L'olandese Peter Post, grande specialista delle sei giorni

L’olandese Peter Post, grande specialista delle sei giorni

Di Gianni Bertoli

Febbraio. Una volta era tempo di Sei Giorni. Si correva infatti la Sei giorni di Milano. Dopo le prime due edizioni, 1927 e 1928, era stata ripresa solo nel 1961. Da quell’anno in poi, penso di avere visto tutte le edizioni finché la famosa nevicata del 1985 non fece crollare il tetto del nuovo Palasport di San Siro.

Tra tutte quelle Sei Giorni, l’edizione che ricordo più volentieri è quella del 1967.

Ai primi di febbraio di quell’anno, un’amica d’infanzia mi presentò una biondina, sua compagna di scuola.

Le due ragazze avevano terminato gli studi di interpretariato a Firenze e poi avevano, entrambe, trovato lavoro a Milano, dove condividevano un monolocale con angolo cottura dalle parti del Naviglio Grande.

«Vieni a trovarci. Magari usciamo qualche sera assieme», mi proposero.

Fu così che, dopo avere rintracciato un altro amico, anch’egli a Milano per lavoro, formammo un simpatico sodalizio.

C006F2In qualità di unico milanese del quartetto, mi sentivo in dovere di fare un po’ da cicerone ma mi accorsi subito che le due ragazze, in soli due mesi, sapevano più cose su Milano di me che ci vivevo da ventiquattro anni, cioè dalla nascita.

Cominciammo subito con un paio di serate a teatro, al “Piccolo” per assistere ad un monologo di Mimmo Craig e al Nuovo per una indimenticabile interpretazione di Ivo Garrani nei panni di Mussolini dopo il delitto Matteotti.

Una sera, così per proporre qualcosa di meno serioso, lanciai un’idea: «Perché domani sera non andiamo a vedere la Sei Giorni? Anche se non siete interessati al ciclismo, c’è lo spettacolo con diverse attrazioni. Domani sera, se non sbaglio, c’è Orietta Berti».

«E’ un’ottima idea. – disse la biondina, prendendo subito in mano la situazione – Domani esco presto dall’ufficio, vado subito a casa e vi preparo un bel rotolo di pollo disossato. Ceniamo assieme e poi andiamo alla Sei giorni».

Il giorno dopo nevicava. Cenammo piuttosto presto – il pollo disossato era veramente eccellente – e via verso piazza 6 Febbraio.

Il vecchio Palasport della Fiera sembrava trasformato da luci, scritte luminose e addobbi. Parcheggiammo ad un centinaio di metri di distanza e ci avventurammo a piedi. La biondina portava un paio di stivaletti bianchi che si confondevano con la neve.

Entrammo, dopo avere pagato i biglietti rigorosamente “alla romana”, e ci trovammo proprio sotto la pista. Le assi del parquet scricchiolavano al passaggio dei corridori mentre si sentivano i calorosi incitamenti del pubblico.

C006F1(1)La pista del Palasport veniva montata all’inizio dell’inverno e smontata ai primi di marzo per riconsegnare il palazzo alla Fiera. Le tribune non erano altro che tavole di legno sostenute da una struttura in tubi innocenti. La visibilità era abbastanza buona a condizione di non mettersi nelle vicinanze di una delle numerose colonne. Luci e addobbi erano senz’altro degni della manifestazione. La pista – 200 metri circa di sviluppo alla corda – era perfetta. Nel parterre trovavano posto, da un lato, i tavolini del ristorante, dall’altro, le postazioni dei corridori e dei tecnici, al centro, il palco per lo spettacolo.

Carlo Proserpio era lo speaker della Sei giorni mentre la voce inconfondibile di Daniele Piombi presentava lo spettacolo nei momenti di riposo della gara. L’acustica del Palasport lasciava molto a desiderare.

