1Castellania, 2 gennaio 2013 – Si battevano denti e dentiere, lì, sul poggio di Castellania, mentre il prete impartiva la consueta benedizione: e c’erano tutti, o quasi. Tutti quelli che anche quest’anno ce l’hanno fatta. C’era un pettirosso, sul pennone innevato del tricolore, che guardava in basso e osservava un borgo insolitamente affollato. Gente barcollante nella neve, gente di pianura, poco abituata all’inverno di quelle colline: erano là per Fausto, per Fausto e Serse. Come ogni anno, per la cinquantatreesima volta: ma è davvero difficile per un giovane del 2013 capire tutto questo. Quasi impossibile far capire il perché di un’emozione ancora viva, ancora grande, nel cuore dei giovani di allora, di quegli anni incredibili, irripetibili, di Fausto Coppi. Su quel passato hanno cantato poeti, hanno scritto i più grandi maestri: e il mito è stato scolpito nella roccia, una roccia che il tempo non scalfisce. Quel vento freddo che scende dall’Appennino è come un solletico per quel mito che rivive ogni anno, a Castellania.

Il passato fu dei poeti e dei grandi giornalisti, il presente è in mano a maldestri scribacchini come noi: quelli che cercano di capire, osservando in silenzio. Ascoltando. Tra le case del paese, passando vicino alle foto del Campionissimo, accostando l’orecchio ai discorsi di chi c’era e ricorda, come fosse stato ieri. Come se Fausto non fosse mai volato via.

La neve scende a batuffoli, incessante, ma certe vecchie querce non temono nulla: anzi, questo giorno è una primavera, è un rinascere. Lì, sul poggio di Castellania, accanto al loro Fausto:  per comprenderne il senso, non ci sono domande da fare. Ci si sofferma sui volti: oltre il nasone di Carrea, nelle rughe infinite di Meazzo, dentro gli occhi saggi di Zanazzi, indugiando sulle guance contadine e paonazza di Massignan. Li si guarda tutti, li si ascolta e con una stretta di mano ci si sofferma sulle loro mani ruvide che hanno afferrato manubri fin sulle salite più impervie e hanno spinto biciclette nelle imprese più incredibili.

Verso le cascine in basso, un paiolo di polenta manda il suo fragrante profumo fin lassù, seguito dall’odore del brasato: è tempo di scaldare quei vecchi cuori con un buon bicchiere di vino. Per la memoria che non muore. Ciao Fausto, ciao Serse: c’è un altro davanti, mille ricordi che ripartono in tutte le direzioni. E la leggenda continua a vivere. (L.F.)

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