di Mario Brovelli (foto Guido P. Rubino)

Il Lombardia, roba da vecchi romantici del ciclismo, che fa litigare i cervelloni dello sport: i sapientoni, quelli che la globalizzazione è il presente, quelli che a bordo strada ad aspettare Gimondi non ci sono mai stati, quelli che il ciclismo è un concetto scientifico, una somma di formule matematiche e tecnologia. “Cunt al librett d’istrusiùn, sa diventa minga al Binda”, diceva sempre un vecchio fumatore di pipa, seduto al circolo di Cittiglio. Lui sì che il Binda l’aveva conosciuto, ormai veterano, ma fresco e profumato di brillantina: l’aveva sentito raccontare di fango e freddo, di quando il Lombardia “l’era roba de matt”.

Anche oggi, resta un giostra per nostalgici della fatica, il Lombardia: l’hanno anticipato di un mese, ma le foglie morte c’erano pure a settembre, così come la pioggia che indurisce le gambe e fa battere i denti, dopo una giornata a pedalare, su e giù per le Prealpi. Quasi un’assurdità antistorica, come tutte le classiche del ciclismo, ovvero le gare che sfidano il tempo e restano sempre uguali, sempre nel cuore della gente. Un’assurdita antistorica è anche il muro di Sormano, che Torriani, negli anni Sessanta, aveva scoperto per regalare più spettacolo a un pubblico affamato di grandi imprese: allora, il ciclismo era orfano di un Coppi e la gente si sentiva disorientata. C’erano i Nencini e i Baldini, ma non erano mica il grande Airone, il mito.

In tre edizioni, dal 1960 al ’62,  il Sormano era diventato la palestra per scalatori senza paura: e lì era venuta fuori una sfida tra un veneto dalla scorza dura, che si chiamava Imerio Massignan, e un grande cuore meridionale, che si chiamava Vito Taccone. Gli altri erano attori secondari, anche se i due protagonisti sul muro, al traguardo del Lombardia non vincevano mai: né Massignan, né Taccone. Poi c’era lo spettacolo, per alcuni indecente, per altri comico, messo in scena dagli spettatori: su quelle rampe al 25%, uomini ingobbiti e ansimanti, con la voglia senza fiato d’imprecare, con gli occhi fuori dalle orbite, più lenti delle capre chiedevano clemenza e il pubblico gliela concedeva. Era la gente protagonista nel soccorrere tutti, con spinte a ripetizione.

Nel ciclismo globalizzato, il Lombardia è tornato all’antico, a quell’invenzione di Torriani, che faceva bestemmiare tutti i corridori, tranne Massignan e Taccone: ma oggi, con le guarniture compatte, le bici ultraleggere, pedalloni da mountainbike, cambi elettronici, il muro di Sormano è meno impossibile. Chissà cosa avrebbe combinato Massignan se avesse pedalato sulla stessa bici di Contador…

Il Sormano, nel ciclismo globalizzato, non è più una follia, ma si è rivelato un tocco di fantasia contro chi il ciclismo lo interpreta con le radioline e con troppa matematica. E l’acqua gelata ha arricchito il contesto, in mezzo a un bosco dai mille colori caldi, autunnali.  Naturalmente, la gente non ha tradito ed è tornata lì: romantici e curiosi, un pubblico come al circo e soprattutto brianzoli, gente che lì nel bosco ha visto un mobile per ogni tronco. “Che bel castagno, quello là”, diceva un omone a bordo strada, al primo chilometro. E già s’immaginava quante persiane potevano venir fuori. E il faggio? Roba da fiabe, più che da credenza. C’erano poi frassini e roveri, più a valle, che stimolavano di più la fantasia artigiana di quella gente che pensava di dover spingere, di nuovo, i corridori, ma non ha potuto farlo.

Pioggia a catinelle, silenzio e odor di funghi, lì sul Sormano: in mezzo alla nebbia, ecco Nibali e Contador appaiati e, accanto a loro, Rodriguez, l’unico ad avere un ghigno satanico. Tutti gli altri avevano gli occhi sbarrati tipici di chi vede impennarsi la strada davanti alla faccia, fino all’inverosimile.  Il vero Lombardia, quest’anno, è cominciato lì: inteso, come la corsa dei grandi campioni. Gli altri si erano smarriti giù dalla Valcava, la prima difficile montagna della giornata.

Il Lombardia è cominciato sul muro, che non è più roba impossibile per le bici di oggi, che sembrano piume. Tuttavia, le piume, tanto strabilianti in salita, si sono rivelate cavalli imbizzarriti in discesa, quasi indomabili sull’asfalto viscido: l’hanno assaggiato in molti, l’asfalto del lago di Como, a cominciare dal favorito Gilbert, che ha subito battezzato con uno strappo, la sua nuova maglia iridata.

Con quaranta corridori superstiti, in mezzo ai rami del lago di Como, è cominciato il vero Lombardia: roba d’altri tempi. E a sfoltire ulteriormente i sopravvissuti ha contribuito Giove Pluvio, per tutto il giorno, ma soprattutto giù dal Ghisallo e ancor di più sullo strappo di Villa Vergano, fin verso il traguardo. Chi vuol vincere il Lombardia lo sa, è pronto a tutto, anche a sfidare l’impossibile, come faceva Binda. Una giornata interminabile, grigia, pedalata fino all’ultimo respiro, naturalmente umido: spalla a spalla sulla salita finale, i superstiti del Lombardia hanno sputato l’anima su uno strappo alle porte di Lecco. Un trampolino sul quale un minuscolo eroe del ciclismo dei nostri tempi, non un Botescià, bensì un Rodriguez, ha piazzato uno scatto come una pistolettata: sotto il diluvio, si è poi buttato in discesa, con la strada che sembrava un torrente, con la pioggia che costringeva a pedalare alla cieca. Rodriguez ha pedalato fino a Lecco annusando la strada, fiutando le curve più che vedendole: e dietro sono rimasti tutti con le gambe in croce, con l’acqua settembrina che irrigidiva anche i coppini.

Rodriguez Joaquin, catalano, ha vinto il Lombardia, la classica che non si rassegna alla ragione e rimane epica come la prima edizione. Vista da chi parla di ciclismo moderno ai convegni di mezzo mondo è folle. Folle sì, ma emozionante.  E quell’odor di funghi, là sul Sormano, ha fatto venire più di un’idea, giù  a velle nelle osterie: mentre Rodriguez festeggiava bagnato come un pulcino, sacchi di polenta riempivano i paioli di un pezzo di Lombardia.

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