livestrongCari lettori, so che questo mio primo pezzo dovrebbe essere un’introduzione alla psicologia dello sport (argomento centrale del mio blog), alla sua storia, alla sua mission, ma prima di tutto sento il bisogno  di dire la mia opinione sulla situazione che sta vivendo lo sport che tanto amiamo: il nostro caro e vecchio ciclismo.

Prenderò la confessione di Armstrong come un punto da cui partire con la mia riflessione e  non tanto per dare un mio giudizio di valore su di lui e su ciò che ha fatto. Aprendo giornali, siti internet e social network sembra che tutti dall’alto delle proprie posizioni di rettitudine assoluta lo stiano facendo, quindi non mi voglio aggiungere alla massa. Non che io lo difenda, nel modo più assoluto, sia ben chiaro. Mi piacerebbe, invece, fare una riflessione molto più ampia e trasversale che tocca l’essere umano, nella sua accezione più generale.

Il desiderio di superare i propri limiti è intrinseco all’essere umano e su questo penso nessuno possa eccepire. Questa è la “tensione evolutiva” di cui parla Jovanotti, è l’energia e la motivazione (unica dell’uomo rispetto al mondo animale) che viene mentalizzata e trasformata in azione. E’ una forza dirompente, una energia vitale che ha permesso all’uomo di emanciparsi, di evolvere, ed è grazie ad essa che siamo usciti dalle caverne, ci siamo uniti in tribù, ci siamo stanziati vicino a corsi d’acqua, abbiamo inventato la ruota, creato l’elettricità, costruito case, siamo arrivati sin sulla Luna, eccetera.

I grandi scrittori hanno sempre raccontato le gesta di eroi e personaggi che hanno cercato di superare i loro limiti e di raggiungere l’onnipotenza (diventare Dio). E allora mi vengono in mente Adamo ed Eva nell’Eden che disobbediscono a Dio, oppure Icaro che volando con ali di cera cade rovinosamente al suolo perché avvicinatosi troppo al sole o ancora Ulisse ed il suo viaggio.

Ora, il punto non è tanto il volere o meno superare i propri limiti, il punto sta invece innanzitutto nel riconoscerli e cercare di superarli con tutti gli strumenti leciti che abbiamo e soprattutto, una volta fatto tutto ciò che è nelle nostre possibilità, riuscire ad accettarli senza cercare vie alternative.

Bene, mi direte voi, sulla teoria non abbiamo nulla da dire, ma quando poi ci troviamo nella delusione e nella frustrazione della sconfitta non è così facile. Certo, pienamente d’accordo.

E’ un passaggio difficile e spesso doloroso che però ci LIBERA.

La società di oggi ci vorrebbe, belli, bravi, efficienti, iperperformanti e dannatamente veloci. Una società altamente richiedente e severa. È una società che lascia da parte quelli che non riescono a stare al passo, quelli che non rispecchiano i requisiti minimi.

E allora cosa si può fare?

Allora si finge di essere giovani (con l’uso del bisturi e della chirurgia plastica), si finge di essere felici (con l’uso di sostanze psicotrope –droghe-), si finge di essere ricchi (con leasing e rateizzazioni), si finge di essere forti (col doping)…in generale si finge…ed è qui la DEBOLEZZA.

Sì, una persona che fa queste cose è una persona debole, una persona vuota, che ha bisogno di orpelli e trucchi. Una persona che ha un senso di autostima e di padronanza bassissimo. Che ha talmente poca considerazione di sé che si ritiene incapace di raggiungere i suoi obiettivi senza “l’aiutino” dall’esterno. Queste sono persone che vanno aiutate e non solo criticate (anche se a volte viene automatico).

Se lo guardiamo da questo punto di vista allora, il “grande Lance Armstrong” non è più l’orco cattivo che sta facendo colare a picco il ciclismo mondiale, ma è il “piccolo uomo” che aveva cosi poca convinzione nei suoi mezzi che è arrivato a pensare di fare uso di sostanze illecite per coprire le sue debolezze e farsi vedere dal mondo intero come l’onnipotente e l’imbattibile.

