[Da Filippo Timo, Viva Coppi!, Monboso 2010]

L’antivigilia di Natale Fausto è a Milano, per impegni di lavoro, ma è a pezzi. Al ritorno passa da Tortona da Giovannino Chiesa, e anche Cisot non può fare a meno di notare il pessimo aspetto dell’amico: «T’è verd me un limöu…», gli dice, però Fausto sembra non ascoltare. Natale lo passa a villa Carla: a pranzo ci sono anche la mamma Angiolina, lo zio Giuseppe e la zia Albina. Faustino è felice e sereno: dopo pranzo vuole andare al cinema a vedere un film per bambini, così papà lo accompagna, ma la spossatezza dei giorni addietro sta peggiorando.

Il giorno di Santo Stefano ci sono altri impegni di lavoro da onorare: una riunione a Nizza, in Costa Azzurra, per una nuova squadra in collaborazione coi francesi. Fausto ci va accompagnato da Giulia, e al ritorno guida lei perché a lui viene un terribile mal di testa.

Il 27 dicembre è domenica:

«Una passeggiata a Incisa mi farà bene», pensa Fausto. Ma dopo tre passi si sente mancare. Torna a casa guidando con fatica: ha la febbre a 38, si mette a letto.

Il giorno dopo la febbre sale: viene chiamato il dottor Allegri di Serravalle. Il 29 sale ancora di più: si chiama il professor Giovanni Astaldi di Tortona.

«Ma cos’è, cosè?», chiede Giulia, spaventata.

«Un virus, una brutta influenza, signora. Proveremo due cure diverse, poi vedremo gli effetti.»

Quando i medici se ne vanno, Giulia si avvicina a Fausto, ansimante.

«Te la sei presa in Africa, Fausto. Ma sarà mica malaria?»

Lui la guarda, con gli occhi pieni di dolore:

«Malaria? No, Giulia, malaria no.»

Negli ultimi due giorni dell’anno Fausto peggiora ancora: è quasi agonizzante. La sera del veglione Giulia è al suo capezzale, piangente. Alla fine chiama un altro medico, un genovese: il professor Aminta Fieschi. Quando Fieschi arriva sono le tre del pomeriggio del 1° gennaio 1960:

«Quest’uomo è in fin di vita!», ripete Fieschi atterrito. «Bisogna immediatamente ricoverarlo all’ospedale. Chiamate a Tortona, dite che stiamo attivando. Genova è troppo lontana.»

Arriva l’ambulanza dalla vicina Serravalle: i barellieri salgono in fretta le scale, mentre Faustino guarda spaventato dal pianerottolo d’ingresso. Quando la barella ridiscende e passa accanto al piccolo, Fausto fa un cenno con la mano, gli infermieri si fermano. Solleva il capo, guarda suo figlio:

«Mi raccomando, Papo, non fare arrabbiare la mamma». Poi chiude gli occhi e si rivede sulla sua bicicletta. E mentre la vita lentamente si spegne, torna a scalare montagne su una sottile striscia di strada, tra due ali di folla infinite, nel suo volo solitario, libero e felice.

Coppi con il compagno Almaviva, e uno stuolo di piccoli tifosi al seguito.

Coppi con il compagno Almaviva, e uno stuolo di piccoli tifosi al seguito.

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