1

Via Celentano, Milano, una traversa di via Padova, a nord della città. Una corte, un portinaio e una porticina nera. Dentro, ad attenderci, c’è il Marietto, al secolo Mario Ottusi. In tuta da lavoro. Dentro un laboratorio piccolo piccolo, fra scarponi da sci, un vecchio telaio di bicicletta, ritagli di giornali, fotografie in bianco e nero. Alcune ingiallite. E ricordi, soprattutto ricordi.

Nato?

«A Milano, sono del 1941».
Vissuto?
«Alle Abbadesse, in via Oldofredi, fino ai tre anni e poi ci siamo trasferiti in via Padova. Mio padre ha iniziato a fare il meccanico ciclista nel negozio di Teruzzi a Sesto San Giovanni. Poi mio papà ha allargato l’attività e ha aperto tre botteghe a Milano».

Mi parli di lei, della scuola per esempio…

«Voglia di studiare? Saltami addosso! Sì, a scuola ci andavo. Ma mio papà dopo la campanella mi dava un quarto d’ora per arrivare in bottega per dargli una mano».

E cosa faceva?

«Tiravo i raggi delle ruote. Un lavoro semplice ma intanto imparavo».

E i compiti?

«Mio papà diceva che non serviva farli. Era sufficiente che andassi a scuola al mattino per imparare».
E ha imparato?«
Poco. In terza ho piantato lì e mi sono iscritto a una professionale dalle parti di Cimiano. I corsi li aveva messi in piedi, come se ciama… el don Verzé. Ma sul tempo della scuola ho un bel aneddoto».
Mi dica…

«Alle elementari andavo qui vicino, in una traversa di viale Padova. Mi portavo dietro un fucile e quando uscivo, allora c’erano i campi qua attorno, sparavo ai passerotti. Quando passai alle professionali c’era un insegnante – era un sacerdote – che mi diede il permesso di andare al parco Lambro e lì potevo sparare anche ai merli».

E poi che cosa se ne faceva?

«Alcune maestre erano originarie del Veneto e a loro piaceva molto la polenta e osei. Così omaggiavo loro di parte del mio bottino di caccia».

E il ciclismo?

«Mi papà lavorava in bottega ma era anche un meccanico di squadra. Avevo solo 14 anni e iniziai a seguire il Koblet nei circuiti del “dopo Giro”».

E cosa faceva?

«Montavo le ruote e gonfiavo i tubolari che mio papà aveva preparato per lui».

E com’era il Koblet?

«Una roba enorme! Ed era un signore. In inverno andava a sciare a St. Moritz e mi invitava sempre! Era bravo anche sugli sci».

Come proseguì la sua carriera?

«A 16 anni ho iniziato ad aiutare mio padre come meccanico al seguito del Giro d’Italia nella squadra di Charly Gaul, la Faema. Era il Giro della famosa tappa del Bondone, la ventunesima. (Il gruppo che partiva da Merano aveva davanti a sé quattro passi da scalare e incontrò pioggia, freddo, neve e persino grandine. Il vincitore arrivò con quasi 8 minuti di vantaggio sul secondo classificato, Alessandro Fantini e più di 12 minuti su Fiorenzo Magni. Gaul risalì in classifica generale dal ventiquattresimo posto  al primo posto, e si aggiudicò una delle più memorabili edizioni del Giro ndr).

Radiocorsa non trasmetteva. Gaul non sapeva il vantaggio rispetto agli inseguitori e mi ricordo che molti dei nostri corridori si erano ritirati e avevano trovato rifugio da qualche parte, nelle case, nei bar, nelle osterie. Dispersi. Ciascuno ha provveduto da sé per il rientro a casa. E il giorno dopo non ci siamo presi la briga di andare a cercarli con la nostra ammiraglia anche perché non avremmo potuto sapere dove trovarli».

4Ha un ricordo particolare di quel giorno?

