinge”.

“Coppi – lo descrive Martini – era elegante, accarezzava i pedali, aveva il dono della leggerezza”. “Per Coppi – immagina Pugnaloni – quella fu una corsa, per gli altri una processione”. “Quel giorno”, spiega Zanazzi, “non lo sapevamo ancora. Ma Coppi viveva e pedalava già in un’altra dimensione. Qualche volta lo avremmo anche battuto. Però non lo avremmo mai più ripreso”.

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Il testo è tratto da Fausto Coppi. Gli anni, le strade, a cura di Gianni Rossi, con una prefazione di Giampaolo Ormezzano, Bolis Edizioni, Azzano San Paolo 2009 (144 pagine, 15 euro).

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