di Gianni Bertoli

Lo scorso 21 ottobre 2012 Vito Favero,  ciclista professionista tra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, ha superato il traguardo degli ottanta. Cinquantaquattro anni fa, nel 1958, ebbe il suo momento di gloria.

Veneto di Sarmede in provincia di Treviso, classe 1932, non entrò nel ciclismo col “botto” ma lo fece in punta di piedi e piuttosto tardi. Faceva il muratore a Conegliano e usava la bicicletta solo per andare a lavorare. Era magro come un chiodo. A diciannove anni gli saltò in mente di iscriversi ad una corsa per non tesserati a San Pietro di Feletto. Applicò un manubrio da corsa ed un cambio alla sua bicicletta da viaggio e via! Giunse secondo solo perché gli cadde la catena nel finale.

Continuò a correre tra i dilettanti mettendosi in luce soprattutto in salita. Nel 1952 vinse il Giro del Belvedere, una classica dei “puri”. Poi, dopo avere prestato servizio negli alpini, nel 1956, passò professionista nella veneta Bottecchia, quell’anno abbinata al marchio Vitabrill. La Bottecchia-Vitabrill non partecipò al Giro d’Italia e Vito si accontento di qualche piazzamento in gare di secondo piano. All’inizio della sua carriera professionistica in molti lo credevano fratello di Giuseppe Favero, detto Pino, gregario di Coppi e professionista già da alcuni anni. Invece nessuna parentela legava i due poiché Pino, piemontese di Settimo Torinese, era Favéro mentre Vito era Fàvero, alla veneta.

Nel 1957 Favero restò alla Bottecchia, che si era abbinata alla Gripo ed aveva rinforzato gli organici. Vito era al servizio di due toscani di buon valore, Guido Boni e Guido “Coppino” Carlesi. C’erano poi lo stagionato velocista Rino Benedetti, Donatone Piazza, Giuseppe Mauso, Pietro Polo, Roberto Ratti, Antonio Uliana ed Emilio Bottecchia, parente dell’indimenticabile Botescià. In questo Giro, Vito vinse la tappa Pescara-Napoli e chiuse al ventiduesimo posto della generale.

Il 1958 fu il suo anno migliore. Passò a vestire la maglia grigio-blu dell’Atala del diesse Alfredo Sivocci, come luogotenente di Bruno Monti e Giancarlo Astrua. La casa veneta fu una delle ultime a montare sulle proprie biciclette il cambio Simplex, che da poco aveva “copiato” il Campagnolo Gran Sport montando due levette sul telaio anziché una sola levetta ed il comando del deragliatore sul tubo piantone. Dopo un buon Giro in appoggio ai capitani, Alfredo Binda volle Vito nella nazionale italiana per il Tour de France. La squadra tricolore puntava tutto su Gastone Nencini, capitano unico. Oltre a Favero, gli altri erano Baffi, Fallarini, Brenioli, Nascimbene, Dall’Agata, Bottecchia, Ferlenghi, Catalano, Padovan e Pintarelli. Gli avversari erano Anquetil, Bobet, Geminiani, Bahamontes e Gaul.

Mentre il Brasile del giovanissimo Pelè e di “Mazzola” Altafini si laureava campione del mondo battendo in finale la Svezia dei “vecchietti” Gren, Liedholm e Skoglund, partì da Bruxelles un Tour che avrebbe avuto uno svolgimento abbastanza strano: Nencini non era in grandi condizioni, Anquetil non fu mai brillante e si ritirò nel finale, Bahamontes andò in crisi nelle prime tappe e Bobet denunciò l’inizio del suo declino. Restarono in lizza Gaul e Geminiani con il vecchio Gem a raschiare il fondo del barile. Vito Favero seppe intrufolarsi nelle fughe giuste. A St. Nazaire, secondo dietro Darrigade, approdò al secondo posto in classifica a pochi secondi dallo stesso Dedè. E a Luchon, secondo ad un paio di minuti da Bahamontes, conquistò la maglia gialla, strappandola a Geminiani. La difese benissimo per quattro tappe fino alla cronometro in salita sul Ventoux dove fu costretto a cederla nuovamente a Gem. Nella Briancon-Aix les Bains, terzo a dieci minuti da un eccezionale Gaul, tornò di nuovo in testa alla classifica generale. Restò in giallo ancora per due giorni ma, nella penultima tappa, 74 km a cronometro da Besançon a Digione, la dovette cedere ad uno smagliante Charly Gaul. Classifica finale: primo Charly Gaul, secondo Vito Favero a 3’10”, terzo Raphael Geminiani a 3’41”, e poi quinto Nencini a 13’33”, settimo Bobet a 31’39”, ottavo Federico Martin Bahamontes a 40’44”.

