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Di Lorenzo Franzetti

Milano, 27 gennaio – Una manciata di “sciuscianebbia” all’Idroscalo, ma la palta non c’è. Il ciclocross corre veloce, Marco Aurelio Fontana sembra un treno diretto, su e giù dalle cunette del parco, semina gli avversari, quasi corre da solo. Pensa al Mondiale, Marco Aurelio, pronto a volare negli Stati Uniti, pronto ad andare a vedere l’effetto che fa il ciclocross nel Kentucky: dicono di folle di cowboys, parlano di uno sport di gran moda, una volta tutti al rodeo, oggi al ciclocross. Leggende d’inverno, voglia di stupire, immaginandosi altri scenari che non quell’arena deserta: un solista che si esibisce in un teatro vuoto, inevitabilmente, è portato a immaginare altri scenari. “Prova generale del Mondiale”, ha detto il vincitore del Trofeo Guerciotti. E ha vinto, senza quasi avversari, seminati sul percorso. Così come l’altoatesina Eva Lechner, nella prova femminile.

Fontana, imperatore del cross, dunque, nella nebbia di un Idroscalo senza fango, ovvero  il sale di questo sport. La piazza d’onore è andata all’olandese Stan Godrie, terzo Enrico Franzoi. Fontana è il campione tutta grinta, cresciuto di gambe soprattutto grazie alla testa: e oggi guarda tutti dall’alto verso il basso. Franzoi è il motore più potente, un talento straordinario con una cilindrata superiore a quelle di Fontana, ma è più fragile di testa e nel ciclocross, la mentalità fa molto.

E la palta? Sparita, un po’ come il ciclismo a Milano. Qualche schizzo qua e là, un po’ di terra  molle fabbricata da un idrante e poco più. Tutto è un po’ sbiadito, nella nebbia, con l’Idroscalo immobile, come una tavola di cemento. E a bordo percorso, pochi nostalgici e mamme che guardano correre i figli: li guardano correre e già pensano alla pasta da cucinargli, a fine gara, spadellando dentro a camper e furgoni, con fornelletti a gas. Dopo la corsa, pastasciutta, vino rosso e salsicce, le immancabili salamelle che danno un odore al ciclocross, odore che sa di sagre paesane.

Ragazzi che pedalano veloci, saltano gli ostacoli come gazzelle, uomini dai capelli bianchi a guardarli. Il pubblico del ciclocross, a Milano, è fatto da ragazzotti degli anni Cinquanta.  “Ti s’è ricoredet al Longo?” Renato Longo, ciclista fornai, emigrato dal Veneto a Milano: e a Milano, s’inventò campione di ciclocross. Fontana gira a tutta velocità e i vecchietti ricordano a nastro: “Vagneur Franco, valdostano… l’era un iradiddio”. E rievocano le memorabili sfide al parco Lambro, con gli assi stranieri, Zweifel, De Vlaeminck. E poi venne l’era dei Liboton e dei Paccagnella, e quella dei Pontoni. Tutta gente che aveva una città lì a guardare. A Fontana non è dato tutto questo. Milano se ne frega del ciclismo, è bene dire anche le cose come stanno: la bici è trendy? Certo, fa figo. Ma il ciclismo non va: la Milano che fu la capitale delle due ruote, oggi, rifiuta quasi tutto della sua tradizione. Rimane solo la partenza della Milano-Sanremo: per il resto, via, sciò. Niente più Giro d’Italia, niente più mountainbike (che una volta si correva alla montagnetta di San Siro), niente più fiera del ciclo, niente più Vigorelli. E il ciclocross? In mano a una famiglia irriducibile, tenace, la famiglia Guerciotti, che ai margini della città tramanda una tradizione. Questione di buona volontà e passione. I Guerciotti ne hanno, Milano, chissà…

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Una risposta

  1. gianni

    Sante parole!
    Il ciclocross dei Longo e dei Severini, di Italo e Paolo Guerciotti, e poi di Vito Di Tano, Vagneur, Paccagnella, Pontoni. E prima c’erano Pertusi, Trabucchi, Rossi e un certo Luigi Malabrocca assieme a Prina. Bei ricordi di tempi irripetibili!
    Sono terrorizzato dal Vigorelli ristrutturato; spero solo di potere entrarvi in qualche modo per l’ultima volta prima che inizino i lavori.
    Un abbraccio
    Gianni Bertoli

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