eddy-merckxSe proviamo a fare il gioco delle correlazioni, la parola sport ci fa  venire in mente altre concetti del tipo:  amicizia, socializzazione, aria aperta, condivisione, confronto, gioco e quant’altro-

Ma se accanto a “sport” ci mettiamo la parolina “ competizione”, tra le associazioni di idee, compare inevitabilmente, anche la parola “doping”. Segno dei tempi… o, forse, il doping è sempre esistito nello sport?

La “scorciatoia”, “l’aiutino” per vincere sono una tentazione normale. E se vogliamo risalire alle origini di un malcostume, si potrebbe arrivare in Africa, nel Settecento: all’epoca, si racconta, alcune tribù dell’Africa sud orientale (i Sotho e i Thonga che popolavano le regioni del Mozambico) utilizzavano una pappa densa, su base alcolica, per resistere alle loro massacranti cerimonie religiose, ricche di balli e canti. Questo intruglio era chiamato “dop”, trecento anni fa: col tempo, questo termine entrò a far parte dello slang americano, diventando “dope”, anche se in quel caso stava per lo più a significare l’uso di semi di Stramonio mischiato a tabacco, un mix che aveva il potere di non fare sentire la fatica e la fame.
E nel ciclismo, quando si cominciò a doparsi?
Dalle primissime gare.

Clemente Canepari

Clemente Canepari

Le prime pratiche empiriche non erano altro che tentativi di reintegrare le faticacce di stakanovisti del pedale, che gareggiavano giorno e notte su mezzi di venti chili, in un periodo dove a volte anche una bistecca era un privilegio.
Beppe Conti racconta nel suo libro “Cento storie del giro” di una confessione fatta da Clemente Canepari al dottor Carlo Delfino, a proposito di alcuni pistard dei primi del Novecento (compresi lui e Rossignoli), che bevevano sangue di bue appena macellato.
Canepari partecipò a undici edizioni del Giro d’Italia, cominciando proprio da quella del 1909: terminò la carriera nel 1927 e sosteneva che i pistard fossero i più esperti in fatto di tecniche dopanti. Le sostanze più utilizzate erano gli estratti di coca, oppure bevande a base di solfato di stricnina, quando non addirittura iniezioni di canfora.
Già in una sei giorni ciclistica del 1879 i corridori usarono caffeina, zucchero disciolto in etere ed altre bevande a base di alcool e di nitroglicerina, sulla base della sua attività coronarodilatatrice e nella supposizione che aumentasse la portata cardiaca.
Nel 1886, viene raccontato il primo decesso dovuto a sostanze stupefacenti nella storia dello sport. Durante una Bordeaux-Parigi, di 600 chilometri, un corridore, cui il suo allenatore aveva somministrato un’eccessiva quantità di trimitelamine, cadde a terra morto.
Nel secondo dopoguerra, si diffusero le amfetamine, le cosidette “bombe”, ma allora non veniva considerata una pratica eticamente scorretta: in molti ricorderanno quella scenetta di Coppi e Bartali, al Musichiere, che ironizzavano su certe pratiche.

L’abuso di certe sostanze, però, causava anche tragedie: questi fatti, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e alla televisione, erano più conosciuti. Nel 1960, il ciclista danese Kunt Jensen ebbe un collasso e morì ai Giochi olimpici di Roma durante la prova a squadre di 175 chilometri, in seguito all’ingestione di amfetamine e di acido nicotinico. Anche due compagni di squadra di Jensen, che avevano assunto la stessa miscela, ebbero un collasso, e furono poi ricoverati in ospedale (da allora il Cio introdusse i controlli antidoping alle Olimpiadi).
Il caso più drammatico, però, accadde nel 1967, quando tutto il mondo vide morire in diretta Tom Simpson sulle Mont Ventoux, durante una tappa del Tour de France. Nelle tasche del corridore britannico furono trovate confezioni di amfetamine.
Da quel giorno, i controlli antidoping divennero la regola, nel ciclismo: in quegli anni, l’episodio clamoroso si consumò la mattina del 2 giugno 1969, al Giro d’Italia. Eddy Merckx, saldamente in maglia rosa, viene fermato e squalificato, per positività alla fencamfamina. Fu il primo grande scandalo doping, nel ciclismo.

Una storia che, purtroppo, con gli anni Ottanta e Novanta, ha assunto proporzioni enormi ed è diventato un fenomeno sempre più complesso.

Il dramma di Tom Simpson

Le lacrime di Eddy Merckx

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