Fu un Tour strano che Vito seppe interpretare meravigliosamente, sfruttando le occasioni propizie. Analizzando tutti i risultati si può scoprire che Vito perse quel Tour nelle tre tappe a cronometro (140 km in totale). Contro il tempo Vito perse dal lussemburghese oltre diciotto minuti. Nelle tappe in salita il distacco totale subito da Favero fu solamente di un minuto e mezzo circa mentre nelle tappe di pianura Vito aveva raggranellato su Charly ben sedici minuti e mezzo.

La stupenda prestazione del Tour convinse il citì Alfredo Binda ad inserire Vito Favero nella squadra azzurra per i mondiali di Reims. Gli altri compagni d’avventura erano Ercole Baldini (prima punta), Fausto Coppi (regista di centrocampo), Nino Defilippis (fantasista), Aldo Moser (incontrista), Gastone Nencini (seconda punta), Arnaldo Pambianco (centrocampista) e Alfredo Sabbadin (stopper). Il ruolo di Favero prevedeva due compiti: quello del difensore e quello di compagno di camera del regista. Pare infatti che il grande Fausto gradisse molto la compagnia di Vito perché…  parlava poco. La tattica di Binda e la regia di Coppi portarono Baldini al trionfo. Vito fece il suo dovere fino in fondo “marcando a uomo” tutti gli avversari più pericolosi e sprintando alla fine con Dedé Darrigade per la medaglia di bronzo, che perse per mezza macchina. Peccato!

Nel 1959 Favero restò all’Atala affiancando Bruno Monti, dopo l’abbandono di Astrua. Vinse una tappa al Giro di Sardegna, due tappe alla Parigi-Nizza-Roma, la tappa Genova-Torino del Giro, dove fu ventesimo nella classifica finale. Per il Tour Alfredo Binda lo designò capitano, assieme al campione del mondo Ercole Baldini. Vito lo ripagò subito vincendo la seconda tappa sulla rampa di Namur. Malgrado fosse in condizioni fisiche precarie volle attaccare nella tappa del Tourmalet, andò in crisi ed arrivò al traguardo in notevole ritardo. Il giorno successivo, dopo una notte di febbre, fu costretto al ritiro. Il Tour fu vinto da Federico Martin Bahamontes ottimamente guidato da Fausto Coppi in versione team manager della Tricofilina-Coppi. In quel Tour patirono crisi spaventose sia Louison Bobet sia Charly Gaul.

Dopo il ritiro dal Tour del 1959 iniziò la rapida parabola discendente di Vito Favero. Nel 1960, sempre in maglia Atala, riportò solo qualche piazzamento e fu costretto al ritiro al Giro d’Italia. Nel 1961, ancora in maglia grigio-blu si ritirò sia al Giro sia al Tour. Prima della fine della stagione provò a cambiare aria e firmò per un’altra formazione veneta, la Torpado. La formazione nerazzurra schierava, attorno al vecchio Pettinati, atleti giovani e in cerca di riscatto. Dopo qualche piazzamento, Vito si ritirò al Giro del 1962. A soli trent’anni appese la bicicletta al chiodo. Vito Favero: sette anni da gregario e due mesi da campione.

 

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