Il Leone delle Fiandre, il 1° aprile 1951

di Mario Brovelli

Tre ore appena di sonno, tre ore appena e poi si torna giù. Al pozzo 2, dentro una nuvola di carbone. Sauro, col suo nome da cavallo, pedalava, cigolava e piangeva pensando al Leone. Con i piedi gonfi e le chiappe doloranti. Aveva già visto le prime casette rosse di Marcinelle e avrebbe voluto esultare di nuovo, come se avesse vinto lui. Avevano vinto tutti, in quella domenica appena finita:  gli abruzzesi  nelle baracche, i veneti, ai piedi della collina. Sauro aveva visto Magni, l’aveva visto far tremare le pietre ed era felice. Distrutto di fatica e felice. «Ma che vai a fare? Sta’ in casa a dormire, che hai le ossa già mezze rotte e domani torni in miniera» gli avevan detto i compagni del circolo degli italiani. Tuttavia Sauro non li voleva ascoltare. Lui che nella bassa emiliana aveva preso schiaffi, due anni prima: perché teneva al Magni. Ma il Gino della Bruciata gli aveva rifilato due sganassoni sul muso perché lì si doveva tener tutti per Coppi o per Ortelli, perché Magni era troppo “fassista”. Sauro aveva il terrore del Gino, un gigante di due metri col quale non si poteva tanto star lì a parlare di passione democratica: “democrazia un casso, i fassisti neanche in bici bisogna esaltarli”. Sauro, alto un metro e mezzo, non aveva argomenti abbastanza solidi per contraddirlo. Eppure nel ’48, al Vigorelli, non aveva avuto paura di sputare in faccia a un Bartaliano, uno dei tanti che contestava Magni in maglia rosa, lo contestava e lo insultava per via dei pettegolezzi, sì tutti pettegolezzi e leggende, storiacce di spinte e favori sulle montagne. Ma com’era bello Magni in maglia rosa! Alla faccia dei finti democratici, era andato su a Milano a vederlo trionfare. E allora, in quel ’48, aveva fatto gli stessi chilometri di quella domenica, da Marcinelle fino a giù tra Geraardsbergen e Wetteren, paesotti fiamminghi, dove non si capiva un tubo di quel che dicevano, ma il ciclismo lo capivi lo stesso.

Da quel ’48, la vita e la democrazia avevano preso brutte pieghe per Sauro che, stufo di lavorare a giornata per un piatto di minestra, aveva seguito due suoi cugini su in Belgio, dove – dicevano- si lavorava duro, in miniera, ma i soldi si potevano fare, se eri bravo a tenerli da conto.

E mentre in Italia ci si prendeva a pugni per Coppi o per Bartali, Sauro in Belgio, era orgoglioso di tenere per quell’altro, quel Magni lì era

Magni, in un acquarello di Sandro Ruiti.

qualcuno d’importante: lo chiamavan Leone. Perché aveva vinto nel ’49 e nel ’50, due volte, e aveva battuto i draghi fiamminghi: Briek Schotte e Rik Van Steenbergen su tutti. Vinto cosa? Il Giro delle Fiandre, naturalmente. Quella corsa incredibile che, lì da quelle parti, chiamavano De Ronde.

Eran già passate diverse stagioni, da quando Sauro faceva su e giù dal pozzo 2 di Marcinelle, qualche soldo l’aveva spedito a casa, alla madre, e un po’ di risparmi cominciava ad averli in tasca: a sufficienza, per esempio, per prendersi una bicicletta che aveva visto da un rigattiere, vicino a Charleroi. Un po’ sgangherata, ma con qualche martellata qua e là, era andata a posto: le ruote giravano, i pedali pure. I freni se non andavano, si usavan le scarpe. Con quel trabiccolo, Sauro si sentiva un privilegiato: aveva quel che gli bastava per andare giù nelle Fiandre, attraversare quelle campagne cupe e, dal Belgio francofono, avrebbe facilmente sconfinato giù in quella terra in cui tutti parlavana come i tedeschi e gli ricordavano i tempi brutti della guerra.

Primo aprile 1951, domenica di festa di una primavera che da quelle parti ancora non la vedevi: non era mica come giù in Emilia che a quel tempo c’erano tutti i peschi in fiore. Sauro era tornato su dal pozzo che era già sera, di sabato: aveva avuto solo la forza di mandar giù pane e latte e preparare qualcosa per l’indomani, mentre guardava la sua bicicletta. All’alba era già in sella, su quel ferro cigolante e che sembrava volersi spezzare a ogni pedalata:  Sauro spingeva in direzione Fiandre orientali, con una bisaccia a tracolla e dentro un pezzo di pane nero, e un quadrato di lardo che aveva conservato da un po’, proprio per quella sua impresa. E da bere, una borraccetta di birra.

