Alzò la testa quel tanto che bastava per vedere se le case del paese stavano per finire. Vide prima le file di scarpe, poi mano mano sollevava gli occhi quelle delle gambe e dei calzoni. Quindi vide le file dei calzoni alternarsi a quelle delle sottane. Poi dieto a quelle file vide alcuni pezzi di muro color terra, ruggine e fango. Poi vide alcune chiazze di luce, alcune schegge spiccar tra le teste, i capelli, gli occhi e le gole spalancate. Davanti continuava ad aver la curva gialla del Riguttini.

L’aveva chiamato, l’aveva minacciato. Aveva fatto di tutto. E lui per riprovargli le sue intenzioni s’era voltato e gli aveva sputato addosso. Ma allora la strada precipitava, come chi lo precedeva, nell’incendio della terra, del lago e delle montagne.

Adesso invece le schegge di luce gli arrivavan dai vetri delle case all’altezza delle quali continuando a sollevar la testa era ormai arrivato e così continuavano a restare alternandoglisi davanti un momento le facce, le gole, i capelli, un momento i frammenti di muro sbrecciato, un momento il dondolio della schiena del Riguttini.

Le case erano ancor molte: ma poco più avanti la strada cominciava a piegarsi in una curva larghissima. La vista gli si fermò sulla calce d’un muro, sul verde gonfio e brillante di alcune piante, sulla facciata della casa che s’intravedeva oltre quel verde. Ma di là dalla curva ecco, sì, non potevano essercene ancora molte di case. Avrebbe dato i primi allunghi quando intorno ci fosse stata ancora un po’ di gente, così da farla scattar in un urlo di spavento per la potenza che quegli allunghi avrebbero assunto, bruciando per ogni pedalata metri e metri, alzandosi sulla sella come già si sentiva spinto a fare e affondandovi poi con falcate che nessuno avrebbe mai immaginato; il Riguttini, per quanto se lo doveva aspettare, sbiancando avrebbe mollato. Dalla Giardinetta il Todeschi avrebbe ricominciato a gridare portandosi in bocca il megafono: «Dài, Dante. Dài! Sei il mio dio, Dante! Il mio dio!». Forse prima si sarebbe voltato e per metter a posto subito le cose avrebbe detto al Riguttini: «Prova a starmi dietro».

Sentì i muscoli delle gambe, delle braccia e quelli che eran tra la sella contrarsi per trattenere lo sforzo. Li sentì gemere nella fatica di protrarre un’attesa che la curva vietandogli la vista lo costringeva a prolungare.

Tese gli occhi in avanti. Vide le due moto della staffetta piegarsi. Vide le bandierine azzurre spostarsi a destra, afflosciarsi, seguir la curva. Poi le vide tendersi un’altra volta, scomparir dietro le moto, dietro il tripudio verde delle piante. Poi vide le piccole nubi del gas gettarglisi contro, disfarsi, come se poco più avanti dell’Ezio si spaccassero moltiplicandosi all’infinito.

Risollevò gli occhi. Vide il bosco gradatamente girare. Seguì il moto del Riguttini. Si spostò sulla destra, Si piegò sulla sinistra. Si sentì cadere verso il muro, verso le file dei calzoni, delle sottane, delle gambe e dei piedi. Poi sempre seguendo il movimento del Riguttini si rimise dritto. Allora s’accorse che le case cominciavan a diradarsi e che da una parte e dall’altra gli spazi d’erba e prato s’allargavano. Ecco, era il momento buono. (…)

Tratto da:

Giovanni Testori, Il ponte della Ghisolfa, Oscar Mondadori, 2011, 362 pagine, 8,90 euro

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