«Il direttore della squadra che era Learco Guerra, mi disse di rimanere al punto di rifornimento. Avevo preparato le borracce con il brodo caldo per i corridori. Fu una giornataccia. Arrivarono in pochi al traguardo, fu un vero e proprio massacro. Credo una dozzina arrivarono al traguardo. E chi ci riuscì, non faccio i nomi, ricevette spinte e aiuti. Gaul aveva un punto debole: il caldo. Ma con il freddo volava. E lì, in quella tappa tremenda, vinse quel Giro».

L’intervento di Guerra fu fondamentale in quella tappa perché a un certo punto soccorse Gaul che si era rifugiato in una trattoria, gli fece cambiare i vestiti e lo convinse a ripartire…

E Guerra fu un bravissimo direttore sportivo anche se in pochi se lo ricordano. Non è scontato per un grande corridore, come è stato Learco, trasformarsi in un bravo tecnico. Lui era una persona a modo, un signore. Era gentile e allo stesso tempo sapeva strigliare i corridori in gara quando serviva. E come tecnico ci azzeccava. Sapeva leggere la corsa e anticipare le mosse degli avversari.

E poi ebbe un altro merito: seppe scoprire molti corridori giovani che divennero campioni nella sua squadra: Van Loy, lo stesso Gaul, Poblet e l’olandese Peter Post, per fare solo qualche nome».

Torniamo alla sua attività di meccanico di corsa…

«Avevo 17 anni. Mio padre era bravo ma aveva pure un caratterino… Così un giorno Guerra gli disse. Ti sta a cà. L’e mei che te vet in bottega a lavurar. Prendo tuo figlio!»

La sua specialità?

«Ero velocissimo a cambiare le ruote. Guerra mi trasmise sicurezza, quella necessaria per non perdere nemmeno un colpo. Quando arrivava Gaul ero tranquillissimo. Guerra mi ha insegnato a uccidere l’emozione, quella che può farti sbagliare. Poi dovevamo essere bravi noi meccanici nei rifornimenti. Quando c’era freddo Gaul mangiava molto zucchero. L’era minga come oggi. Allora facevo la pastella, un intruglio a base di acqua e zucchero con il quale riempivo le borracce».

Quanto ci metteva a cambiare una ruota?

«Una dozzina di secondi, non di più. Poi, quando arrivavano gli altri compagni di squadra io perdevo un po’ di concentrazione e l’operazione del cambio ruota durava il doppio. Ma con Gaul non sgarravo mai!»

Come proseguì la sua carriera?

«Iniziai anche vendere anche le scarpe di ciclista ai corridori. Ero molto conosciuto nell’ambiente. Mi rifornivo da tre aziende, le migliori dell’epoca. Una era la Colombini. Gli stranieri, belgi e olandesi, stravedevano per le nostre scarpe italiane. In inverno venivano in Italia a disputare la 6 Giorni e tornavano a casa con dieci, dodici paia di scarpe, da portare ai compagni di squadra. Van Looy correva molto e comprava da me una decina di scarpe all’anno. Anquetil gareggiava la metà e acquistava meno di conseguenza».

Il più esigente?

Gianni Motta. Dovevano calzargli alla perfezione, altrimenti se ne accorgeva e si lamentava subito. Tutti i corridori le provavano e io le adattavo in base alle loro esigenze. Erano scarpe su misura.

Poi ha smesso anche di fare il meccanico…

«Avevo 28 anni. Mi sono ritirato per aiutare moglie e figlia nel negozio di articoli sportivi».

[nggallery id=41]

 

 

3 Responses

  1. Avatar
    gianni

    Ahi,ahi,
    carissimo De Lorenzi!
    Mi hai fregato sul tempo. Volevo anch’io raccontare del Mariètt e di quei tempi in cui i ragazzi di via Padova facevano il bagno nella Martesana.
    Bei ricordi! Complimenti!
    Gianni Bertoli

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.