di Gino Cervi

Pomeriggio di fine vacanza. Un posto in montagna. La strada che gira e va su. Un cartello: passo della Mendola, km 7. Un bar su una curva. Dentro, gente intorno al televisore.

«Ultimo chilometro di uno dei più combattuti, dei più avvincenti campionati del mondo. Al comando il belga Claude Criquelion e il nostro Maurizio Fondriest. Ecco il triangolo dell’ultimo chilometro di questo campionato del mondo che si sta concludendo a Ronse. Un campionato del mondo che era iniziato con due record: quello della partecipazione di 166 partenti e quello delle nazioni presenti, 26. Una fuga iniziale del lussemburghese Enzo Mezzapesa, rimasto al comando per 90 km. Poi all’attacco Bontempi…»

Adriano De Zan si sta infilando una delle sue infinite litanie in apnea. Non è propriamente il momento di raccontare quel Mondiale ab urbe condita. Mancano 800 m alla fine della corsa, questione di secondi e si decide tutto. Ma De Zan è lì a raccontarci di Enzo Mezzapesa, il lussemburghese. De Zan è così: vertigine della lista, sequenza di nomi all’arrivo, scanditi ribattendo vocali e consonanti come un fabbro ferraio delle parole.

Per fortuna ci sono le immagini TV. Già da qualche secondo l’hanno inquadrato: dietro ai due fuggitivi arriva come un treno il terzo incomodo. 700 m al traguardo.

“… ma ecco che arriva Bauer…”.

Finalmente si è accorto anche De Zan.

Bauer ha la maglietta azzurra, ma di un azzurro più chiaro di quella degli italiani; sulla groppa inarcata squilla il rosso della foglia d’acero. Steve Bauer, ventinove anni, canadese dell’Ontario. Una mosca bianca, per quel ciclismo ancora lontano dalla globalizzazione dei nostri giorni. Da pochi anni ci si è abituati a Greg Lemond, cowboy in bicicletta, e agli irlandesi: Sean Kelly, cacciatore di classiche, e Stephen Roche, dominatore della stagione precedente, l’87: Giro, Tour e Mondiale in un colpo solo. Un canadese in bicicletta, venticinque anni fa, è dunque come un ugandese in piscina alle Olimpiadi, un guatelmateco sulla Streiff di Kitzbühel. Steve Bauer però non è mica uno carneade. Quattro anni prima, alle Olimpiadi di Los Angeles, aveva vinto la medaglia d’argento nella prova individuale in linea e, passato professionista solo poche settimane dopo, la medaglia di bronzo ai Mondiali di Barcellona sul circuito del Montjuich. In quel 1988 aveva conquistato una tappa al Tour e indossato per cinque giorni la maglia gialla, primo canadese nella storia della Grande Boucle. Ma soprattutto Steve Bauer è in quegli anni il “ciclista dalle grosse cosce”. I suoi non sono normali quadricipiti: sono due mostruose bielle motrici.

Steve Bauer pompa le sue bielle e quando mancano mille metri al traguardo arriva addosso ai due fuggitivi.

Claude Criquielion anche lui ha una maglia azzurra, però cerchiata di giallo, rosso e nero, i colori della bandiera belga. Vecchio lupo di bici, Criquielion ha trentun’anni e un soprannome: Cri-Cri. Nel 1984 Cri-Cri, al mondiale del Montjuich, quello in cui Bauer arrivò terzo, saliva sul gradino più alto del podio. La sua vittoria più bella, anche se il suo palmarès è pieno di altre nobili tacche: una Clásica di San Sebastian, una Freccia Vallone, un Giro delle Fiandre, un Giro di Romandia, due Midi Libre… E adesso è ancora qui, a giocarsi un possibile bis nella vittoria iridata. Criquielion è vallone, ma la faccia olivastra e le folte sopracciglia brune lo fanno sembrare un castigliano: forse lontane origini iberiche, di quando la contea dell’Hainaut, eredità di Carlo V d’Asburgo, stava sotto la corona spagnola. Cri-cri è una brutta gatta da pelare. E oggi corre praticamente a casa.

L’altra maglia azzurra è quella di Maurizio Fondriest, il più giovane dei tre. È nato a Cles ventitré anni fa. Cles, val di Non, Trentino. Venti chilometri da Malosco e dal mio bar sulla curva, dove sto guardando nella scatola della TV il mondiale di ciclismo di Ronse, o Renaix, che dir si voglia, il 28 agosto 1988.

