Reportage da Valkenburg

di Mario Brovelli

Il piccolo Jurgen arriva a malapena a sbirciare oltre alla transenna, ma il nome che si ritrova fa immaginare un futuro da gigante, quando sarà uomo. Lui vorrebbe diventare forte come Tom Boonen, il suo eroe: non un guerriero, nemmeno un calciatore, ma un ciclista belga. Lui olandese, con un idolo fiammingo, cosa insolita per un adulto, niente di strano per i bambini che, grazie a Dio, non nascono con i pregiudizi. Deve aspettare tutto il giorno per vedere passare il suo Tom, in una domenica davvero speciale per questo posto. Dove si trovi, Jurgen non lo sa bene, ma gli adulti che ha intorno danno l’impressione di essere in un luogo sacro. Il ciclismo ha i suoi santuari e in Olanda il luogo sacro delle due ruote è il Cauberg: un poggio, come direbbero in Toscana, a poche centinaia di metri sul livello del mare, con una strada che dall’antico borgo di Valkenburg sale nel bosco, molto ripida, tra pareti calcaree che impediscono, quasi, di vedere il cielo, finché non si scollina. Poco più di un chilometro al 12%: non è una cattedrale innevata come lo Stelvio e nemmeno l’immensa platea a tornanti dell’Alpe d’Huez, oppure il teatro “lunare” del Mont Ventoux, o la magia fiabesca della foresta di Arenberg.  Eppure, il Cauberg è tra i luoghi simbolo di uno sport che vive d’imprese e fatiche al limite del credibile, leggende “scritte” nella memoria e sull’asfalto da uomini in sella alle proprie biciclette.

Il Cauberg è il punto chiave del circuito del Mondiale 2012, dove gli olandesi hanno danzato di gioia al passaggio della regina della bicicletta, quella Marianne Vos che somiglia tanto a Eddy Merckx, ciclisticamente parlando. Tuttavia, il gran giorno è la domenica, quando il C.auberg diventa un vero e proprio stadio del ciclismo. Con mille bandiere e colori.

Dalle birrerie all’esterno delle antiche mura di Valkenburg, si passa accanto a bei palazzi d’epoca e a una ricostruzione della grotta di Lourdes, un santuario all’aperto. Santuario religioso e santuario ciclistico, uno accanto all’altro, poco prima di un tempio del vizio, il casinò, e di un tempio del benessere, le terme. Da tre giorni, norvegesi, polacchi, francesi, italiani e slovacchi sono accampati a bordo strada per un’attesa che di ora in ora diventa sempre più sentita, quasi religiosa, appunto.I belgi sono arrivati in giornata, a colmare gli ultimi spazi vuoti degli spalti naturali di questa collina. E si aspetta. Intanto, però, c’è la birra, tanta birra, fiumi di birra a rendere tutto più profano e goliardico, a scaldare le voci di uomini e donne. Con i bambini ad immaginare imprese da cartone animato: di Boonen o Gilbert.

Valkenburg, che significa castello dei falchi, scoppia di gente assetata e affamata. Il popolo del ciclismo non è gente da ristorante raffinato: salsicce, patatine, birra e vino rosso, ecco tutto quel che serve per soddisfare le esigenze di tutti. Dentro e fuori dal pub, cameriere affannate reggono vassoi stracolmi di boccali pieni. Dentro la televisione ha un solo canale, quello del ciclismo: chi riesce a entrare nelle birrerie, s’incanta davanti al video, a seguire le immagini del gruppo che si avvicina a lì, ai piedi dell’antico maniero, distrutto nel Seicento.

Quando la corsa entra nel circuito del Cauberg, l’odore di fritto domina sulla folla e arriva fino alle narici dei corridori, per uno scampolo di tentazione, che non verrà soddifatta se non a gara terminata: i Boonen, i Chavanel, i Nibali, i Gilbert, il Cauberg stracolmo di tifosi è pronto a gridare a squarciagola i nomi di tutti i beniamini del pedale. Verso la cima, il vento fa sentire la propria forza e s’insinua sotto i maglioni, a rendere un po’ meno piacevole quell’attesa. Attesa tipica del ciclismo. Poiché, il ciclismo si nutre di attese, attese fatte per immaginare pochi istanti di gara, anche solo un lampo. Come lo scatto di Philippe Gilbert, all’ultimo giro. Un capolavoro ciclistico impossibile da imitare per tutte le persone comuni: Vincenzo Nibali, cuore messinese, si piega sul manubrio, come impotente. Lo spagnolo Valverde scuote la bici sotto le proprie gambe, ma non riesce a domare quella lingua d’asfalto che s’impenna sotto le ruote. Una lingua d’asfalto che sembra tremare, scossa dal boato di migliaia di tifosi in visibilio per lo scatto di Gilbert. Come un dribbling di Lionel Messi  manda in estasi il Camp nou di Barcellona, il capolavoro di Gilbert scatena la gioia del Cauberg. Un’emozione che è più viva se aspettata per ore o addirittura per giorni: un’immagine di pochi istanti che stringe lo stomaco e fa venire un brivido, uno solo. Una sensazione che ripaga l’attesa e ti rende protagonista, lì, dentro quella folla immensa, ti rende parte di una grande famiglia. Perché in fondo, il circo del ciclismo è una grande famiglia.

Il piccolo Jurgen non si è fatto troppe domande, ma l’emozione l’ha provata pure lui. Anche se non ha vinto il suo idolo Boonen. E mentre giù alle birrerie si spinano le ultime pinte, quel brivido sfuma in ricordo: in qualcosa da raccontare la sera, l’indomani, il prossimo inverno e tra molti anni. Meglio se davanti a una buona birra.

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