Marco Pantani disegnato da Lelio Bonaccorso

Marco Pantani disegnato da Lelio Bonaccorso

Di Claudio Sanfilippo

A un certo punto il canale sul vecchio Telefunken si teneva inserito col fiammifero, i tasti avevano perso il meccanismo bloccante e gli “svedesi”, che non ho mai capito perché si chiamassero così, sostituivano la meccanica. Servivano per la pipa di mio padre e per la tv: il verbo accendere – nel caso dei fiammiferi – si poteva declinare anche così.

Con l’avvento del telecomando questa estensione del fiammifero si è spenta, come può capitare a ogni fiammifero degno di questo nome.

Era la metà dei Settanta, quattro canali su sei erano visibili: i due della Rai, la televisione svizzera e Capodistria. Sui due che restavano, la neve.

Poco prima di passare al Grundig a colori – il giovane cugino tedesco che avrebbe pensionato il fiammifero – il Telefunken si era chiuso in sé, meditabondo, nel massimo di asocialità consentita a un elettrodomestico che non aveva facoltà di scelta: sullo schermo aveva deciso di esibire una schermatura nera, una cornice catodica che rimpiccioliva le immagini. Forse si era offeso perché un giorno mio padre tornò a casa con uno strano pannello di plastica semirigida, giallognola, con mille screziature colorate tipo quelle che fa la benzina sulla superficie dell’ac- qua; si potevano vedere di sbieco, giocando con i riflessi della luce.

telefunkenAvevamo fiducia che un aggeggio del genere, per una spesa che credo non fosse superiore alle cinquemila lire, potesse trasformare il bianco & nero del vecchio Telefunken nel technicolor che si vedeva al cinema.

L’imbroglio fu evidente dopo pochi secondi, il filtro colorato serviva solo a scurire e a rendere poco leggibili le immagini; del colore manco a parlarne, agli occhi si presentava uno sconsolato catafalco che pasticciava una tavolozza cromatica inguardabile. Un disastro.

Ma noi, stolidi e al colmo della fiducia visionaria (è il caso di dirlo), cercavamo di vedere quello che non c’era, nonostante il realismo di mia madre che ogni tanto transitava in soggiorno per dirci che il plasticone era una fregatura; ci vollero alcune ore per ammettere che si trattava di un oggetto inutile, buono per la spazzatura.

Erano i pomeriggi adolescenti nel pieno dell’estate, e io con loro, da metà giugno a metà luglio non mi perdevo una tappa, Giro e Tour in serie a sfamare una voracità ancora infantile. E anche molto italiana, e francese, fiamminga, spagnola.

Il ciclismo era un continente dove avevano residenza cinque o sei paesi, con le solite eccezioni: qualche tedesco, un paio di in-glesi, rari svizzeri. Ancora pochi americani pervenuti, come gli europei dell’est.

Erano gli ultimi fuochi di Gimondi, l’idolo della mia infanzia/adolescenza, e i primi di Moser. Li vidi correre insieme in una Sei Giorni, al velodromo della fiera di Milano con mio padre, bartaliano di ferro.

Poi fu il tempo di Saronni, Bugno, Argentin e Chiappucci. Dopo Gimondi e Moser ho tifato per Gianni Bugno. Mi affascinava lo stile della pedalata e quella capacità di spingere rapporti spaventosi con la nonchalance del fuoriclasse. L’unico che ho visto trainare pedali così pesanti con la medesima leggerezza è stato Indurain, qualche anno dopo.

Nel frattempo anche il Grundig, antesignano della tecnologia touch che consentiva il cambio del canale con lo sfioramento tattile di un sensore, aveva fatto il suo tempo. Le biciclette ormai si costruivano con materiali ipertecnologici, e la tv aveva moltiplicato i canali, dal fiammifero ero passato al telecomando, che aveva subito reso evidente la mia propensione allo scanalamento compulsivo.

Le imprese di Bugno mi tenevano al filo del pedale, anche se qualche cedimento di passione cominciava a fare capolino.

Poi, di sorpresa, arrivano due tappe del Giro del 1994 che mi catapultano indietro di vent’anni, quando mi capitava di ascoltare con avidità le storie del ciclismo che non avevo visto, quello delle imprese di Coppi e Bartali, di Gaul e Anquetil.

Storie rubate al dopopranzo domenicale con gli zii, con le briciole di pane sul tavolo, le chicchere di caffè, le paste e la sambuca. Nomi esotici come Isoard e Mont Ventoux, che si pr nuncia Vantù. Le imprese epiche della montagna, le tappe che tutti aspettano, quelle in cui si sparigliano i vantaggi tattici dei passisti, delle cronometro. Due tappe in fila che mi arrivano in faccia, Merano e Aprica, e un nome che fin lì si era segnalato come una promessa: Marco Pantani.

Sono andato a rivedermi le immagini su youtube, non le vedevo da quella volta, quasi vent’anni fa.

Pantani sente che è il suo giorno, e vince la tappa di Merano con due capolavori di fuga estrema, uno in salita e l’altro in discesa. Il ricordo – paradossalmente – è più legato alla discesa, con il corpo che si era fatto proiettile, la schiena prona nella postura del tubo umano che vanifica l’attrito, le chiappe fuori dal sellino all’inseguimento dello svizzero Richard e del colombiano Buenahora, in fuga da ore.

Davide Cassani, in una testimonianza postuma andata in onda per quel bellissimo programma Rai che è stato Sfide, racconta: “… li prese e li staccò in discesa, Pantani era molto forte anche in discesa… ricordo questa posizione anomala, col peso tutto dietro, il sedere quasi sulla ruota posteriore, faceva paura solo a guardarlo, andava giù a novanta all’ora in una posizione che ba- stava prendere un sasso e sarebbe volato via come una foglia…” Così di Pantani, che saliva come un camoscio che gioca con l’istinto per l’erta e la vertigine, mi rimane la discesa, e non l’avrei detto.

Un salto di quasi dieci anni e mi si para davanti una pensione sul lungomare, d’inverno, il piede smarrito perde il pedale e la velocità diventa ingovernabile: rimetterlo in lavoro – a quel punto – è impossibile. E forse non è nemmeno giusto, è un tipo di coerenza che si paga, e non è un saldo di fine stagione. Si smette di pedalare, e basta.

Salita e discesa diventano una cosa sola, come un corpo indistinguibile.

Un debito di ossigeno sublimato nell’apnea, contro il vento apparente, un’ultima volta a rotta di collo, rischiandola tutta, senza cedere alla tentazione della prudenza, del buonsenso. Prendere velocità lasciandosi andare alla pendenza.

Le discese ardite e le risalite. Su nel cielo aperto, e poi giù il deserto.

La musica rende tutto più sentimentale, e va bene, l’importante è impedire che si trasformi in sentimentalismo, in ideologia. Certo che ricordare uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi per una discesa suona strano.

Un pirata trapiantato su una montagna deve sognarsi una rotta per una suggestione di mare, e l’istinto di Pantani per la discesa forse era legato a questo. La ricerca del vento, il bisogno di sentirlo addosso, per farsi vela.

Il rabdomante d’aria e la sua ultima discesa: un ricordo prima odioso e poi salvifico, nella bonaccia, con elica e timone imprigionate nella sabbia, in assenza totale di vento, quando il caldo è più caldo e il freddo è più freddo.

Marco che si ascolta svanire nell’unica discesa possibile, il sonno bambino che prende alle spalle, come un destino. E il suo corpo di passero in discesa, nel vento.

Il racconto è tratto da:

bartali libro

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