6Di Lorenzo Franzetti – Foto Rodella

Pista, signori! Tutti in pista, sì: rinnovato entusiasmo? Inverno particolarmente freddo per allenarsi all’aperto? Il velodromo è pieno, signori, sempre pieno. Montichiari è piena di gente che lavora dentro la nebbia, ma è anche un velodromo coperto, il primo in Italia dopo il palasport di San Siro, crollato mestamente sotto il peso di una nevicata milanese, ventisette anni fa.

Un velodromo coperto, per ridare ossigeno a una scuola ormai estinta, o quasi: perché il ciclismo su pista, in Italia, solletica sempre e solo i nostalgici di Maspes… E vaglielo a spiegare a duecento ragazzini, chi era Maspes, vagli a dire che riempiva il Vigorelli, che giocava con la bici con un altro toro della velocità, tale Sante Gaiardoni… Storie, favole, leggende di un mondo che era un romanzo scritto da una Milano che non c’è più: oggi la pista rinasce in provincia, nelle piccole parrocchie italiane, niente cattedrali. Per la verità, la pista di Montichiari sembrava proprio una cattedrale nel deserto e invece…

Domenica scorsa, al velodromo, c’erano duecentocinquanta pistard pronti a gareggiare: duecentocinquanta corridori giovani e giovanissimi, ragazzi e ragazze. E gli spalti pieni. La domenica precedente, idem. Quella precedente, idem. A oggi, i giovani atleti iscritti al centro di Montichiari sono più di cinquecento.

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Fabio Perego (a sinistra) con Elia Viviani e Stefano Bertolotti, al velodromo di Montichiari

In tre anni a Montichiari è rifiorita la pista: un teatro di provincia, sì, non è la Scala, ma l’atmosfera è degna del miglior concerto. Con pochi soldi e pochi predicatori. Predicatori di una filosofia ciclistica: la pista non è roba da snob, è parte viva della cultura del ciclismo. La pista è una scuola, è una palestra vera… la pista è brivido, la pista è velocità, la pista è il fiato che si accorcia ogni volta che provi a salire in cima alle curve, la pista è un giro di pedale che non si può fermare, la pista è…

Fabietto Perego, direttore tecnico del velodromo di Montichiari, incassa il suo successo: è una soddisfazione lontana dai grandi palcoscenici, è qualcosa che si assapora in provincia, come un prodotto genuino… «Le squadre giovanili hanno scoperto che il velodromo è importante. Noi abbiamo seminato, ora qualcosa sta cominciando a crescere e i numeri dell’attività del velodromo sono notevoli».

L’ultimo vincitore del Tour de France, ma anche il suo connazionale Cavendish e molte altre stelle del ciclismo mondiale sono frutti dei velodromi: prima erano loro che imitavano noi, ora siamo noi italiani che imitiamo loro, quelli del british cycling… «E qualcuno, anche in Italia, sta cominciando a ricredersi sui velodromi. Molti tecnici si accorgono, ora, che l’attività su pista è una preparazione preziosa proprio per i ciclisti su strada», conferma Perego.

A Fabietto fa eco un altro appassionato vero, lo speaker e giornalista Stefano Bertolotti, la “voce” di molti velodromi in Italia (e non solo)…«Dopo un po’ di diffidenza, ora le squadre giovanili, ma non solo quelle, si sono accorte dell’utilità della pista, per allenare e far crescere tecnicamente i propri corridori. E poi, in inverno è sempre più difficile allenarsi. Per vari motivi…».

La stagione invernale a Montichiari volge al termine, c’è ancora il tempo per gli ultimi spettacoli, le ultime repliche dello show: dal 1° al 3 marzo, va in scena la Tre sere del Garda. E qualcuno già invoca la sei giorni…«Ma è ancora troppo presto per la sei giorni – frena Perego – a Montichiari non siamo ancora pronti. Anche perché è un evento costoso da organizzare. E c’è una cultura da coltivare: il pubblico deve essere più preparato. La pista in Italia è arrivata a un livello zero o quasi, molte cose si dimenticano… E ora la gente, per capire cosa succede in una gara dell’Americana, ha bisogno d’imparare, di rifarsi una cultura». E ci vogliono i campioni, i personaggi… anche se dobbiamo smetterla di pensare ai Maspes e ai Gaiardoni. O meglio, ricordiamoli, leggiamoli e sogniamo quell’epoca incredibile, così come si leggono i classici della letteratura. Cultura ciclistica, serve eccome, ma rivendichiamo il diritto di ogni giovane pistard di non diventare Maspes, anche se gli servirà capire chi erano quei miti, per vivere in pista le emozioni più profonde.

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