In questa ottica quindi diventano vani i ragionamenti degli appassionati che mostrano i risultati di indagini in cui il doping non esiste solo nel ciclismo, ma c’è anche negli altri sport. Bella scoperta e soprattutto magrissima consolazione!

A mio avviso ora, l’unica cosa che possiamo, anzi che è nostro DOVERE fare, è renderci promotori di una cultura diversa. Una cultura che viene raccontata alle nuove generazioni in cui si porta con passione la bellezza di un risultato raggiunto con le proprie forze, in cui la costanza, l’impegno e la dedizione diventano dei valori fondanti. In cui il divertimento viene prima di tutto. In cui si aggiungeranno nelle squadre giovanili persone che supportano i ragazzi a superare la delusione e la frustrazione di una sconfitta e non tanto medici pagati per evitarla. In cui si valorizzi la prestazione e non tanto il risultato, il sentire di essere riusciti ad esprimersi al massimo vale più di una vittoria. In cui la sconfitta non venga demonizzata ed in cui passi il messaggio che non tutti sono CAMPIONI.

Il processo di cambiamento sarà molto lungo e richiederà un impegno collettivo.

Ciò però non ci deve spaventare. Dovremo fare come i coltivatori di datteri; conoscete il detto “ chi pianta datteri, non mangia datteri”?

La palma da dattero impiega 100 anni a dare i primi frutti, poi a ogni stagione spuntano ciclicamente, ma chi ha piantato quella pianta non mangerà i suoi datteri.

Noi dovremo fare cosi, seminare di nuovo affinché le nuove generazioni potranno godere della dignità che questo sport merita.

Sarà dura, ma è, a mio avviso, l’unico modo per salvare il nostro bellissimo sport!

8 Responses

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    Guido

    Bella riflessione e stimolante per altri ragionamenti. Però non sono d’accordo sul modo di vedere la vicenda Armstrong. L’americano non mi è mai sembrato un piccolo uomo insicuro dei propri mezzi. Lo è stato sicuramente al momento della malattia, e per questo l’ho apprezzato e ammirato. Cavolo, come si fa a non amare uno che reagisce in quel modo a una cosa così terribile. E lì non c’era doping, solo volontà e paura da vincere!
    Ma nel momento in cui è tornato a correre, il suo è stato un calcolo molto scientifico. Ora lo sappiamo più che mai, ma lo vedevamo anche allora, pur non sapendo del doping. E criticavamo questo corridore “moderno” e calcolatore che impostava la sua stagione su una sola corsa l’anno seppur massacrante. Siamo arrivati addirittura a criticare il ciclismo delle troppe corse per giustificarlo.
    E lui aveva calcolato tutto. Niente insicurezza, solo un calcolo (e aveva come farlo) delle sue possibilità. E ha puntato tutto lì. Scientificamente, ci è riuscito benissimo.

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    Franz

    Sì Guido, ma trovo sbagliata anche la teoria del “genio del male” Lance che fotte tutto il mondo, contrapposto allo sfigato e vittima Pantani…. come vuol far credere qualche autorevole della carta stampata (e non solo). Questa teoria fa comodo a molti,è la più facile da proporre anche ai tifosi italiani… ma non è andata così, nella realtà. Stava bene a tutti (anche a livello politico e di organizzatori) che Lance vincesse e stava bene che tutti gli altri facessero ciclismo alla sua stessa maniera. E tutti nell’ambiente o sapevano o sospettavano. E nessuno si è mai preoccupato di disturbare l’americano più di tanto…

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      Guido

      Ah be’, ovvio. Ora aspettiamo che l’Usada vada avanti. Che fermarsi agli atleti significa niente di nuovo. E certo non cambia le cose direi.

