27012013-IMG_3421di Guido Rubino (foto GR e archivio)

Certe cose capitano per caso ma vuoi vederci un segno. È di pochi giorni fa il comunicato di RCS del ritorno del Giro del Lazio (il prossimo 3 marzo) e oggi, mettendo ordine tra cose che organizzazione non avranno mai, è saltata fuori una targa, di quelle del seguito delle corse. Era sulla mia moto, al Giro del Lazio del ’92.

Arrivo a Roma, quello classico, bello, con l’arco di Costantino alle spalle del corridore a braccia alzate. Per celebrarne il trionfo.

Il Giro del Lazio era ancora la rivincita del Mondiale corso due settimane prima e per conquistare Roma non servivano più gli elefanti, bastava una bici e due pedali da pestare forte.

Quella volta Gianni Bugno pestò più forte di tutti e si presentò da solo sul selciato antico. Altro che rivincita, vinco ancora io.

Giro del Lazio 2007

L’arrivo di Bosisio nell’edizione del 2007. La penultima.

Io quella targa l’avevo fissata con cura, ci andavo in giro che nemmeno sulla moto di Batman. Avevo montato anche un portaborraccia per dissetarmi e non perdermi niente della corsa. Non avevo fatto i conti col motore di quel Guzzi che beveva più di me, e ogni tanto diceva sete.

Mi avevano dato una bandierina rossa per segnalare le curve pericolose e subito dopo c’era il momento più divertente: risalire in testa alla corsa in mezzo al gruppo, o a quel poco che via via ne restava, sfilacciati dalle salite romane che se non sono lunghe riescono comunque a rompere le gambe quando le bevi tutte d’un sorso e col fiatone.

Il gruppetto di Bugno lo superavo lentamente, li guardavo in faccia come mi aveva insegnato il direttore sportivo quando sognavo ancora col numero sulla schiena: “le smorfie ti dicono se stanno per staccarti o staccarsi”.

Soffrivano tutti. Tranne lui. A bocca chiusa, seduto in sella che sembrava fermo. Divorava la strada e perdeva gli altri che vedevano sfumarne l’iride di quella maglia appena riconquistata.

Tutto il giorno a fare su e giù nella corsa che quando sono tornato a casa avevo il segno degli occhiali da corridore epico. Pensai che in moto avevo fatto più fatica che a farla in bici.

Superarli in salita era complicato, indugiai sui Campi di Annibale e Massimiliano Lelli mi sfanculò. Ma in discesa le moto piegano meno delle bici, la mia poi… e via a spalancare il gas fuori da ogni curva per toglierli dal parafango. Inventavo traiettorie che la gente sul bordo della strada scappava via.

E così, fino a tornare giù a Roma. Una scia proibita che tanto si insegue a minuti dai primi e poi sull’Appia Antica a dare il colpo di grazia agli ammortizzatori.

Quella targa da staccare e conservare come un trofeo, in tanti cassetti e qualche cantina. Rieccola ora. Come il Giro del Lazio che torna a Roma dopo essere stato parcheggiato fuori e poi dimenticato. Era una rivincita di eroi mondiali, le firme che contano. Ora ne sarà la primavera.
Ci piace lo stesso.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.