[Da Gianni Brera, Coppi e il diavolo, Baldini e Castoldi 1994]

Il mondo intero piange Fausto Coppi. Gli amici si disperano per sentirsi incapaci anche di rabbia. La fatalità è stata chiaramente propiziata ma, ahimè, alla morte non v’è rimedio. Personalmente mi sono consolato, se era possibile consolarsi, pensando che Fausto abbia voluto morire. Troppo intensamente aveva vissuto per poter reggere ancora alla vita. In quarant’anni ha letteralmente bruciato anche se stesso. Ha sofferto l’esistenza dei poveri e le si è ribellato con sacrifici di epica imponenza. Ha inventato il ciclismo moderno e al suo stesso epos si è immolato con la precisa coscienza di immolarsi. Né io voglio sprecarmi qui in metafore vane. Dirò di Fausto Coppi che non era mai nato nel nostro paese e forse neppure nel mondo; e quando ha capito che sopravvivere a se stesso non era impossibile ma certo sconveniente, per uno come lui, con infinita tristezza ha deciso di abdicare e di lasciarci. Il destino beffardo gli ha consentito di evitare il suicidio offrendogli una scappatoia impensata. E i medici, che del destino sono umili strumenti, si sono diligentemente prestati all’esecuzione.

Del resto, gli eroi autentici vanno per tempo rapiti in cielo. Non possono vivere fra noi, al nostro mediocre livello. Così il leggendario Fausto Coppi da Castellania. Requiescas in pace, povero vecchio amico. La sola certezza che tu finalmente riposi può consolare in parte noi che restiamo.

Fausto Coppi sulla copertina della Domenica del Corriere in un disegno di Walter Molino

Fausto Coppi sulla copertina della Domenica del Corriere in un disegno di Walter Molino

 

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