“Siamo partiti in pieno mezzogiorno coi sassi di Torpignatara che si spaccavano dal calore, con la folla entusiasta e gocciolante, coi metropolitani a cavallo” scrive Vasco Pratolini, inviato specialissimo al Giro, sul Nuovo Corriere del primo giugno. “È stato un pedalare in libertà, a braccia incrociate sul manubrio e Pagliazzi che fischiettava una canzone. I parroci di Labico, di Segni e Caprano hanno potuto applaudire Bartali comodamente; un novizio seduto sul sellino di una motocicletta ha potuto seguirlo per chilometri estasiato. Sul dislivello 210-313 di Ferentino un gelataio ambulante col suo triciclo ha guidato il gruppo per tutta la salita”.

Anche la stampa approfitta di questa andatura, della grande calma. “Sulle loro macchine i giornalisti facevano passeggiate di diporto”, annota Pratolini. “Si fermavano alle osterie per pranzi regolamentari, si sdraiavano all’ombra dei prati, persuasi della vacanza”.

I corridori vivacizzano l’andatura, certo per pudore nell’attraversamento degli abitati, in particolare tra le macerie di Cassino, dove un’ondata di commozione pervade la carovana. Poi, improvvisamente, lo sciopero finisce. Scatta Ronconi, gli risponde Fiorenzo Magni, il Giro d’Italia riassume il suo vero volto.

Napoli generosa riserva alla corsa la calda accoglienza del suo affetto. È festa grande. I corridori sono presi d’assalto, costretti a firmare autografi, a sganciare mance agli scugnizzi che gli si arrampicano addosso. Sono tutti campioni, sono tutti Bartali e Coppi, anche gli ultimi, anche Malabrocca.

La sera, la carovana si affida spossata alla tranquillità ristoratrice del fine giornata. Dopo cena, prima di coricarsi, i girini si sottopongono al rituale massaggio attendendo pazientemente il loro turno, determinato dalla posizione che occupano nella classifica. Malabrocca, maglia nera, è l’ultimo a sorbirsi le cure di Ernesto Ferré, il massaggiatore della Wwelter, il quale lo liquida con quattro tocchetti sulle cosce: «Porta pazienza Luisìn, tanto te il Giro non lo vinci più. Scusa se vado di fretta, ma ci ho per le mani la guardarobiera dell’albergo, un tocco di gniffa che neanche la Pampanini… Sarebbe da criminale perdere un’occasione cos! Mi raccomando, acqua in bocca, nessuno deve sapere».

«Scopa tranquillo, Nesto», lo rassicura Malabrocca incrociando le dita sulle labbra. S’abbassano le luci e l’albergo è avvolto dal silenzio. Fuori, Napoli brontola con reverente discrezione. IL Giro d’Italia s’addormenta accingendosi a un altro giorno. La grande pace è rotta all’improvviso da un incredibile gridare di donna proveniente dall’alto, dal sottotetto. Il Giro sussulta, si viscano, in un susseguirsi frenetico e allarmato, le luci, si animano i corridoi. Che sta accadendo di terribile, si chiedono angosciati i muti gruppetti di volti assonnati: un incendio, un’aggressione, una rissa?

«Oh Ernesto, Ernesto, quanti si caro, ancora, ancora, oh San Gennaro, chisto me fa murì. Ernesto, Ernesto, tu si meglio assai de li mericani, ancora Ernesto, ancora!»

«Dov’è, dov’è il fuoco?È una donna, sì, una donna che brucia» irrompe sulle scale in mutande Gioanin Ronco.

«No Giovanni, è una donna che ciula» si sganascia Casola affacciandosi alla finestra e guardando in su. «Ma sa po’ no, Ernesto, sa po’ no piantà giò un quarantòt in sta manera par na ciulada. Sarai anche meglio degli americani, ma noi dobbiamo dormire, domani sono quasi 300 chilometri ne, Rodolfo Valentino. Dai Ernesto, ma che ci hai dato alla vaccona, la simpamina?»

«Meno male che nessuno doveva sapere niente» scrolla la testa già mezzo di là, il Luisìn schisciando la peretta della luce.

 

Tratto da

Benito Mazzi

Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca. Le avventure della maglia nera

Ediciclo editore, 2005

2 Responses

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