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    Federico Di Carlo

    Ciao Elisabetta,
    purtroppo viviamo in una società che privilegia e mette davanti a tutto i risultati snobbando il processo, il lavoro, la fatica, il sudore necessari per ottenere i risultati. Nella nostra società fatta di immagini, di successo, di bellezza, chi è fuori da questi canoni, chi arriva secondo viene taggato come perdente, irrilevante, non fa notizia. Non è un discorso che riguarda solo lo sport, purtroppo; riguarda tutta la nostra società. Ed è qui che gli operatori sportivi sono chiamati ad un progetto più grande: quello di non formare coclisti, tennisti, calciatori etc. ma di formatori di Persone, Uomini/Donne.

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    Marilena

    Alcuni giovani hanno imparato che la sfida é con se stessi e non contro gli avversari. Sono molto orgogliosa che mio figlio sia uno di questi e devo aggiungere che i genitori hanno un compito importante nel dimostrare che non si é tutti campioni. Nella vita di tutti i giorni non dobbiamo aver paura di far vedere che non siano bravi in tutto. Ti segnalo questo blog dove nella prima parte dell’articolo scritto da Jacopo si parla proprio di sfide http://billijacopo.blogspot.it/2012/07/le-grandi-sfide-del-ciclismo.html?m=0
    Marilena

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    Simone

    Ciao Elisabetta, condivido il tuo pensiero e la filosofia dei datteri, peró son d’accordo anche con Franz. Insomma quello era un “sistema” e chi stava dietro a Lance, sia in salita in bici, che dietro una scrivania, sapeva tutto e non era meno sporco di lui, senza offesa per la memoria di chi, purtroppo, non c’é piú. Non sono d’accordo con la tua visione di “piccolo uomo” una persona che si permette di fare quel che ha fatto, per tutti questi anni é un uomo che non deve essere commiserato, ma deve pagare per quello che ha fatto, staremo a vedere. Immagino cosa significa, ora, vederlo nel suo bel ritiro di Austin a godersi le 7 maglie gialle. Altro lato, quello della lotta contro la malattia, quella storia solo lui ed altri “campioni di vita” in quell’ambito possono sapere cosa significa.
    Aggiungo che in Italia, un appassionato “vero” di ciclismo deve essere forte da sottostare a tutti i bastoni fra le ruote che ci vengono applicati e son molti.
    Viviamo in un paese di grandissima tradizione ciclistica che deve assoggetarsi alla potenza di altri sport (definirli sport é troppo buono) e deve sopportare tutto, disuguaglianze, pesi e misure diversi, purtroppo! Speriamo per il futuro, dobbiamo impegnarci tutti, appassionati, professionisti, giornalisti, politici futuri, quelli odierni………….lasciamo stare (per i datteri, insomma)
    Grazie per avermi fatto conoscere questo sito! La frase L’uomo prima della bicicletta, la passione prima della mania, mi trova “folgorato” corrisponde alla mia filosofia per questo magnifico sport e modo di vivere.
    Saluti a te e al Rider

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    Nik

    Ragazzi credo che se non mettiamo da parte l’ipocrisia non andiamo da nessuna parte… il ciclismo e’ pieno di atleti dopati così’ come anche altri sport..Armstrong e’ stato il più’ grande perché’ ha vinto a parità’ di mezzi con gli altri ..essendo tutti dopati. Ora lo si vuole sacrificare come capro espiatorio senza avviare un serio sistema di controlli che costantemente verifichino ,con analisi e altri strumenti che la scienza oggi offre, l’utilizzo di sostanze proibite da parte degli atleti. Per il resto condivido l’invito a diventare piantatori di datteri.

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      Guido Rubino

      Non c’è “parità di mezzi”, Nik. Due atleti che prendono le stesse cose non migliorano allo stesso modo. La mentalità deve cambiare dal basso. Pian piano, forse, ci riusciamo… Ma intanto non smettiamo di pedalare!

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