Il pubblico sulle tribune era per la stragrande maggioranza formato da appassionati di ciclismo che se ne fregavano altamente dello spettacolo: il solito popolo dei seguaci delle due ruote, munito di sacchetti di plastica contenenti panini e – perché no? – anche fiaschi di vino.

Quando entrammo si stava correndo la gara ad eliminazione riservata ai numeri rossi: ogni due giri veniva eliminato l’ultimo a transitare sul traguardo. La gara suscitò subito l’interesse dei miei amici anche perché a giocarsi la vittoria erano rimasti – non certo casualmente – Zandegù e Roggendorf, i due clown della Sei giorni. Vinse Roggendorf con Zandegù, incavolatissimo che gli mostrava il pugno ma, sicuramente, la situazione si sarebbe ripetuta – magari il giorno dopo – con esito tassativamente contrario. L’anno prima, al termine di una gara analoga, Zandegù aveva sparato a Roggendorf con la pistola rubata allo starter.

La parola passò poi a Daniele Piombi per una parte di spettacolo mentre i seigiornisti continuavano a girare lentamente, chiacchierando tra loro. Qualcuno andava senza mani, guidando il manubrio con un piede. Il solito Roggendorf trovò il modo di rubare ad un cameriere di passaggio una bottiglia di spumante, ne bevve un po’ e poi la offrì a Zandegù che, arrabbiatissimo, la rifiutò tra i “buuu” del pubblico. Tutto finto, naturalmente.

La morbida Orietta Berti cantò “Io, tu e le rose”, penalizzata dalla pessima acustica del palazzo. Stranamente, gli spettatori delle tribune rispettarono l’impegno della cantante e le tributarono un discreto applauso. Molti altri personaggi dello spettacolo se l’erano cavata ben peggio, subissati da fischi.

Che strano guazzabuglio, la Sei giorni! Un mix di corsa ciclistica, spettacolo, finzione, combine, mondanità, scherzi e chi più ne ha più ne metta.

Alla fine della serata giunse finalmente il piatto forte: l’americana gigante su duecento giri pari a quaranta chilometri, la corsa vera

Un corridore per coppia si schierò sulla linea di partenza mentre i compagni giravano lentamente in attesa di dare il cambio. Tano Belloni, direttore della manifestazione, in smoking, farfallino e cappello alla texana diede la partenza sparando un colpo di pistola in aria. Un finto fagiano, lanciato da qualche inserviente, cadde sulla pista tra le risate generali. Era l’ultimo scherzo. D’ora in poi si sarebbe fatto sul serio.

Il grande carosello era iniziato. Non scherzava più nessuno, nemmeno Zandegù e Roggendorf. Fughe ventre a terra, rincorse mozzafiato, giri guadagnati, giri persi, cambi alla mano, cambi alla voce, cambi con spinta.

Gianni Motta con Ernesto Colnago

Gianni Motta con Ernesto Colnago

L’olandesone Peter Post, grande maestro delle Sei giorni, pilotava con abilità il ventitreenne Gianni Motta, furbo e svelto, verso la vittoria in quell’americana e nella Sei Giorni.

La biondina dagli stivaletti bianchi mi chiese: «Ma come fanno ad andare così forte e a riuscire a trovare il compagno per il cambio in mezzo a questa bolgia?» Allargai le braccia.

«Mi sembra che tu faccia il tifo per Motta, o sbaglio? Perché? Gimondi non ti piace?»

«Beh, Gimondi non corre la Sei giorni. Non so nemmeno io perché tifo Motta. Forse perché è passato professionista un anno prima di Gimondi e mi ci sono affezionato subito. Forse perché lo trovo più scattante. Forse perché ha vinto il Giro d’Italia l’anno scorso. O, forse, più semplicemente, perché si chiama Gianni come me».

La biondina sorrise. Da quel momento in poi, ad ogni passaggio di Motta, gli urlava: «Forza, Gianni!»

Un anno e mezzo dopo, la biondina dagli stivaletti bianchi divenne mia moglie.

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