Foto di Umberto Isman

Di Stefano Fregonese

“Dal punto di vista del ciclista capita di vedere praticamente tutto quel che c’è da vedere.”

David Byrne, Diari della bicicletta, 2010

 

Mi chiamo Tito e oggi compio il 27mo giorno di vita. Il 27 del mio personale primo mese di vita mi sarei atteso d’essere pagato e in parte lo sono stato. Un salario in natura, fatto di poppate. Poppare, però, è anche il mio lavoro. Dunque, pre-marxianamente, invece di alienare la mia forza lavoro traggo da essa il mio sostentamento. E sono pago. Anche se – mi rendo conto – per null’altro come per la vita stessa vale il detto: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala.”

E io pedalo, metaforicamente parlando, con un ritmo vorticoso di ciucciate, dormite, pianti, cambi, cacche e pipì, e poi ancora ciucciate, cambi, cacche, dormite, sogni e pipì. Un bel da fare. Se la vita è una bicicletta, devo ancora capire di quale modello si tratta, se è una fixie o a una vecchia Bottecchia con il cambio a manetta. Me lo chiedete ora e vi rispondo che la vita è una progressione costante: in venti giorni mi sono allungato di due centimetri e cresciuto 4 etti. Ma, se me lo chiederete quando avrò raggiunto l’età di mio padre forse allora propenderò per la vecchia Bottecchia col cambio a manetta, buona per le lunghe distanze e per gli strappi in salita, con un paio di veri freni e la possibilità di andare di tanto in tanto a ruota libera: dare una pedalata indietro continuando ad andare avanti. Così pare sia nato io.

In realtà, cosa sia veramente una bicicletta ne ho solo una vaga idea, sebbene sia una dei pochi manufatti di cui probabilmente abbiamo una preconcezione innata.  E’ che in questi giorni ne sento un gran parlare. Ne parla mio fratello Matteo, detto anche Alley Mat per il suo girovagare di casa in casa, che ieri ha partecipato alla sua prima “alley cat”. Matteo, giocatore di basket, sciatore e ora ciclista clandestino.

Da quel che ho capito si sono trovati in 160 ai giardini Baden Powel e nessuno di loro era un boy scout. C’erano i messenger sudamericani e i critical mass milanesi, c’erano gli ingegneri del politecnico, e gli studenti medi dei collettivi, c’erano gli olandesi e quattro belgi; c’erano gli svizzeri arrivati da Lugano e Bellinzona in treno, i riciclisti della Barona e c’erano cinque americani. Matteo era parte di una piccola armata brancaleonesca: quattro fixie, una Graziella, un’olandesina e la Bottecchia di nostro padre. Naturalmente quando la tipa dell’organizzazione ha chiamato il primo checkpoint i sette se la stavano ridendo e così non hanno capito niente. Non un gran danno, perché è bastato mettersi a ruota e seguire il peloton.

Poi, è stata solo strada, battuta a colpi di pedale: da Porta Romana a Porta Vittoria, da via Gola alla Bicocca. Quaranta chilometri nel traffico milanese, col pavè che scassa le rondelle e le rotaie che pizzicano le camera d’aria, il fiato corto e il benzene che brucia i bronchi. Tre ore secche per dimostrare che in bicicletta si può fare la rivoluzione, trasformando un lavoro urbano tra i più proletari e ingrati in un gioco culturale popolare.

E mentre la Graziella si apriva a metà sui lastroni del Ticinese, mentre il tipo con l’olandesina in fondo a viale Molise urlava di non aspettarlo che gli aveva preso un crampo al polpaccio, mentre una fixie bucava in Sabotino e un altra mollava il pedale in mano al ciclista al settimo checkpoint, io alternavo la tetta destra alla sinistra, pisciavo fuori dal pannolino, rigurgitavo sul maglioncino di mohair della nonna e urlavo con quanto fiato avevo in gola che il mondo, se proprio me lo si vuole offrire, lo vorrei a pedali.

Alla fine i tre superstiti sono arrivati in fondo, col traffico negli occhi e le sirene delle ambulanze nelle orecchie, con il naso bruciato dallo smog e le mani nere del grasso della catena. “Pensa Tito” mi ha sussurrato Alley Mat nelle orecchie mentre mi cullava tra le braccia ancora dure per i colpi del pavè “ho attraversato quattro volte Milano in bicicletta, correndo come un matto per strade dure come il cemento e strette come una rotaia; non ho imboccato una pista ciclabile nemmeno per sbaglio, e con la bici sulle spalle ho corso giù e su i ponti di ferro che sorpassano i navigli e le ferrovie, che sembrava d’essere a Venezia; mi sono divertito e mentre sudavo e pedalavo pensavo ai tuoi occhi di neonato che scrutano il mondo in cerca di un significato, alla tua bocca avida di certezze e al tuo sorriso appena imparato; e pensavo al moto rotatorio delle tue gambe che attendono solo di prendere i pedali”.

Una risposta

  1. Avatar
    mario

    Beh!Tito apre precocissimamente una brillante e luminosa carriera da notista socio/sportivo!Ne avrà da pedalare,ma gli auguro tutte strade in discesa.3(+2)Smack!

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