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Di Gianni Bertoli

Estate 1959. Come ogni anno passo le vacanze scolastiche a Langhirano da nonna Adele. Ho tutta la giornata libera e, finalmente, posso allenarmi come si deve. Esco tutti i giorni in bici, mi alleno regolarmente in compagnia di quattro o cinque amici. Insomma, mi sembra quasi di fare il professionista. Le nostre uscite in allenamento finiscono sempre in battaglia con scatti, controscatti, fughe, volate.

Il nostro è un gruppo ristretto e solitamente accettiamo malvolentieri intrusioni di ciclisti che non siano almeno alla nostra altezza. E’ così che non vogliamo che si accompagni a noi Marco Mazzi. Marco abita a Genova e viene a passare parte delle vacanze estive dagli zii. Ha una bici da corsa sgangherata con un vecchio cambio Simplex a quattro ingranaggi e una sola moltiplica. Basterebbe questo fatto a “squalificarlo” ma c’è di più. Marco ha sedici anni ma è piccolo, magro scheletrico e ha due gambine secche dalla muscolatura latente. Calza scarpe da ginnastica che fatica ad inserire nei fermapiedi e indossa una maglietta a righe bianche e azzurre che non lava mai. E poi … e poi ha quello spiccato accento genovese che ci fa morire dal ridere. Si allena sempre da solo e, ogni volta che ci chiede di aggregarsi a noi, riceve sempre secchi e convinti rifiuti: nessuno si vuole rimorchiare quell’attrezzo, ne va della nostra dignità.

Un bel giorno però cambiamo idea. No, non è migliorato nello stile né nel rendimento. Va sempre piano, non si è irrobustito, non ha imparato ad infilare le scarpe nei fermapiedi e porta sempre la sua maglietta lurida. E’ successo un fatto esterno: è venuta a passare le vacanze a Langhirano sua sorella Lucia, Lucy per gli amici. Lucy è una biondina niente male, formosetta quanto basta, con due accattivanti occhioni verdi che fanno passare decisamente in secondo piano gli occhiali da vista. Marco è salito immediatamente nella stima di noi tutti.

E’ quindi inevitabile che arrivi il gran giorno: accettiamo di portarlo con noi in allenamento. Studiamo un percorso piatto, cinquanta chilometri non uno di più: Langhirano-Felino-Collecchio-Parma-Langhirano.

Partiamo. Marco è felice e scalpitante e si mantiene in testa al gruppetto. Verso Torrechiara la strada si … impenna: cinquecento metri allo 0,25%. Marco, inebriato dall’aria di montagna, scatta e lascia la compagnia. Siamo al quinto chilometro. Noi lasciamo fare. Ai piedi della stupenda rocca quattrocentesca, Marco ha duecento metri di vantaggio. Da Torrechiara al Pilastro ci sono tre chilometri di strada in leggera discesa e il fuggitivo ci dà dentro a tutta. Non cambia rapporto. Forse non sa nemmeno come si fa. Si sderena sulla sella “frullando l’aria” con un rapporto esageratamente leggero. Noi sghignazziamo ma lui non ci può sentire perché è troppo impegnato. Mi viene in mente di fare il Mario Ferretti della situazione: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste lurida, il suo nome è Marco Mazzi”. “E sua sorella è bona!” aggiunge Guido.

Al Pilastro, per andare a Felino, bisogna girare a sinistra. Marco ha trecento metri di vantaggio e temiamo che non conosca la strada. Per evitare errori di percorso, Giancarlo si rivolge a Guido: “Guido, prima che col là ‘n fuga al vaga drit a Perma, vag a dir ch’al Pilastèr al g’ha da girèr a sinistra”.

Quattro pedalate ben assestate e Guido raggiunge il fuggitivo, gli dà i suggerimenti e si lascia … riassorbire dal gruppo sghignazzante.

La nostra uscita si conclude con qualche modifica al programma. Il percorso viene ridotto a trenta chilometri, gli ultimi venti dei quali vedono Marco attaccato ai nostri sellini messi a disposizione a turno.

L’ex fuggitivo non ci chiederà più di venire in bicicletta con noi.

Nota in calce: qualche anno dopo, Marco, diventato un ragazzone di un metro e novanta, inizierà a giocare  a pallavolo a discreti livelli in Liguria.

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