Alcuni corridori del team Colombia 2013

Alcuni corridori del team Colombia 2013

L’orgoglio della Colombia, indossato con maglia e pantaloncini, spinto sulle strade del mondo, a colpi di pedale. «Noi rappresentiamo un intero Paese, siamo l’esempio che tutti possono vedere in tivù, sul web, in bici: è un privilegio, ma anche una responsabilità. Si avvera il sogno di una vita e spero sia soltanto all’inizio». La parole sono di un ragazzino di 22 anni, Alexis Camacho, originario di Tunja, sulla cordigliera orientale delle Ande: e da laggiù è approdato nella Bergamasca, per inseguire la fortuna col ciclismo. Non sono la generazione dei pionieri, la Colombia è una realtà ormai solida, in questo sport, ma sono quelli che vogliono dimostrare che “si puà fare”: «Con l’impegno e i sacrifici, oggi si può cambiare la propria vita grazie allo sport. I pionieri erano Lucio Herrera e Fabio Parra, stelle anni Ottanta, che da noi sono veri idoli. Come da voi Gimondi, o Moser», spiega Fabio Duarte, il leader del gruppo. Gruppo che se fossero in Inghilterra si chiamerebbero Beatles, ma in Colombia sono gli “esacarabajos”, gli scarafaggi, come li hanno soprannominati i colleghi. Piccoli e dalla pelle scura, con la grinta per infilarsi in ogni fuga, con il coraggio per osare sempre e ovunque, in ogni gara: istruiti da tecnici bergamaschi. Scuola italiana, fame colombiana. Quasi tutti hanno cominciato dal basso, sono in molti ad aver imparato presto a cavarsela da soli, a lottare per la vita quotidiana, a non dar per scontato il pasto quotidiano. Oggi sono in Italia a giocarsi la chance più importante, campioni amatissimi dai giovani: «Il ciclismo è molto cresciuto in popolarità, negli ultimi anni.

C’è il calcio, sì, ma la Colombia ora è un paese molto ciclistico. Tutto lo sport è in crescita, però: è un modo per far conoscere anche l’altra Colombia, non solo quella dei trafficanti di droga, cosi famosi nel mondo», spiega un’altra giovane promessa, Juan Esteban Arango, che viene da un piccolo pueblo a una quarantina di chilometri proprio dalla famigerata Medellin. E a Medellin, Arango ha voluto fondare un’associazione e l’ha chiamata “Soñemos” (sogniamo), per aiutare i giovani del luogo a realizzare i propri sogni. E il giovanissimo Camacho sta seguendo l’esempio di Arango, a Tunja: «Sto aprendo un’associazione per i ragazzi del mio villaggio, per fare in modo che ognuno abbia la possibilità di sviluppare il proprio talento.  Il talento non solo sportivo o ciclistico: voglio offrire un’opportunità a chiunque abbia la capacità di esprimersi. Nell’arte, nella musica, nella scrittura, in tutto». Camacho spinge sui pedali per arrivare in testa al gruppo, ha uno stipendio da impiegato, ma è già molto, considerando quanto guadagnano i giovani dei quartieri poveri colombiani».

In fuga dalla povertà, come Darwin Atapuma, ultimo di nove fratelli: uno scalatore che non sente l’alta quota. «Sono cresciuto a 3.000 metri sul livello del mare, al confine con l’Equador. Se volete vedermi all’attacco datemi una montagna, la più alta possibile. Al Giro voglio mostrarvi come so correre in salita». A casa, la sua salita preferita è una lunga ascesa di 32 chilometri, in mezzo alle Ande: a casa, ha la fidanzata e la famiglia. Come gli altri emigranti del pedale, ha abbandonato un mondo, per scoprirne un altro. Ma la nostalgia, spesso, cresce a ogni piatto di pasta in bianco: «Amo il cibo italiano, ma io adoro un piatto colombiano che si chiama bandeja paisa». La bandeja paisa è una vera provocazione gastronomica della regione di Antioquia: un enorme piatto a base di cotiche di maiale, salsicce, banane fritte e verdure varie, servito con una zuppa di fagioli. Roba da far prendere un colpo anche al più tollerante tra i dietologi sportivi…

Tra gli altri montanari, c’è Michael Rodriguez, scappato dalla povertà, spinto da un ex campione, Mauricio Soler. Mauricio ce l’aveva fatta, era in cima al mondo, aveva conquistato il Galibier al Tour de France: ma un brutto giorno, in una tappa del Giro di Svizzera, ha visto la morte in faccia. Anzi, ha danzato tra la vita e la morte per molti giorni, prima che il destino decidesse per lui, ovvero per un altro capitolo da raccontare, nella sua storia di uomo. «Quando Mauricio vinse sul Galibier – racconta Rodriguez- io stavo andando a casa sua e mi venne incontro sua moglie, in lacrime. Fu una festa per tutta la regione, quella, fino a notte. E, invece, il giorno dell’incidente, io ero in gara in Francia e ho temuto di perdere un fratello. Ma ha tenuto duro, Mauricio». E ora, da ex campione ferito, Soler lo ha mandato in Italia, accompagnato da parole pesanti: «Il suo grande insegnamento: mi ha detto di ricordarmi sempre di essere orgoglioso. Non devo dimenticare di essere un privilegiato, qui. Devo essere orgoglioso delle mie radici e della strada che ho fatto e che farò».

Dai montanari, ai cittadini di Bogotà. Gli escarabajos hanno mille storie tutte diverse: ognuna varrebbe un romanzo, come la storia di Fabio Duarte, fuggito da un sobborgo della capitale e diventato campione del mondo degli Under 23. E tutto cominciò così: «La prima volta che provai una bicicletta da corsa, questa portava il mio nome: era una Duarte, un marchio di bici colombiano. Segno del destino, sì».

Il destino è un concetto costante nei pensieri degli escarabajos.  Lo ricorda spesso anche Esteban Chavez, che a Bogotà ha una scuola di ciclismo che porta il suo nome: ha 22 anni, ma già si guarda indietro, alle generazioni che lo seguono. «Insegnare ciclismo, in certi quartieri non è semplice: non abbiamo il materiale adatto, abbiamo qualche difficoltà, ma ci sono cose che posso fare a costo zero. Per esempio, posso pedalare con i ragazzi della scuola, allenarmi con loro, quando sono a casa, trasmettere loro un po’ della mia esperienza acquisita in Italia: voglio insegnare loro a stare in bici, ad allenarsi, ad alimentarsi correttamente. Questo non ha costi, si può già fare».

Da Carlos Quintero, colombiano che parla toscano, a Dalivier Ospina, che invece parla quattro lingue, diciotto corridori con una grande ambizione in comune: il Giro d’Italia. Dove ci sono le tappe più belle, le montagne che somigliano alle Ande, le telecronache che arrivano nelle case di tutta la Colombia, la gloria a portata di pedale, insomma. Forse, nelle prossime stagioni, questi ragazzi diventeranno campioni, oppure guadagneranno quanto basta per mettere su una fattoria: tutti, però, con un orgoglio da mostrare. “Arriban los escarabjos, suerte!”

Per tutte le informazioni tecniche: www.colombiacyclingpro.com

[nggallery id=32]

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.