Una birra e una fetta di strudel. Al bar Ida li fanno buonissimi. Spolverati di zucchero a velo. Dentro mele e pinoli. Le mele son di qui. È il posto delle mele, questo. Ci passo le estati da quasi vent’anni.

“… ma ecco che arriva Bauer…”. Dice dunque De Zan, salvo poi continuare per i fatti suoi col suo flashback a effetto ritardante.

«Al comando Bontempi, Bugno… Quando tutto sembrava ormai risolto, gruppo nuovamente compatto a due tornate dalla fine. Sono duecentosettantuno i chilometri finali, tredici chilometri e settecento per giro dal ripetere venti volte. All’ultimo giro scatto di Criquelion, con Fondriest prontissimo a lanciarsi nella scia del belga…»

500 m al traguardo. Mentre Adriano prosegue devoto la sua liturgia telecronistica, Fondriest si gira, Criquelion si gira e si sposta a destra verso le transenne. Bauer non si gira e va a sinistra. Fondriest rimane al centro e si gira ancora a vedere se ne arriva qualcun altro. Cri-Cri e Bauer si allargano ai bordi, Fondriest si alza sui pedali, quasi un surplace, e si gira ancora.

E intanto intorno ai tavoli girano i primi pronostici.

“Stagi adòs al belga, ostia!”

“Ma no vedes che no ‘l gjé la fa pu no!”

“Tasi mona, che no cjapises ‘ngot!”

Adesso Adriano, ormai ne sono convinto, nel bel mezzo dello sprint, attaccherà a elencare i nomi di tutti i 166 partenti del mattino: dal tedesco Harmut Bolts allo svizzero Urs Zimmermann, passando per il portoghese Acacio Da Silva, i polacchi Czeslaw Lang e Lech Piasecki, il giapponese Masatoshi Ichikawa e l’olandese Gert-Jan Theunisse, il britannico Sean Yates e il francese – anzi il bretone, direbbe De Zan – Ronan Pensec, il finlandese Kari Myyrilainen e il messicano Raul Alcalà, lo spagnolo Laudelino Cubino e il danese Jesper Skibby, il colombiano Fabio Parra e l’austriaco Gerhard Zadrobilek, il belga Edwig Van Hooydonck e lo statunitense Douglas Shapiro, dal norvegese Dag-Erik Pedersen financo al sanmarinese Silvio Zonzini…

E invece no. Ai 500 m al traguardo, si ricompone e riprende contatto con la realtà effettiva: «Ed ora uno sprint al rallentatore… Nessuno dei tre ha il coraggio di partire in questo arrivo che negli ultimi ottocento ha un dislivello di quaranta metri».

Mi chiedo perché. Perché Adriano mi dici del dislivello di quaranta metri degli ultimi ottocento metri? Lo vediamo tutti che la strada sale un po’, ma non sarà mica il Tourmalet, e neanche muro di Huy. Non è quello che importa, Adriano, dimmi dello sprint. Che il ciclismo alla TV non vive di sole immagini. Come la chanson de geste, come i cantari dei pupi siciliani ha bisogno delle parole: della narrazione, dell’onomastica epica: Maurizio Fondriest da Cles, il vallone Criquielion, Bauer dalle Grosse Cosce… E della retardatio.

Ecco. Il perché lo capisco solo ora, a distanza di anni. Le cronache di De Zan, come il narrare epico dei cantastorie, hanno il miracoloso effetto dei profilattici ritardanti. Il gran finale è sempre più bello aspettarlo un po’ di più…

«Sulla sinistra Bauer. Evidentemente Fondriest teme più Bauer del belga…»

“No sta nargi dria. Stai atento a l’auter!”, una voce dal fondo del bar.

Forchetta, strudel, sorso di birra.

E infatti Fondriest, sempre sui pedali, segue il canadese che invece non alza mai il culo dalla sella e mulina le sue poderose bielle. Le ruote passano sopra a una scritta a caratteri cubitali: CARITOUX. Eric Caritoux, una Vuelta nel ’84, e poi niente più. E niente neanche oggi.

«… si volta per controllare quanto avviene alle sue spalle…»

Ora sono tutti e tre sul lato sinistro della strada. Ai 400 m sfiorano un addetto alla sicurezza al di qua delle transenne, con una mantellina arancione fosforescente.

