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Di Lorenzo Franzetti

Ràsa bergamasca, sòta la sender brasca. Sotto l’apparente freddezza del bergamasco, arde un buon cuore: il bergamasco si chiama Claudio Corti e il cuore è  per i suoi corridori, ragazzi con la valigia che inseguono il sogno di una vita. Dalla Colombia a Bergamo. Pelle scura, occhi vispi e una bicicletta, il resto sono gambe e testa.

«Si corre con le gambe, si vince con la testa», parola di Corti: fortissimo dilettante, talmente forte da vincere un Mondiale battendo Morozov (era il 1977), icona del ciclismo sovietico; buon professionista, mai diventato veramente un campione, sebbene vinse due titoli italiani e giunse secondo a un Mondiale (era l’83); e poi diventò un grande tecnico, ai tempi di Gianni Bugno, ma anche un abile team manager nella Saeco di Cipollini, Simoni e Cunego. Poi, dal 2006 al 2009 andò a far nascere un nuovo grande progetto, quello della prima grande squadra sudafricana, il team Barloworld che lanciò nel professionismo diversi atleti di valori, tra i quali il keniano Chris Froome, oggi spalla di lusso per Bradley Wiggins, al team Sky. E dal 2012, altro progetto tutto nuovo: dal Sudafrica alla Colombia, per sviluppare un progetto del Ministero dello Sport di quel paese.  La Colombia ha un’immagine piuttosto negativa agli occhi del mondo e lo sport può aiutare a dare un’altra idea di questo Paese. Il ciclismo è un buon veicolo di promozione, affidato a ragazzi in gamba, i miei corridori, tutti in cerca di fortuna, ma orgogliosi delle proprie radici».

Il progetto è ora molto ambizioso, disegnato in collaborazione con altri tecnici “made in Bergamo”, come Valerio Tebaldi e Oscar Pelliccioli: «Disputare un grande giro d’Italia, trasformare questi ragazzi in eroi per il loro paese». Dipende dalle loro gambe e, soprattutto, dalla loro testa: «Io insisto molto su questo aspetto: l’approccio psicologico è fondamentale per bene in bicicletta. Magari non per tutti, ogni carattere è a sé, ma nella stragrande maggioranza dei corridori, la testa è importante: soprattutto quando scegli di trasferirti a migliaia di chilometri da casa, lontano dagli affetti e dalla tua terra».

Questioni di testa: tutta la vita sportiva di Claudio Corti è segnata da una costante, l’aspetto psicologico: quello che gli ha impedito, per esempio, di diventare un super campione, quando era corridore, «ma quando ero convinto di poter vincere, tutte le volte facevo grandi cose, come al Mondiale di Barcellona, quando arrivai secondo». Poi, con Gianni Bugno, la psicologia era l’unica chiave per poter interpretare questo campione dal carattere davvero complesso: «Bugno resta il più grande corridore che ho visto, il più forte, ma debole caratterialmente. Con un’altra testa, avrebbe vinto il triplo». Con la Saeco, non era semplice doversi confrontare con altre personalità complesse, anzi difficili, come Mario Cipollini, oppure come Gilberto Simoni e Damiano Cunego.

Ora, con i  suoi giovanissimi colombiani è tutta un’altra storia, ma l’aspetto psicologico resta fondamentale: «La vita di questi ragazzi è stravolta, gruppo2l’Europa e il nostro ciclismo sono molto lontani, anche per mentalità, dal ciclismo colombiano. E c’è chi riesce ad adattarsi a vivere in provincia di Bergamo, ad allenarsi e a fare la vita del corridore emigrante. Qualcuno, invece, è più in difficoltà e sta a noi tecnici assisterli e aiutarli. Vanno sostenuti moralmente, anche singolarmente» Claudio Corti si sente un po’ il papà dei suoi “escarabajos”, gli scarafaggi, così come li hanno soprannominati gli avversari in gruppo: e gli escarabajos sono pronti a diventare qualcuno, a cambiare il proprio destino. Perché, a differenza di quasi tutti i corridori europei, la loro fame (sportiva) non ha paragoni: «Molti di loro arrivano da famiglie povere, sanno di potersi giocare una grande chance, qui nel ciclismo europeo: e nessuno si crede un predestinato. Ognuno lavora sodo, con l’orgoglio di chi ha fatto molta strada per dimostrare di essere un buon corridore o addirittura diventare un campione».  Corti li guarda in faccia spesso, i suoi escarabajos, li scruta e gli parla anche con gli occhi: «Imparo, ho anche da imparare da loro. I rapporti umani, girando il mondo con il ciclismo, sono una risorsa». E quando di vince, la soddisfazione è diversa: «Con questi ragazzi, la vittoria la sento anche mia. Con gli italiani, i vari Cipollini, Simoni e Cunego, non provavo le stesse emozioni»

E la grande umanità del ciclismo non è mai venuta meno, in queste realtà di frontiera, contrariamente da quanto potrebbe pensare chi giudica questo sport soltanto leggendo storie di cattivi esempi, come quelle che appaiono spesso  sui quotidiani attuali.

Corti vince il Mondiale dilettanti 1977, a San Cristobal

Corti vince il Mondiale dilettanti 1977, a San Cristobal

Quella stessa umanità fa tesoro della memoria, l’umanità non dimentica. E anche Corti non dimentica, anzi ama ricordare e gli si legge negli occhi tutta l’emozione di chi rivive le imprese riuscite o mancate, le vittorie e le sconfitte, i sorrisi e le lacrime. Come quelle di Mauricio Soler, uno dei tanti atleti sbocciati con Corti: dalla Colombia arrivò addirittura sul podio ai Campi Elisi, maglia pois al Tour de France (2007). «Allora, a Parigi, mi cercò per telefono addirittura il presidente della repubblica colombiana, fu un momento incredibile, nel quale ebbi la percezione dell’orgoglio di un popolo, che non era il mio, ma mi sentivo comunque parte di quella grande emozione». Soler diventò un idolo, ma la sua carriera è finita drammaticamente, a causa di una brutta caduta al Giro di Svizzera 2011: «Ci sentiamo spesso per telefono, io e Mauricio. Ora lui comincia ad accettare il suo destino lontano dal ciclismo, ora ha una sua fattoria in Colombia, sta ancora recuperando dall’incidente».

La nuova sfida è far sbocciare il team degli escarabajos, con la bandiera colombiana stampata sulla maglietta, e l’orgoglio nel cuore:. Coraggio, in sella e pedalare: ¡Ya va siendo la hora de atacar!”. Corti non parla più in bergamasco, ma il messaggio è chiaro a tutti.

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