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Di Lorenzo Franzetti, da Mol (Belgio) – Foto di Guido P. Rubino

La birra la devi bere in fretta, guai a tenerla troppo in mano, perché il vento gelido non ti fa sentir più le dita, la tiri giù e ti godi lo spettacolo. Una pinta dopo l’altra, al Zilvermeer, sulla sabbia bianca, al margine della foresta, con altri cinquantamila fiamminghi. Perché il ciclocross è puro orgoglio flemish: il campionato belga è il derby dei derby, una questione che tiene banco per settimane nei pub di tutta la regione. I mostri sacri hanno nomi che in Italia scuotono gli animi di pochi appassionati veri: Niels Albert, Sven Nys, Kevin Pauwels, Tom Meeusen, Klaas Vantornout, Bart Wellens. Nomi che gracchiano in gola, in questa lingua quasi olandese, nomi che accendono il cuore della gente, fanno litigare e commuovere. Emozioni, lacrime sulla sabbia, canti stonati che fluttuano nell’aria assieme all’odore fin quasi nauseante di crauti e salsicce: a Mol, al confine con l’Olanda, c’erano cinquantamila persone che si sono strette attorno ai grandi specialisti di uno sport che gioca con la natura. Come lepri e cerbiatti, come scoiattoli e faine, il crossista sembra parte della natura, con la sua bicicletta, tra i pini e la spiaggia.

Cinquantamila fiamminghi, tutti paganti, venti euro a testa: un popolo che ci crede davvero, insomma. Che ha vissuto una giornata intera nel bosco, a zero gradi, aspettando loro, gli artisti. Decine di club, ogni villaggio delle Fiandre aveva il suo beniamino in gara: tante bandiere, su tutte quella del leone nero su sfondo giallo. E mille striscioni che vibrano, tremano dall’emozione e per il boato che si alza dalla folla: l’urlo permette d’intuire in quale punto della foresta stanno passando gli uomini di testa, fino a quando il boato si avvicina e t’investe, facendoti venire i brividi.

Il campionato belga di ciclocross è la sfida dei clan, è il palcoscenico di rivalità di campanile e cortile: e ci sono due leader carismatici, il vecchio Sven Nys e il giovane Niels Albert, a spaccare in due la tifoseria. E poi ci sono gli altri, che è sbagliato definire seconde linee: ma chi tifa Pauwels, o Arnouts, o Meeusen è comunque pro o contro Nys o Albert.

Non da meno, il derby delle squadre e, sullo sfondo, alleanze anche in funzione del Mondiale, che si disputerà tra qualche settimana, negli Stati Uniti, nel quale i belgi saranno tutti in un’unica squadra, ma con le stesse rivalità di sempre. E un terzo incomodo, nella rivalità tra Nys e Albert, può avere buon gioco ed essere determinante.
A Mol, la sfida per il titolo nazionale, è stata proprio vinta da un terzo incomodo: ebbene sì, ha vinto un Vanqualchecosa direbbe un italiano qualsiasi, abituato a pane e calcio. A queste latitudini, invece, è tutto diverso: ha vinto Klaas Vantornout, un predestinato. Un ragazzino che, come lui, nasce a Torhout, un piccolo centro delle Fiandre occidentali, non può che crescere che a pane e ciclismo: l’eroe “nazionale”, tra le casette del paese, è Karel Van Wijnendaele, un giornalista romantico che, un bel giorno del 1913, inventò una corsa ciclistica e la chiamò, De Ronde, il Giro delle Fiandre.
Nei pub di mezzo Belgio, ovvero tutto quello fiammingo, si parla già ora della Ronde che andrà in scena tra più di due mesi, nel giorno di Pasqua: sarà una festa che nessuno dimenticherà, quella del centenario della corsa più importante del Paese. Nessuno lo può capire se non si accetta che un popolo viva il ciclismo come una religione. E nella festa “comandata” del ciclocross, intanto, i fiamminghi si sono scaldati le mani per uno di loro, un Vanqualchecosa, che risponde al nome di Vantornout, eroe per un giorno. Ha attaccato all’ultimo giro, il coriaceo Klaas, solido come una montagna: volava sulla sabbia, mentre gli altri arrancavano e s’ingobbivano sulla bici. Ha approfittato della rivalità e ha mirato il bersaglio con la sicurezza di Robin Hood nella foresta di Sherwood: centro pieno, vittoria della carriera e lacrime agli occhi, alla faccia di tanti brontoloni in riva al lago, quello che hanno perso e che hanno covato rabbia innocente, durata l’intervallo tra una birra e l’altra. C’è una bionda, tra gli alberi, che sculetta al ritmo dei tamburi degli ultrà di Tom Meeusen, e chissenefrega se ha perso. E ce n’è un’altra di bionda, che aveva promesso uno strip tease se avesse vinto Kevin Pauwels, ma non se ne fa niente, un terzo posto non vale, ma è bastato a solleticare le fantasie di molti che, stasera, penseranno a lei e non a quell’ultimo giro.
Al tramonto, una folla immensa ha abbandonato allegramente la foresta ed è tornata ai propri villaggi che odorano di zuppa di cavolo: il bosco del Zilvermeer è tornato territorio per volpi, caprioli e poiane. La sabbia bianca ritroverà la solita magia, presto il vento cancellerà i segni delle biciclette, potere alla natura.

Nelle Fiandre italiane, a Vittorio Veneto, è invece andato in scena il campionato italiano: il re del ciclocross tricolore è Marco Aurelio Fontana, che ha battuto Enrico Franzoi. Altro clima, altro pubblico, ma stessa passione.

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