di Alessio Berti

L’inverno del 1869 fu particolarmente rigido, la neve si sciolse soltanto dopo il periodo pasquale, nella pianura Padana. E, come per compensazione, quell’estate fu una delle più torride che la storia possa ricordare.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio, sulla città di Padova si abbattè un temporale tanto violento quanto veloce e il sindaco Andrea Meneghini era seriamente preoccupato: l’evento tanto atteso, rischiava di saltare, l’indomani.

Quale evento lo teneva in apprensione?

Il sindaco di Padova aveva voluto organizzare la prima gara di biciclette in Italia.

Il titolo della locandina diceva così: “RUOLO PER LA CORSA DEI FANTINI E VELOCIPEDI, CHE SEGUIRA’ IN PADOVA NELLA GRANDE PIAZZA VITTORIO EMANUELE”
La Piazza Vittorio Emanuele non è altro che l’attuale Prato della Valle, una delle più grandi e suggestive tra le piazze europee, sulla quale si affacciano la basilica di Santa Giustina e  quella di Sant’Antonio.
A dire il vero, la corsa dei velocipedi avrebbe dovuto fare da cornice a quella dei cavalli: il programma era chiaro, prima i cavalli veri, poi quelli d’acciaio. Dopo la terza batteria ippica, prima della finale denominata “Batteria di decisione” entrarono in scena loro, i pionieri, i primi ciclisti agonisti.
Il loro aspetto era alquanto buffo, poiché, secondo il regolamento, erano obbligati a  vestirsi da fantini: proprio così, da cavallerizzi. Del resto, quel nuovo mezzo di locomozione sarebbe diventato il sostituto del cavallo.

La corsa era riservata ai partecipanti locali, tant’è che il signor Paul Selz, francese, venne respinto all’atto dell’iscrizione, con la motivazione che si trattava di una “Corsa regionale di velocità”.

Del temporale della notte precedente, per la felicità del sindaco, non ne rimase traccia. C’era soltanto molta polvere, sollevata dai cavalli frementi nel piazzale:
i primi ciclisti in gara erano in sette, con le giubbe berretti e stivali da cavallerizzo, fieri, baffuti e scalpitanti.

Dovevano percorrere due giri della piazza per un totale di 2.000 metri: la gente era incuriosita,  dubbiosa e diffidente. Per quasi tutti, era la prima volta che  vedevano quelle strane macchine sfrecciare tutte insieme. Molti non avevano mai visto un velocipede prima di quel giorno.

Alle 6,30 un colpo di mortaretto dava il segnale di sgomberare lo steccato e lasciare libera la pista: un drappello di cavalleggeri di Lodi fece il giro della piazza per allontanare le poche persone rimaste sul percorso, ma anche per dare sfoggio delle loro prodezze equestri.
A un secondo colpo di mortaretto , aperte le sbarre, precipitano con velocità turbinosa i cavalli della prima batteria.
I colpi di mortaretto furono così forti che uno spettatore, che teneva in braccio la figlioletta di 8 anni, in bilico sul “ponte delle pile” per vedere le corse, spaventato, cadde nel canale. La bimba sembrava morta: trasportata alla farmacia “Santa Giustina” riprese fortunatamente i sensi. Il padre invece finì all’ospedale.

Poi arrivarono i ciclisti: il primo vincitore di una corsa, in Italia, fu il signor Antonio Pozzo di Padova, che esultò ignaro di essere entrato nella storia.
In premio ricevette la bandiera d’onore e un orologio d’oro. Secondo arrivò Antonio Ronda di Vicenza, premiato con un orologio d’argento. Poi si piazzarono tre padovani, Piero e Domenico Zanetti, seguiti da Gaetano Testi, quindi Luigi Andreetta da Cittadella. Ultimo, il meccanico di Limena, Giuseppe Garolla.
Questa fu l’alba del ciclismo in Italia.
La prima corsa di caratura nazionale fu la Firenze-Pistoia, ma questa è un’altra storia.

Una risposta

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    Nadia Bezzani

    Bravo a chi scrive…la storia mi è nuova, certamente chi la scive ama molto il ciclisno riesce a coivogere emotivamete il lettore…grazie Alessio Berti….

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