pinotti1Di Lorenzo Franzetti

Una curva maledetta, una ruota che schizza quasi via dal manubrio e ti ritrovi per terra. E poi ti conti le ferite e devi ricominciare… Marco Pinotti, l’ingegnere, l’ecologista, il razionale, il tecnologico: quello del ciclismo pulito, sempre e comunque. Quello che senza essere un fuoriclasse è diventato un esempio. Ma anche un esempio cade e si fa male. E poi bisogna risalire in sella, «fin quando c’è voglia, fin quando ce n’è»

Settembre 2012, l’ultima gara di Pinotti: cronometro al campionato del mondo, a Valkenburg. Curva maledetta e bici imbizzarrita: e una spalla che si rompe. Un inverno a meditare il ritorno…

Febbraio 2013, prima gara dopo l’incidente, ancora una cronometro, stavolta a squadre, al Giro del Mediterraneo: vento beffardo e bizzarro, la bici che sventola come una bandiera, altra caduta. Stessa spalla, di nuovo rotta, più due costole. E il mondo interiore, quello forte e razionale, dell’ingegnere… che crolla.

E ora, anche l’apparente freddo Pinotti, insegue un lumicino che gli dìa di nuovo speranza: «Un corridore, a inizio stagione, è già mentalizzato, programmato per i successivi due mesi, come minimo. Ogni cosa, ogni minuto, ogni pedalata è stata scelta e pensata per un obiettivo, un programma, dei risultati da ottenere… Poi, succede questo, succede che finisci per terra e ti fai male nello stesso punto dell’anno scorso… e si deve ricominciare tutto da zero».

Come un castello di carte, progetti sparpagliati a terra: per colpa del vento o del destino.  Pinotti, a quasi 37 anni, in procinto di disputare la sua ultima stagione da professionista, si ritrova disorientato, come un naufrago: «Mi ritrovo senza punti di riferimento. Nella mia carriera, gli incidenti non sono mancati. Mi sono ritrovato nella stessa condizione anche dieci anni fa, ma sono ripartito. Ora, però, sono ancora in una fase difficile»… Dapprima c’è lo choc, poi il corridore deve metabolizzare quanto è accaduto e, solo dopo questa consapevolezza, può ripartire con la forza mentale giusta… «Io sono ancora alla fase due, sono nelle mani dei medici che, tra l’altro, hanno pareri differenti e contrastanti: c’è chi dice di operarmi e chi la pensa diversamente».

Il momento più difficile per un ciclista è proprio questo: quando ancora non sa come e quando potrà risalire in sella… «E mi tengo lontano dal ciclismo, cerco di non seguire quel che succede alle corse. Ho mio figlio e mia moglie accanto, non voglio pensare alle corse…».

Presto, però, tornerà la scintilla che lo farà ripartire, Pinotti è uno tra i grandi saggi del mondo delle due ruote: la sua esperienza non lo tradirà, così come l’entusiasmo da adolescente che non ha mai smarrito, che nessun corridore vero smarrisce…

Anzi, ha sul comodino il libro giusto: «Sto leggendo The Talent Code, un libro di un giornalista americano che si chiama Daniel Coyle, che in passato fece alcune note inchieste sul ciclismo. Ora studia il talento, cerca di capire come il cervello dell’uomo sia predisposto a un’arte piuttosto che a un particolare sport o ad altro…». Pinotti è ferito, ma la sua mente è già in cerca di quel lumicino… anzi, l’ha già intercettato, in fondo al tunnel.

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