La domenica, a Messa, Sauro non c’era e gli italiani di Marcinelle gli avevan dato del matto: “Far 100 chilometri per andar giù a vedere i ciclisti, robb de matt, dicevano i pochi lombardi”. A Sauro non fregava nulla di quel che pensavano gli altri, stavolta Magni lo voleva vedere, magari toccare, dirgli: “Benvenuto in Belgio, Leone”.  E si era avventurato per le campagne umide: era proprio un giorno da leoni, quello, con la pioggia che ti entrava nelle ossa e non se ne voleva andare. Con quella bici che cigolava sempre di più: finché una pedivella si era completamente sganciata. Addio sogni di gloria, ma ormai era sul percorso, il Magni l’avrebbe aspettato lì, all’altezza delle ultime case di un paesino: Geraardsbergen. Al limite del paese, all’altezza di una cappelletta, c’era anche la cascina di un contadino intento a riparare il suo carro. E con quegli spiccioli che aveva portato con sé, Sauro era riuscito a ottenere in prestito cacciaviti e martelli per fissare in qualche modo quella stramaledetta pedivella: e quei soldi gli eran bastati anche per una tazza di brodo caldo e per accompagnare il contadino giù all’osteria, in paese. Nel locale c’era più fumo che sostanza, sostanza intesa come birra: erano in tanti ammassati lì, perché c’era la radio che trasmetteva la corsa e c’era la stufa.

Un vento da incubi notturni sembrava voler spazzare via ogni albero, in quella terra ostile: ma non era sufficiente a fermare il Leone. “Sa capiss un casso”, la radio parlava, ma per Sauro quella lingua era tale e quale all’arabo. Eppure un nome, ogni tanto, lo capiva eccome: Magni. Che veniva fuori dall’altoparlante di quella scatola di legno, un Magni pronunciato nel mezzo di tanti cric e cruc, suoni duri e gracchianti che facevano mormorare tutta l’osteria. “Che cavolo starà dicendo?” Per fortuna, il nome Magni lo sentiva sempre più spesso e, più il tempo passava e più riceveva pacche sulle spalle da quella gente dall’alito pestilenziale e con le mani callose: “Italiano! Magni!” gridava qualcuno, quasi come per schernirlo. E poi tutti uscirono sulla strada, umida e scura, e Sauro  era in mezzo a loro, con il batticuore e la tensione di un bambino in attesa della befana. La gente cominciò a urlare già al limite del paese, Sauro sentiva quell’onda sonora avvicinarsi, tanto che gli sembrava di sentir tremare la strada:  a far tremare la strada, passò lui, Fiorenzo Magni. L’aveva riconosciuto subito: il regalo più bello, un gigante sotto la pioggia, più forte del freddo, che sembrava danzare sulle pietre. Un’emozione che toglieva il fiato, un istante sognato, cercato, ma arrivato così all’improvviso e fugace, che quasi non sembrava vero.

Fiorenzo Magni era solo, volava verso il traguardo: anche se mancavano ancora molti chilometri a Wetteren, dove era posto l’arrivo. Il Leone delle Fiandre ruggiva con la sua classe e la sua forza: incredibile. E aveva staccato tutti molto presto, quando mancavano 75 chilometri al traguardo.

Sauro rimase all’osteria, mentre il fumo dei sigari fatti in casa aumentava e non si vedeva più nulla, non si distinguevano più le facce che stavano lì dentro: intanto la radio ripeteva solo quel nome, Magni. Lo diceva in continuazione, per molti minuti. E Sauro rimase lì dentro finché venne pronunciato per l’ultima volta: e quando l’oste decise di spegnere l’apparecchio, aveva già capito che il trionfo era tutto italiano. Aveva pure rimediato una birra, omaggio del contadino che continuava sbraitare e a sghignazzare, ma non capiva che diceva.

Fiorenzo Magni aveva “ruggito” ancora una volta: aveva vinto anche per quelli come Sauro, era l’orgoglio di quegli italiani con le facce che non venivano più pulite, le mani callose e rotte dai picconi. In Belgio, c’era un’Italia sfiancata dal carbone e dalla nostalgia: e in quella notte che era già lunedì, Sauro pedalava nel buio, verso Marcinelle. Non si vedeva che una sagoma di quel minatore in bici, ma lo si sentiva cigolare: masticava fatica, Sauro, e pedalava tutto solo. Gambe e orgoglio, in fuga dalla frustrazione.

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