Ciclistica

Di Lorenzo Franzetti – Foto di Guido Rubino

Gruppetto in fuga, Menthos tira un rapportone da volata, ma gli altri due, pancia a terra, non lo mollano: come una cronosquadre. Nel centro di Milano, dentro tre pareti e due vetrine. Ciclistica: sei mani sporche di grasso, sei gambe che aspettano la domenica, aspettano di spingere i pedali su qualche salita della Brianza. E intanto, nel tempo di una pausa pranzo, si riscaldano sul naviglio. Invece di una pizza, pane e ciclismo, prima di riaprire la Ciclistica. Milano-Abbiategrasso-Milano, quasi una Liegi-Bastogne-Liegi.

Radio corsa, specificare i nomi, please: Andrea Cancellieri, Matteo Lodi, Marcello Scarpa, in arte i figli di Gagarin. Ragazzi padri di una fantasia diventata lavoro. Giuinòtt di periferia, venuti su a pasticciare Saltafoss, a sgommare davanti a un oratorio, sotto a un condominio.  Tira quel calcio di rigore, cazzo… ma poi pedala che è meglio.

Ciclofficine, bici ribelli, bici testarde, bici sgangherate e un po’ anarchiche: montate per vedere l’effetto che fa, provate a tutta velocità su un marciapiede. “T’è vist che roba?” Gira il tiraraggi, che se impari a montare le ruote, sei già a buon punto: a metà del sogno. Ciclismo roba da sfigati? Sfigato sarà lei, il mio caro pigiaclacson. Io pedalo e monto le bici, le reinvento, le ripenso, le porto a ballare.

Gira il tiraraggi, Menthos! Marcello, detto Menthos, faceva il dj, oggi fa ballare belle signore in acciaio. Anzi, le crea e le mette in pista. Andrea bloccava il traffico, anzi era il traffico: Milano ribelle e critical mass, Milano come San Francisco, soltanto un po’ più bauscia. Matteo ha studiato, ma il suo cervello è andato in fuga: dall’università, fin dentro a un’officina. Ed eccoli lì, tutti e tre a fresar telai, a completare l’altra metà del sogno.

Tic, tac, la ruota libera scandisce il ritmo. I tre di Ciclistica tollerano, ma spesso preferiscono il silenzio pulito di uno scatto fisso: i figli di Gagarin vogliono vedere il mondo dall’altro lato. Vogliono veder Milano dal sellino di una bicicletta fatta a mano, pensata per rispettare una sola regola: la sua natura. Come astronauti in maglietta e calzoncini…”Mayday! Mayday! Questa città fa schifo”.

“E se andare in bici a Milano è un’avventura, che almeno serva a cambiare qualcosa”. Tutto comincia da una ruota e un tiraraggi, da un telaio pensato, fresato, montato, da sei mani coi calli e le macchie di grasso.

Un poster italiano, uno giapponese di una gara di Keirin e il murales di Gagarin, il loro ispiratore (il primo che ha visto la terra da un'altra prospettiva). Ma anche una bandiera delle fiandre.

Un poster italiano, uno giapponese di una gara di Keirin e il murales di Gagarin, il loro ispiratore (il primo che ha visto la terra da un’altra prospettiva). Ma anche una bandiera delle Fiandre.

“Maillot jaune à l’arrivée”, al ritmo elettronico dei Kraftwerk, o con un assolo blues di Clapton: altro che sfigati, ora guardale, quelle bici messe in strada dai figli di Gagarin. E davanti alla bottega, c’è la fila di avvocati, impiegati, studentelli, pensionati, ex talenti della moda: “Ma quel telaio, s’intonerà con la mia giacca di Armani?” Voci di una città che si accorge che si può scegliere un altro stile.

Cambiare qualcosa, mica poco: e il ciclismo diventa una festa goliardica, quelli di Ciclistica pensano a sfidare lo Stelvio con il traguardo dentro a un piatto di pizzoccheri. A scattare sul Koppenberg per scolarsi una Rodenbach rossa in compagnia di un ciccione con la faccia da De Vlaeminck. Una fantasia insana? Fumarsi una paglia con Nencini, dopo una tappa del Tour.

Giù le mani dal Vigorelli, Milano! Falli pedalare anche lì, i figli di Gagarin, con le loro belle bici uscite da mani callose. Effetto seppia, c’è una foto del velodromo Sempione appesa proprio accanto a una chiave del quindici, quella dei pedali. E vien voglia di pedalarci dentro, in quella foto. Pensiero fisso, come lo scatto.

La sera, il negozio si riempie di teste e parole, accanto a una vecchia foto di Antonio Maspes: parole su velodromi, salite, selle di cuoio e cicatrici sulle ginocchia. Quote rosa, bene accette! Non s’ingrossano i polpacci, la bici modella il sedere! E uno spritz al Select non lo si nega a nessuno. Tre pareti, due vetrine, trenta telai, un’officina e tre figli di Gagarin. Cultura ciclistica, in arte… Ciclistica.

Andate a trovarli qui: www.ciclistica.it

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