di Gianni Bertoli

Da un paio d’anni, anche noi all’Istituto Tecnico Industriale Statale Galileo Galilei, avevamo un giornalino della scuola. Usciva una volta al mese e si chiamava “La lente”. Un nome breve, simpatico, che piaceva agli studenti sia per il fatto che la lente è uno strumento che aiuta a vedere meglio le cose sia perché il nostro istituto era l’unico in Milano dal quale uscivano, oltre periti meccanici e periti elettrotecnici, anche periti ottici.

Provai anch’io ad inviare alla redazione del giornalino un paio di “pezzi” su argomenti di attualità. Furono pubblicati senza grande successo, salvo qualche benevolo commento da parte di un paio di compagni di classe. Fu invece un raccontino thriller, “La villa del mistero”, ad aprirmi le porte per entrare a fare parte della redazione. Eravamo in otto e Paolo, il capo redattore, ci convocava regolarmente all’inizio di ogni mese per impostare il giornalino che sarebbe uscito alla fine.

Per il numero del gennaio 1960 avevamo deciso, prima delle vacanze natalizie, di trovarci sabato 2 gennaio alle dieci al solito posto, la Cremeria di via Dante, a metà strada tra piazza Cordusio e largo Cairoli.

Arrivai con leggero anticipo e, con un paio di amici più mattinieri di me, unimmo tre tavolini nell’angolo più lontano del locale e cominciammo ad ordinare qualche cappuccino. Alla spicciolata arrivarono gli altri ma Paolo, il caporedattore, ritardava.

Erano quasi le dieci e mezza quando arrivò trafelato Paolo: “Ragazzi, – annunciò ansimante per la corsa – è morto Coppi!”.

Restammo di stucco. Ma no! Come? Davvero? Quando? Ma era malato? Non ci posso credere. Pensa, quest’anno avrebbe dovuto correre per la San Pellegrino con Bartali direttore sportivo

Era una cosa assolutamente inaspettata. In realtà, nel periodo delle festività natalizie e del capodanno non avevo letto i giornali ma non credo ne avessero parlato. Fausto era tornato dall’Alto Volta, dove aveva corso una kermesse e aveva partecipato a una battuta di di caccia grossa, con qualche linea di febbre ma tutto aveva fatto pensare ad una banale influenza. La situazione era precipitata nel giorno di capodanno e, alle 8,45 di sabato 2 gennaio, il grande Fausto era morto.

Le notizie erano frammentarie e imprecise. Si pensò subito ad una malattia misteriosa contratta in Africa. Anche l’amico Raphael Geminiani, suo compagno di corsa e di caccia, stava male. I medici parlavano di un virus polmonare. Le polemiche sarebbero esplose più tardi.

La nostra riunione si occupò esclusivamente del fatto del giorno. Paolo disse che dovevamo fare un “pezzo” sul grande Fausto e tutti furono d’accordo nell’affidare a me l’incarico poiché ero il più esperto di cose ciclistiche e poi … correvo in bicicletta.

“Ma non c’è qualcun altro? – tentai di obbiettare – Sinceramente non saprei cosa dire perché i giornali chissà quante cose diranno! E poi … e poi … io sono sempre stato bartaliano”. La mia timida protesta fu sommersa dal rumore delle sedie e dei tavoli che venivano rimessi al loro posto.

L’impegno mi pesava. Ovviamente non per il fatto di essere bartaliano ma perché effettivamente non sapevo da che parte cominciare. Buttavo giù qualche riga di testo e poi appallottolavo il foglio. Cercavo un titolo ma non me ne andava bene uno. Il mio grosso guaio era l’avere letto tutti i giornali di quei giorni. Tutti i migliori giornalisti ne avevano parlato. Avevano già detto tutto. Cosa potevo scrivere io, povero tapino diciassettenne studente di Istituto Tecnico, che non fosse già stato scritto meravigliosamente da tutte quelle celebri penne?

Indro Montanelli, sul “Corriere” del 3 gennaio, aveva già scritto tutto quello che avrei voluto scrivere io. Sotto il titolo “Il più forte e il più fragile” aveva fatto una breve ma incisiva rivisitazione della vita del grande campione. “Anche al traguardo della morte, sebbene fosse quattro o cinque anni più giovane di lui, Fausto Coppi ha voluto arrivare con un distacco, che ci auguriamo lunghissimo, su Gino Bartali. E se n’è andato all’improvviso, appena sceso di bicicletta, quasi che, senza di essa, la sua vita non potesse avere nessun senso”. Questo era l’inizio dell’articolo poi il grande Indro parlava con affetto di Coppi, della sua vita, delle sue sfortune, del carattere mite ed introverso. L’articolo così concludeva: “Se stavolta ha fatto in tempo ad accorgersi di morire (ma spero di no), sono sicuro che non ne ha dato la colpa né alla caccia né all’Africa, e neanche al “virus” che, a quanto pare, gli ha dilaniato quei formidabili polmoni. Avrà semplicemente pensato, di quel maligno bacillo, ciò che una volta mi disse, al termine di una tappa del Giro della Svizzera in cui Bartali gli aveva portato via il primato in classifica: “Era il più forte, e me le ha suonate”.

Se Montanelli aveva “fatto sue” tutte quelle che potevano essere la mie idee, un altro grande, Orio Vergani, mi aveva addirittura “rubato” il titolo. Infatti, sempre sul “Corriere”, scrisse “Il grande airone ha chiuso le ali”.

Con queste premesse ero veramente disperato. Cosa potevo mai scrivere? Dovevo scrivere qualcosa che nessuno aveva scritto. Ma cosa? L’idea giunse all’improvviso e mi sembrò tutto chiaro. Come avevo fatto a non arrivarci prima? Mi venne pensando prima il titolo: presi lo spunto dal primo nome di Coppi (all’anagrafe il Campionissimo era Coppi Angelo Fausto) e venne fuori “Fausto torna ad essere Angelo”.

Il resto fu semplice: mi immaginai Coppi in Paradiso con vari incontri e ricordi della vita terrena. L’articolo, pubblicato su “La lente”, piacque.

Un paio di giorni dopo l’uscita del giornalino, incontrai, all’uscita della scuola, la professoressa di lettere.

“Ho letto il tuo lavoro sul giornalino. Non è male. Fosse stato un tema ti avrei dato un bel voto”.

E poi, prima di allontanarsi: “Si vede proprio che anche tu eri coppiano come me”.

In allenamento con Armano.

In allenamento con Armano.

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