salvaiciclistiUn anno fa, in Italia, prendeva vita una delle più sensazionali forme di mobilitazione spontanea: #salvaiciclisti voleva ricordare al nostro paese che morire in sella a una bicicletta è inaccettabile per qualsiasi società che si definisca civile.

Quaranta blogger, uno più uno meno, si sono uniti per sensibilizzare un’Italia rincoglionita da uno stile di vita a misura d’auto e, soprattutto, da una mancanza di rispetto nei confronti degli utenti deboli delle strade. Da quaranta apripista, si è arrivati a migliaia di persone, per dar vita a un movimento davvero spontaneo, in difesa di chi pedala per scelta o necessità.

All’estero, in particolare, in Inghilterra, la mobilitazione era partita dal più autorevole tra i quotidiani londinesi, il Times: in seguito a un grave incidente che aveva coinvolto una giovane giornalista, travolta da un’auto, aveva preso avvio una vera e propria campagna che è arrivata fino al governo. Una campagna spinta e alimentata da un’intera community a pedali, una community che in quel paese vede ancora oggi i grandi campioni del pedale a fianco dei cittadini comuni e dei media, a favore di una maggior sicurezza per i ciclisti.

In Italia, non è accaduto niente di tutto questo, o quasi: i grandi quotidiani si sono limitati ad “annusare” o, al massimo, a “simpatizzare” con #salvaiciclisti, senza volersi impegnare con campagne che richiedessero un minimo di coraggio. Allo stesso modo, anche i campioni del pedale e i ciclisti comuni hanno flirtato molto poco… Eppure, una persona che pedala, che lo faccia per mestiere, per scelta ecologica o per piacere, non dovrebbe avere partiti pro o contro. Ci sono diritti sacrosanti che, qualsiasi persona civile ha il dovere di difendere e di salvaguardare: tra questi c’è il diritto di pedalare in sicurezza, senza rischiare di morire a causa della maleducazione di altri; c’è il diritto a città più vivibili; c’è il diritto al benessere che deriva da una vita più sana e sportiva.

#salvaiciclisti compie un anno e già è stata “bollata” politicamente e socialmente da buona parte dei mezzi di comunicazione: in Italia non si riesce a giudicare nulla serenamente, prevale la logica della tifoseria. Pro o contro. Qui non è questione di pro o contro: ci dovrebbe essere solo un “pro”. E non è questione di aderire mostrando il bollino arancione di questo movimento: basta il buon senso.

E a proposito di “bollati” ora c’è anche uno sport nazionalpopolare da salvare: salviamo tutti i ciclisti, anche quelli che regalano emozioni con le loro imprese, quelli che facevano sognare un paese intero e che oggi sono alla gogna. Se un marziano atterrasse oggi sulla terra e s’imbattesse nelle prime pagine di certi quotidiani, potrebbe pensare che la feccia dell’umanità risieda in un gruppo di folli che scelgono di vivere in sella a una bicicletta assumendo sostanze di ogni tipo.

Il ciclismo ha molti scheletri nell’armadio e stanno venendo a galla. Tuttavia, è sempre più evidente la scelta di certi media di mettere alla gogna i ciclisti, assolvendo tutto il resto. Lo tsunami mediatico segue le sue logiche: si scopre ora che undici anni fa un campione del pedale si è dopato e si confeziona lo scandalo perfetto. Il regno del male si muove in bici, a quanto pare, ma gli scoop sono quasi sempre a scoppio ritardato: scoop tra l’altro fatto con documenti timbrati e rilasciati dai tribunali (non siamo di fronte a inchieste giornalistiche alla Clark Kent).  C’è un processo in corso, in Spagna, nel quale un medico è sotto accusa per una frode perpetrata con il doping. Questo medico spagnolo, da tutti considerato uno stregone dello sport, sostiene di aver curato e trasformato atleti di ogni tipo. Davvero? Sì, dai ciclisti che non mancano mai, ai tennisti, dai maratoneti, ai calciatori. Sissignore, anche il dio pallone si dopa… apriti cielo: fermi tutti! A quel punto, persino il giudice di quel processo ha deciso di non andare oltre, il mostro che è utile alla causa c’è già: è un ciclista. Basta e avanza. Nelle pieghe più stropicciate di quel processo emergerebbe anche il coinvolgimento di una famosissima squadra di calcio italiana, si ventilano sospetti, ma… Ma, fermiamoci qui: lo scandalo è già servito, nel modo più conveniente.

Io sto con #salvaiciclisti, ma ora salviamo anche il ciclismo: da loro stessi e dal loro scomodo passato, ok, ma anche da tutte le forme di distruzione di massa. A cominciare dal modo di raccontare questo straordinario fenomeno di costume nazionalpopolare: sì, è proprio tempo di qualcosa di nuovo, di un nuovo stile. Cycle!style…

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