«Siamo a 375 m dalla conclusione finale del Campionato del Mondo, cinquantacinquesimo della serie, con Bauer, Criquelion e Fondriest. Nessuno dei tre ha ancora il coraggio di lanciare lo sprint…»

I tifosi spagnoli hanno colonizzato l’arrivo: sull’asfalto nomi in sequenza MAULEON, CUBINO, LEJARRETA, INDURAIN, DELGADO… Ma nessuno di loro è qui adesso, che mancano meno di 300 m all’arrivo.

Cartello dei 225 m.

«Ecco Bauer, scatta il canadese Bauer, quarto al Tour de France in questa stagione, si è imposto al Trofeo Laigueglia, ha vinto…» ancora l’irrefrenabile freno di Durex-De Zan.

Le immagini passano dalla moto alla telecamera fissa. Bauer si è spostato dal lato sinistro delle strada a quello destro, secondo il loro senso di corsa; dal destro al sinistro, secondo adesso la visione frontale dello sprint. Bauer Grossacoscia, ora che lo si vede dal davanti, sembra mordere il manubrio, bassissimo, quasi prono sul telaio. Dietro, più alti di busto, Criquelion, col caschetto arancione, e Fondriest, con la striscia verde dell’Alfalum-Legnano sui pantaloncini neri. Ai 175 m Bauer, sempre in testa, si sposta verso il centro della strada. Criquelion s’infila alla sua destra. Bauer mette mano al cambio. È un attimo.

«Ecco che passa Criquelion…»

“Muevite, tocja a ti!”, ancora una voce in fondo al bar.

Quella di De Zan si fa più acuta. Criquelion sta passando e Bauer torna a stringere a sinistra. Allarga il gomito. Il belga sfiora un tipo del servizio d’ordine, ma tocca i piedi delle transenne. Svirgola la ruota davanti, si piega e cade sul fianco destro.

«… c’è stata una sbandata incredibile da parte di Bauer!»

Bauer gira il testone dall’altra parte. Ha l’aria di quello che ha capito che l’ha fatta grossa. Ma le bielle sono ingrippate. Cambia ancora, giusto per fare in tempo a vedersi passare di fianco una maglia più azzurra della sua. Un secondo per capire. Partire a tutta, per quello che resta dopo duecentosettantaquattro chilometri e sette ore, due minuti e una manciata di secondi in sella.

“Vai ades, vaiii!” voce in fondo.

Sulla sinistra della strada, destra per chi guarda la TV, tra le moto del seguito si fa largo Fondriest. Si gira a guardare in faccia Bauer. Una volta, due. Ma la seconda è già un voltarsi indietro.

«… ed è Fondriest… che vince… Maurizio Fondriest… campione del mondo…».

Fondriest stacca le mani dal manubrio, io stacco la mano dalla forchetta e resto a mezzo, tra il seduto e l’impiedi, tra il tavolino e la sedia. Fondriest si porta unisce le mani sul volto. Come dire “Vara, mona! Scasi scasi no gje credi nancja mi”. Bauer è staccato di dieci passi.

Poi le alza le mani al cielo, mentre taglia la linea del traguardo con la scritta HITACHI e LOTTO: ironia della sorte, sono gli sponsor della squadra di Criquielion. Che la camera inquadra, a cento metri, con la bicicletta per mano, e un braccio alzato.

Suonano le campane in val di Non, da Fondo a Revò, da Tret a Dermulo, da Amblar a Flavon, da Nanno a Tuenno, da Sfruz a Cloz. Esulta Bernardo Clesio, principe-vescovo; riprendono vita le venerate ossa dei santi martiri Sisinio, Martirio e Alessandro nella basilica di Sanzeno; per l’emozione ridiventa rosso il lago di Tovel; balla allegro anche l’orso di San Romedio; guizzano iridee le trote fuor del Novella. Sui rami le mele si sbucciano da sole.

Maurizio Fondriest, da Cles, è campione del mondo.

«’Ndo vas po, Ida? Vei cj a bever na taza!” vociano gli avventori del bar.

«Von a parezar el strudel. Doman festa granda!»

Nota
Anaune sono dette le antiche genti che abitavano la val di Non prima delle conquista romana dell’arco alpino. Dallo stesso termine deriva l’attuale toponimo di val di Non. Grazie ad Alberto Mosca per la consulenza sull’alto anaune delle voci del bar Ida di Malosco.

 

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